Dati e percentuali evidenziano l’importanza crescente della formazione in azienda
Nel mondo delle aziende c’è chi decide di prosperare e chi, invece, decide di restare indietro. Chi prospera, si sa, mette in campo il suo capitale che però non va solo inteso nel senso più tradizionale, e allo stesso tempo restrittivo, del termine. Con la parola capitale, infatti, come la Co.N.A.P.I. Nazionale insegna, si può indicare anche e soprattutto il capitale umano costituito dai lavoratori o, come strettamente legato ad esso, quel capitale invisibile che ha a che fare con la formazione continua degli stessi lavoratori.
Si tratta di un capitale che forse non è possibile misurare nell’immediatezza ma che, in ultima istanza, è ciò che rende un’organizzazione davvero solida, innovativa e capace di affrontare il futuro.
Il mondo del lavoro, lo sappiamo, è profondamente cambiato e aspetti come la digitalizzazione, la transizione ecologica e le nuove normative ci hanno fatto capire che le competenze acquisite una volta per tutte non bastano più. Allo stato attuale, il sapere ha infatti una scadenza breve: ciò che è utile oggi rischia di essere obsoleto domani.

Ecco perché la formazione continua è diventata la leva strategica delle imprese: non è solo un fatto di aggiornamento dei dipendenti, ma la vera e propria costruzione di un ecosistema di apprendimento permanente che accompagna l’azienda nella sua evoluzione.
Ma, come promesso dal titolo, è il momento di fornire un po’ di numeri che ci permettano di capire la portata del fenomeno. Secondo indagini recenti, che implicano un incrocio di dati forniti dall’Istat, oltre il 57% delle imprese italiane ha investito in programmi di formazione nel 2021, facendo registrare un aumento significativo rispetto agli anni precedenti (nel 2020 erano il 49%). Ad accelerare questa tendenza è stata la pandemia che ha imposto nuovi modelli di lavoro e l’adozione di tecnologie digitali. La percentuale del 57% ci fa ad ogni modo comprendere comprendere quanto la consapevolezza sull’importanza della formazione sia cresciuta, anche grazie a risultati concreti ottenuti anno dopo anno.
Ancora qualche numero
Una ricerca della Corporate Education Community del Politecnico di Milano ha mostrato poi che il 93% delle aziende considera la formazione rilevante per raggiungere gli obiettivi strategici, e più della metà la ritiene addirittura cruciale. Questo perché, come più volte abbiamo ribadito nei nostri articoli, le imprese che investono in formazione registrano incrementi di produttività e riduzione del turnover, con ritorni misurabili anche in termini di redditività.
Qualcuno ha parlato di formazione continua come un “dividendo indivisibile”, che non si vede subito ma si accumula nel tempo. È, in poche parole, ciò che permette alle imprese di reagire alle crisi, di reinventarsi e di restare rilevanti in un mercato che non aspetta.

Ma parliamo ancora di numeri: nel 2023 il tasso di partecipazione alla formazione degli adulti, ossia dei soggetti con età compresa tra i 25-64 anni, ha raggiunto l’11,6%, il valore più alto mai registrato. Un dato che dimostra quanto la cultura dell’apprendimento permanente stia crescendo, nonostante le forti diseguaglianze a livello territoriale, con il Mezzogirono ancora particolarmente svantaggiato.
Uno svantaggio, quello delle aziende del Sud, che putroppo si traduce nella perdita di benefici concreti connessi alla formazione come, per esempio, l’aggiornamento costante, la produttività più alta, la maggiore fidelizzazione, l’innovazione e l’attrattività per i migliori talenti sul mercato.
Un vero peccato visto che, ricorrendo ancora ai numeri, molti studi interni evidenziano che i dipendenti che completano percorsi formativi hanno un tasso di promozione superiore del 35% rispetto ai colleghi non formati.
Un dato su cui riflettere.





