Julia Roberts abbandona il sorriso per riscoprire l’ombra
Con After the Hunt, Julia Roberts torna al cinema in una forma che sorprende: più matura, più cupa, più consapevole. Nei panni di Alma, una professoressa che si muove tra desiderio, colpa e potere, l’attrice abbandona ogni rassicurazione. Niente sorriso da manifesto, niente luce da fiaba: solo ombre, pause e verità taciute. È un ritorno alla complessità, costruito come una sinfonia di contraddizioni. Nel nuovo film di Luca Guadagnino, presentato a Venezia, Roberts incarna una donna che non cerca più di piacere, ma di capire. Lo fa con misura, lasciando che siano i silenzi a raccontare l’ambiguità del suo personaggio.
È il punto d’arrivo di un percorso cominciato trent’anni fa, con Pretty Woman, quando bastava un abito rosso e un sorriso per cambiare il destino di un film — e di un’intera generazione. Da lì, la Roberts è diventata il volto della favola romantica, la “fidanzata d’America” che faceva sognare e ridere, da Notting Hill fino a My Best Friend’s Wedding. Poi qualcosa è cambiato. Con Erin Brockovich (2000), ruolo che le valse l’Oscar, ha trasformato la grazia in forza civile, la dolcezza in determinazione.

E con Closer (2004) ha scavato nelle pieghe più scomode del desiderio, mostrando una femminilità meno perfetta, più reale. Quel film segnò la fine dell’innocenza cinematografica di Julia Roberts — e l’inizio di un dialogo nuovo tra potere e vulnerabilità.Oggi, After the Hunt completa quella metamorfosi.
Guadagnino la dirige come un corpo narrativo, non più come volto iconico: Roberts diventa linguaggio, tensione, memoria. La sua Alma non seduce, non consola: interroga.
E mentre tutto intorno a lei si muove tra accuse, silenzi e fragilità, la Roberts si muove con la calma di chi conosce il peso del tempo.
Sullo schermo, non resta il sorriso.
Resta il mistero.
E forse, proprio lì, si nasconde la sua nuova bellezza.

