PER CAPIRE LA GRAZIA DI SORRENTINO BISOGNA ASCOLTARE GUÉ


Il presente entra nel cinema d’autore e disturba il potere.

Nel cinema di Paolo Sorrentino nulla è casuale. Nemmeno la presenza di Guè in La Grazia. Il rap entra nel film non come provocazione né come ammiccamento, ma come segnale: l’irruzione del presente in un mondo che vive di passato.
Mariano De Santis, interpretato da un Toni Servillo monumentale, è un uomo di istituzione, rigido, schiacciato dalla memoria e dal peso del ruolo. Un uomo di cemento. In questo corpo immobile, l’ascolto del rap diventa un gesto inatteso. Non perché ne comprenda il linguaggio, ma perché ne percepisce la vibrazione emotiva. È lì che qualcosa si incrina.
Sorrentino non usa Guè per legittimare il rap, né per scandalizzare. Fa qualcosa di più radicale: inserisce un linguaggio non addomesticato nel cuore simbolico del potere.

Un codice che l’Italia adulta fatica a decifrare, ma che racconta meglio di molti discorsi lo scarto tra le generazioni.
Il punto non è se il rap “meriti” il cinema d’autore. La vera domanda è cosa accade a un paese che non riesce più a riconoscere i linguaggi del presente. In un’Italia che invecchia e si ripiega su se stessa, la cultura rischia di diventare una fortezza: rassicurante, autoreferenziale, incapace di ascoltare ciò che disturba.
È in questa frattura che Guè diventa centrale. Non come simbolo giovanile, ma come corpo vivo del presente. Anche Sorrentino ha ammesso di non comprenderne fino in fondo quella musica, ma di intuirne l’essenziale: il dolore, la ferita, l’umanità.
Portare Guè dentro il palazzo significa affermare che il potere non può limitarsi a custodire il passato. Deve esporsi al presente. Anche quando stona. Perché la grazia, nel cinema di Sorrentino, non nasce dall’armonia. Nasce sempre dal conflitto

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