PRIMA LE DONNE. REGIA DI GIULIA FIUME


In scena la storia di sei donne che non chiedono celebrazione , ma ascolto. Non simbolo, ma origine.

C’è un momento, prima che lo spettacolo inizi, in cui lo spettatore non è più semplice osservatore, ma viene chiamato in causa. Un foglietto, una domanda: Se potessi garantire alle donne di oggi una nuova conquista, quale sceglieresti? È un gesto piccolo che apre immediatamente un varco: non si sta per assistere a una celebrazione di figure lontane, ma a un passaggio tra passato e presente in cui lo sguardo su di noi diventa inevitabile. Prima le donne, realizzato con il Fondo per lo Spettacolo dal Vivo della Regione Lazio 2025, nasce così, come invito a interrogarsi su ciò che ancora manca, ciò che è stato fatto e ciò che resta da costruire.
In scena compaiono Coco Chanel, Oprah Winfrey, Hedy Lamarr, Marie Curie, Maria Montessori e Malala Yousafzai: donne che hanno attraversato epoche e contesti diversi lasciando impronte destinate a modificare il pensiero comune. Non vengono presentate come icone da venerare, ma come corpi vivi, pieni di contraddizioni, ostinazioni, scelte rischiose e desideri.

La regia di Giulia Fiume dà loro voce attraverso una narrazione che non cerca mai la mitizzazione, ma la prossimità: due sgabelli, colonne a specchio che rimandano riflessi e scenari interiori, musica e movimenti che non decorano, ma fanno entrare nella sostanza delle biografie. Ritorna una frase storica attribuita a Chanel: «Non ho messo i pantaloni alle donne per liberarle, ma le tasche.»
Quando Coco la pronuncia, in sala si sorride. È un riso vero, quasi liberatorio: «Mi celebrate per la rivoluzione che avrei compiuto… ma in realtà l’ho fatto perché i pantaloni erano più comodi.»
Una battuta che, con leggerezza, toglie retorica all’idea di emancipazione e la riporta al corpo, alla vita quotidiana, al semplice diritto di scegliere cosa ci fa stare bene.
Ed è a partire da quel rovesciamento che lo spettacolo indica un punto chiave: non si tratta di chiedere “ciò che manca”, ma di riconoscere ciò che già c’è. «Siamo cresciute in un sistema che ci ha convinte di avere qualcosa in meno» osserva Fiume. «Il lavoro è accorgersi delle nostre possibilità, senza aspettare che qualcuno ci dia il permesso.»
La conquista, prima ancora che politica, è intima: è prendere posto nel proprio spazio, senza ridurlo, senza scusarsi.

Il contatto con queste sei vite non è rimasto senza effetto neppure sulla regia. Fiume racconta che attraversarle l’ha riportata a un’urgenza sottile ma decisiva: restare autentica. Non nel senso di irrigidirsi su un’identità fissa, ma nel saper “destreggiare” senza perdere il proprio centro. «Sono per levigare le spigolosità», spiega. «Sono per i compromessi, per i cambi di rotta, se un punto di vista diverso mi apre a qualcosa di nuovo. Ma non per allinearmi a qualunque costo, non per essere accomodante perché devo».
Il titolo Prima le donne non si pone come slogan rivendicativo né come provocazione. È piuttosto un riconoscimento di origine. Le donne come origine, come futuro, come forza che non è resistenza ma trasformazione.. «C’è qualcosa di divino nelle donne» afferma Fiume. Un divino quotidiano, fatto di gesti piccoli, ostinazione, creatività che resiste. Alla fine dello spettacolo, la domanda iniziale ritorna, ma non è più la stessa. Nel foyer, il sondaggio attende le risposte del pubblico, e a quel punto ciascuno ha già intrapreso un movimento interiore. La conquista da augurare alle donne di oggi potrebbe essere molte cose: spazio, libertà, ascolto, sicurezza, possibilità. Ma ce n’è una che le include tutte e le precede: imparare a volersi bene senza chiedere permesso. È forse da lì che comincia davvero la trasformazione. Da sé, per sé, e poi per il mondo.

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