Antonio Zizza, Direttore Centro Studi e Ricerche analizza l’importanza della formazione e dei fabbisogni aziendali
In Italia convivono due paradossi evidenti: giovani con percorsi di studio solidi, spesso arricchiti da master e dottorati, che faticano a trovare un’occupazione coerente con le loro competenze, e imprese – in particolare artigiane, micro e piccole, ma anche medie e grandi – che dichiarano di non riuscire a reperire i profili professionali di cui avrebbero bisogno. Questo scollamento strutturale tra domanda e offerta di lavoro è ciò che chiamiamo mismatch occupazionale.
Le principali analisi statistiche disponibili mostrano da tempo che il nostro Paese combina un livello relativamente basso di laureati con un utilizzo inefficiente delle competenze disponibili: da un lato, giovani altamente istruiti che restano disoccupati; dall’altro, aziende che faticano a trovare competenze tecniche, digitali e trasversali adeguate ai nuovi contesti produttivi. A questo si aggiunge un quadro demografico critico, con una progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa e un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa.
Il risultato è un sistema che, nella pratica, non funziona come dovrebbe. Da una parte ascoltiamo storie di neolaureati brillanti che, dopo anni di studio, inviano centinaia di curriculum senza ottenere opportunità stabili e qualificanti. Dall’altra raccogliamo le preoccupazioni di imprenditori che lamentano la mancanza di candidati in grado di entrare nei processi produttivi reali, coniugando sapere teorico, competenze operative e capacità relazionali. Non è solo un problema di “posti vacanti”, ma di qualità dell’incontro tra persone, formazione e lavoro.

È in questo contesto che il Centro Studi e Ricerche della Confederazione Nazionale Artigiani e Piccoli Imprenditori (Co.N.A.P.I. Nazionale) ha avviato il progetto di ricerca “Studio sui fabbisogni aziendali e formativi”, con un’attenzione specifica al mondo artigiano e alle micro e piccole imprese. La nostra ambizione non è sostituirci a ricerche già esistenti, spesso di grande autorevolezza, ma integrare il quadro nazionale con uno sguardo ravvicinato sui territori, sulle filiere produttive minori e sui soggetti che più soffrono il disallineamento tra formazione e lavoro.
La ricerca, come abbiamo spiegato più volte su questo Magazine, si sviluppa in due fasi. La prima, attualmente in corso, prevede un questionario preliminare rivolto a enti di formazione e società di consulenza. Chiediamo di descrivere l’offerta formativa erogata, i profili professionali maggiormente trattati, le criticità riscontrate nei percorsi di inserimento lavorativo e le evoluzioni territoriali dei fabbisogni di competenze. Questa fase ci consentirà di costruire una base empirica condivisa, su cui progettare in modo più mirato la successiva rilevazione presso le imprese.
La seconda fase, infatti, sarà dedicata direttamente alle aziende, con un questionario finalizzato a indagare le figure professionali più richieste, le competenze necessarie (tecniche e trasversali), le ragioni delle difficoltà di reperimento e i fabbisogni formativi emergenti. È prevista anche una specifica sezione dedicata ai lavoratori stranieri, per cogliere opportunità e criticità legate all’inclusione di competenze provenienti da altri Paesi.
I dati raccolti nelle due fasi confluiranno in un Rapporto nazionale finale, che offrirà non solo analisi, ma anche indicazioni operative per imprese, enti formativi e decisori istituzionali.
Al centro di questo lavoro c’è una convinzione semplice, ma esigente: per ridurre il mismatch occupazionale non basta aumentare l’offerta di corsi o accelerare l’incontro tra domanda e offerta in chiave puramente quantitativa. Occorre ripensare la relazione tra sistema produttivo e sistema formativo in termini di corresponsabilità: portare la formazione nelle imprese e, allo stesso tempo, portare le imprese nella formazione. Significa coinvolgere attivamente imprenditori, docenti, formatori, consulenti e mondo accademico in un dialogo stabile sulla definizione delle competenze, sui linguaggi da utilizzare, sulla qualità dei percorsi e sulla centralità della persona nei processi economici e produttivi.

In questa prospettiva, la nostra ricerca vuole essere anche un esercizio di economia civile: leggere il lavoro non solo come variabile economica, ma come luogo di crescita personale, relazionale e comunitaria; considerare l’impresa come comunità di persone e non soltanto come combinazione di capitale e lavoro; riconoscere che ogni scelta formativa ha una ricaduta diretta sulla dignità e sulla realizzazione professionale delle persone.
Perché questo percorso abbia una consistenza scientifica e utilità pratica, oltre che economica e produttiva, è indispensabile una partecipazione ampia. Abbiamo già raccolto circa trenta questionari da parte di enti di formazione, ma riteniamo necessario ampliare significativamente il campione per restituire un quadro più rappresentativo.
Per questo abbiamo deciso di prorogare la compilazione del questionario preliminare fino al 15 maggio.
Invito quindi tutti gli enti di formazione e le società di consulenza interessate a contribuire a questa indagine, compilando il questionario disponibile all’indirizzo:
https://questionario.conapinazionale.it/
Le risposte, come già detto, saranno trattate esclusivamente in forma aggregata e anonima e confluiranno nel Rapporto Nazionale Co.N.A.P.I. sui fabbisogni aziendali e formativi. È un passaggio necessario se vogliamo, insieme, passare dalla denuncia del mismatch occupazionale alla costruzione di strumenti concreti per ridurlo, mettendo davvero al centro le persone, le imprese e i territori.


























