Il Sud rischia di morire e, con esso, l’Italia.

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Il Mezzogiorno d’Italia, secondo l’agenzia Svimez, nel 2018 ha registrato una crescita del proprio PIL pari ad un misero +0,6%, in diminuzione dello 0,4% rispetto all’anno precedente, che ha prodotto un più marcato divario di sviluppo tra il Sud e il Centro – Nord d’Italia.

Inoltre, racconta Svimez, il Sud è in preda ad una gravissima contrazione dei consumi che, nel periodo 2008/2018, si sono ridotti del 9% a fronte di un loro recupero nel Centro-Nord ai livelli addirittura precedenti la crisi mondiale.

Ma il dato che dovrebbe far riflettere maggiormente è quello relativo al crollo degli investimenti pubblici nel Sud, che si sono attestati ad un livello ancora più basso di quelli precedenti la crisi. Infatti nel 2018, nel Mezzogiorno sono state investite appena 102 euro pro capite contro i 278 euro pro capite investiti nel Centro – Nord.

Tutto ciò ha determinato alcune gravi conseguenze.

Il cittadino del Sud, è da chiedersi, è ancora un cittadino con le identiche opportunità e gli stessi diritti, di cui alla Costituzione, di uno del Centro-Nord? Evidentemente no, atteso che sono oltre 2 milioni di cittadini che sono emigrati dal Mezzogiorno nel periodo compreso tra il 2002 ed il 2017, e che è aumentato il gap, quantitativamente e qualitativamente, dei servizi erogati al cittadino in settori cruciali quali la salute, l’istruzione e la sicurezza.

La crisi demografica sta inevitabilmente colpendo nel Sud proprio i servizi alle imprese e ai cittadini in ogni settore innescando un processo involutivo basato sull’equazione “meno servizi = meno crescita” e quindi minori incentivi a permanere in loco.

Il dato ovviamente è allarmante e ci riporta alla storia, quella dell’Alto Medio Evo  e a quella del periodo degli anni ‘50 e ‘60 quando l’emigrazione aveva praticamente svuotato le contrade meridionali.

Il mesto quadro del Mezzogiorno si inserisce in un contesto nazionale in cui le prospettive di crescita dell’Italia si presentano deboli e confuse.

Insomma l’Italia arranca e il Sud ne subisce le conseguenze più buie, ma è altrettanto vero che se il Sud prendesse il senso di una positiva marcia di crescita del proprio PIL ne beneficerebbe soprattutto il Centro-Nord e, con esso, la Nazione intera.

I rigurgiti secessionistici e l’autonomia regionale rafforzata richiesta dalle regioni del ricco Nord nascondono un tentativo che abbiamo visto già concretizzarsi nella Slovenia del dopo Tito, dove lo Stato ricco della federazione Jugoslava decide di abbandonare al proprio destino gli altri Stati.

Ma in Italia la storia del XIX e XX secolo ha preso strade diverse e più complesse.

L’Unità è stata raggiunta attraverso una guerra di conquista da parte della dinastia Savoiarda appoggiata soprattutto dalla Francia e dell’Inghilterra. Il Sud, in fondo, un po’ l’ha subìta per poi, ma molto poi, radicare in sè un convincimento circa la sua ineluttabilità.

Con l’Unità d’Italia il Sud venne trattato alla stregua di un territorio depresso e conquistato, dove le tensioni sociali vennero affrontate solo militarmente, con repressioni sanguinose e leggi speciali.

Giustino Fortunato nella sua analisi pubblicata nel 1879 sulle condizioni dell’Italia meridionale al momento dell’Unità d’Italia nel 1861, osservava come esistesse “una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola che nessuno mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”.

Il Mezzogiorno, se rivitalizzato evitando gli attuali palesi tentativi di una sua ulteriore e più grave marginalizzazione, non è la palla al piede dell’Italia ricca ma è una nuova opportunità per creare una più consolidata e diffusa ricchezza su un territorio nazionale che, se privato del Sud, nel mondo della globalizzazione economica non avrebbe respiro lungo.

Rafforzare il Sud, con una spesa più marcata e più consapevole, combattendo le sacche di parassitismo sociale e criminale, è il modo per rafforzare il tessuto economico e produttivo dell’Italia intera.