L’ILIADE DI GIULIANO PEPARINI INCANTA SIRACUSA


Al Teatro Greco di Siracusa, Peparini trasforma il mito omerico in un grido di pace

Nel cuore pulsante della Magna Grecia, tra le pietre millenarie del Teatro Greco di Siracusa, Giuliano Peparini ha portato in scena una “Iliade” che non è solo un’opera teatrale, ma un’esperienza sensoriale, un manifesto artistico e politico, una riflessione profonda sull’eterno ritorno della guerra. Andato in scena il 4, 5 e 6 luglio, lo spettacolo ha conquistato un pubblico eterogeneo, capace di riconoscere la forza dirompente di una narrazione che affonda le radici nel mito e si protende violentemente nel presente . Lo spettacolo, diretto e coreografato da Giuliano Peparini, maestro indiscusso della regia teatrale contemporanea, mescola parola, danza, musica e immagini, trasformando l’epos omerico in una potente riflessione sulla ciclicità della violenza. Il risultato è una scena viva e mobile, dove l’estetica non è mai fine a sé stessa, ma sempre al servizio di un messaggio potente e attualissimo: la guerra è l’eterna sconfitta dell’umanità. A dare corpo e anima a questa Iliade contemporanea è un cast di grande intensità, guidato da interpreti che restituiscono ai personaggi mitici una profondità umana e dolorosamente attuale.
Gianluca Merolli è un Ettore straordinario, simbolo di resistenza e sacrificio, padre e marito prima ancora che eroe. Il suo sguardo, nel corso dello spettacolo, si fa sempre più consapevole, fino a diventare quello di un uomo condannato dalla Storia, capace però di mantenere intatta la propria dignità.

Accanto a lui, Giulia Fiume interpreta una Andromaca struggente e ferita, figura femminile dolcissima e insieme potentissima, che incarna il dolore di tutte le madri e le compagne lasciate a terra dalle guerre degli uomini. Nel ruolo di Achille, Giuseppe Sartori offre una prova attoriale e fisica impressionante. Il suo Achille non è solo il semidio invincibile, ma un uomo lacerato, dilaniato da lutti e contraddizioni. Sartori costruisce un personaggio pieno di tensione e fragilità, che trascende la dimensione mitica per diventare profondamente reale. A fare da filo conduttore alla narrazione è l’Aedo, interpretato con intensità e misura da Vinicio Marchioni. La sua voce narrante, mai neutra, è coinvolta, dolente, a tratti accusatoria. Marchioni si muove tra i personaggi come un fantasma consapevole, portatore di memoria e testimone della Storia che si ripete.Accanto agli attori principali, l’impianto scenico si anima grazie alla presenza scenografica e coreografica di oltre cinquanta giovani danzatori della Peparini Academy e dei ragazzi della Fondazione INDA, che danno vita a un vero e proprio coro moderno. Con i loro corpi scolpiti dalla danza, diventano eserciti, masse in fuga, anime in pena, prigionieri e carnefici. Greci e troiani appaiono spesso rinchiusi in spazi chiusi, come celle, gabbie o recinti, che richiamano visivamente ambienti carcerari o campi di detenzione, in un continuo dialogo tra la scenografia e il senso profondo della narrazione. A incorniciare questo impianto visivo e drammaturgico, le musiche di Beppe Vessicchio creano un tappeto sonoro sofisticato e coinvolgente.

Alternando minimalismo e lirismo, archi e percussioni, silenzi e crescendo drammatici, Vessicchio accompagna l’azione scenica con una colonna sonora che non commenta, ma amplifica. Scudi, elmi, lance – elementi iconici della guerra antica – sono disseminati sulla scena, ma più che strumenti di eroismo sembrano reperti, simboli vuoti di un conflitto che perde ogni senso. Le battaglie, coreografate con sapienza e ferocia, si alternano a momenti di silenzio, pianto, immobilità. La guerra non è mai glorificata: è un ingranaggio mostruoso, che divora uomini e ideali, e li restituisce come ombre.
Questa Iliade è dunque un’opera corale, fatta di corpi e parole, di gesti e suoni, di sguardi e grida. Il dolore è condiviso, la violenza è diffusa, l’eroismo è tragico. In questa partitura scenica, Peparini orchestra una sinfonia umana dove i personaggi non sono più divinità o archetipi, ma persone coinvolte in un ciclo eterno di distruzione . Ed è proprio in questo meccanismo – perfetto e crudele – che l’opera trova la sua forza più sconvolgente. La tragedia di Troia non è che la prima di infinite tragedie, la scena finale (che trasforma i guerrieri in prigionieri e ci trascina nella Gaza di oggi) arriva come un’esplosione morale: una riflessione profonda, necessaria, che abbatte il confine tra passato e presente, tra epica e realtà.

Ti raccomandiamo di leggere anche: