La democrazia si misura anche dalla concorrenza delle idee
Noi siamo ciò che dovremmo essere: organizzazioni sindacali datoriali di seconda generazione che operano nel pieno rispetto dell’ordinamento giuridico, rappresentando artigiani, piccole imprese e imprenditori che chiedono di poter partecipare, contribuire e competere ad armi pari nel sistema della rappresentanza.
La Costituzione italiana riconosce il principio della libertà e della pluralità sindacale. È uno dei pilastri della democrazia e garantisce che ogni organizzazione possa esprimere la propria rappresentanza senza discriminazioni o privilegi. Almeno in teoria.
La realtà, purtroppo, racconta una storia diversa.
Le porte del CNEL restano di fatto chiuse alle nuove organizzazioni. Nel sistema della contrattazione collettiva nazionale convivono due distinti elenchi di contratti: quelli sottoscritti dalle organizzazioni storiche e quelli stipulati dai nuovi soggetti associativi.
Formalmente dovrebbero avere pari dignità giuridica.
Nella pratica, invece, la loro collocazione in contenitori differenti determina una diversa considerazione istituzionale, amministrativa e, soprattutto, culturale.
Il risultato è evidente: il valore attribuito a un contratto non viene misurato sulla qualità dei suoi contenuti, sulla capacità di innovare o di rispondere alle esigenze delle imprese e dei lavoratori, ma sull’identità di chi lo sottoscrive.
È una distinzione che non trova fondamento nei principi costituzionali e che finisce per consolidare posizioni di privilegio anziché favorire il confronto.
La stessa logica si ripropone nell’Albo nazionale degli organismi paritetici.
La normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro riconosce il ruolo degli organismi costituiti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, attribuendo loro importanti funzioni, tra cui la certificazione della formazione.

Tuttavia, nella prassi amministrativa, viene richiesto che entrambi i soci costituenti dell’organismo applichino contratti collettivi con una diffusione almeno pari al 5%.
Ma dove è scritto tutto questo?
Non nella legge.
Si tratta di un criterio introdotto nella prassi, sostenuto dalle organizzazioni storiche, che finisce per limitare l’accesso dei nuovi soggetti al sistema della bilateralità, restringendo di fatto il pluralismo che l’ordinamento dovrebbe invece garantire.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto la rappresentanza delle organizzazioni di seconda generazione. Riguarda la qualità stessa della nostra democrazia.
Quando si impedisce a nuovi soggetti di partecipare ai luoghi istituzionali, quando si costruiscono barriere non previste dalla legge, quando si attribuisce valore non alle idee ma al peso storico di chi le propone, non si tutela il sistema: lo si impoverisce.
La competizione tra organizzazioni dovrebbe fondarsi sulla capacità di rappresentare meglio le imprese, sulla qualità della contrattazione, sull’efficienza dei servizi e sulla credibilità delle proposte.
In una democrazia matura non dovrebbero esistere vincitori designati in partenza.
Eppure, oggi, sembra prevalere un’altra logica: quella di chi, forte della propria posizione dominante, preferisce impedire il confronto piuttosto che affrontarlo.
Non si accetta la sfida del merito; si evita che la partita abbia inizio.
È il segno di una concezione della rappresentanza che difende rendite di posizione anziché promuovere l’innovazione.
Ma nessun sistema può dirsi realmente democratico se consente soltanto ad alcuni di partecipare e agli altri chiede di restare spettatori.
Le organizzazioni sindacali datoriali di seconda generazione non chiedono privilegi, né corsie preferenziali.
Chiedono semplicemente il rispetto delle regole costituzionali, la piena attuazione del principio di pluralismo sindacale e la possibilità di confrontarsi sul terreno del merito.
Perché la democrazia non teme la concorrenza delle idee.
La incoraggia. E quando qualcuno cerca di impedirla, non sta difendendo il sistema: sta difendendo esclusivamente il proprio potere.





