La sostenibilità è diventata uno dei tratti distintivi più significativi dell’identità contemporanea, soprattutto tra le nuove generazioni e nelle realtà che cercano un equilibrio tra innovazione e responsabilità.
Non rappresenta più soltanto un insieme di buone pratiche o un orientamento etico, ma un vero linguaggio culturale attraverso cui individui e organizzazioni definiscono se stessi, comunicano i propri principi e costruiscono relazioni basate sulla coerenza e sulla fiducia. Considerare la sostenibilità come valore identitario significa riconoscere che ogni scelta quotidiana, dal consumo alla mobilità, dal lavoro alla gestione delle risorse, diventa un atto espressivo. Le persone adottano comportamenti sostenibili non solo per ridurre l’impatto ambientale, ma perché tali comportamenti incarnano una visione del mondo e un’idea di futuro. La sostenibilità diventa così una narrazione personale e collettiva, capace di raccontare impegno, consapevolezza e responsabilità. Le imprese stanno interpretando questo cambiamento ridefinendo la propria identità attraverso strategie che integrano sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Non è più sufficiente comunicare iniziative isolate: ciò che conta è la coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa, la trasparenza dei processi e la capacità di generare un impatto positivo reale. Le organizzazioni che riescono a farlo diventano punti di riferimento credibili, capaci di attrarre clienti, talenti e partner che condividono gli stessi valori.
La sostenibilità come valore identitario si manifesta anche nella crescente attenzione verso la tracciabilità, l’economia circolare, il riuso e la riduzione degli sprechi. Queste scelte non sono percepite come rinunce, ma come espressioni di appartenenza a una comunità globale impegnata nella tutela del pianeta. Allo stesso tempo, la dimensione sociale della sostenibilità assume un ruolo centrale: inclusione, equità, benessere e diritti diventano elementi fondamentali di un’identità che non separa l’ambiente dalle persone. Questo cambiamento culturale è alimentato da una maggiore disponibilità di informazioni e dalla diffusione di strumenti che permettono di valutare l’impatto delle proprie azioni. La tecnologia amplifica le narrazioni sostenibili, favorisce la condivisione di buone pratiche e rende più visibili incoerenze e comportamenti virtuosi, spingendo individui e organizzazioni verso scelte più responsabili. La sostenibilità come valore identitario rappresenta quindi un’evoluzione profonda del modo in cui la società interpreta il proprio ruolo nel mondo. Non è una tendenza passeggera, ma un processo culturale che ridefinisce priorità, aspirazioni e modelli di sviluppo. In un’epoca segnata da sfide globali, questo valore diventa un punto di riferimento stabile, capace di orientare decisioni individuali e collettive verso un futuro più equilibrato, consapevole e condiviso.
Il viaggio del benessere psicologico: formazione e relazioni sane al lavoro. La striscia dell’intervista al Centro Studi e Ricerhe
Si è parlato di benessere psicologico legato alla formazione: in che modo crede che i percorsi educativi possano influire sul benessere mentale dei partecipanti?
Anzitutto è importante chiarire che il benessere psicologico, nelle organizzazioni e nei luoghi di lavoro, nasce da un ambiente di lavoro sano, equo e capace di riconoscere il valore umano delle persone. La formazione, in questo contesto, non è direttamente la fonte del benessere, ma uno degli strumenti più validi che possono sostenerlo e rafforzarlo, a condizione che sia coerente con la cultura aziendale e con i valori realmente praticati all’interno dell’impresa. Quando l’azienda promuove relazioni basate su fiducia, ascolto e responsabilità condivisa, allora la formazione può diventare un’occasione per rinnovare motivazioni, attivare curiosità e stimolare le proprie capacità. Ma senza una base organizzativa orientata al benessere, anche i migliori percorsi formativi rischiano di restare marginali o inefficaci. In questo senso, trovo piuttosto significativo il Disegno di legge approvato la scorsa settimana dell’Assemblea del CNEL, che ha ad oggetto le “Disposizioni per la valorizzazione della fraternità umana nei luoghi di lavoro”. Un passaggio molto importante che mette al centro il valore delle relazioni umane come elemento essenziale della vita professionale, accanto al welfare e alla produttività.
Educare alla fraternità, alla cooperazione e al rispetto reciproco è una priorità per le imprese che vogliono realmente investire nella qualità del lavoro. È da questo terreno che nasce un benessere autentico e duraturo. La formazione, quindi, trova il suo senso più profondo quando si inserisce in un progetto aziendale che mette al centro la persona e riconosce il lavoro come spazio di realizzazione umana e sociale.
Quali sono, secondo lei, gli elementi chiave che rendono un ambiente formativo realmente “sano” e inclusivo dal punto di vista psicologico? Un ambiente formativo può dirsi sano quando riflette i valori e le pratiche di un’organizzazione che si prende realmente cura delle persone. Non è una questione tecnica, ma culturale: l’aula formativa non può essere slegata dal clima aziendale che la genera. La formazione diventa efficace solo se è parte di un ecosistema in cui le persone si sentono accolte, rispettate e valorizzate. Questo vale per i lavoratori dipendenti, per i professionisti autonomi e per gli stessi imprenditori. La centralità della persona deve essere un principio guida e noi come Co.N.A.P.I. Nazionale lo sosteniamo da sempre.
Come ha sottolineato il Presidente di Co.N.A.P.I. Nazionale, il dott. Basilio Minichiello, l’impegno dell’organizzazione datoriale è proprio quello di aiutare le imprese a costruire percorsi formativi orientati al benessere, che tengano conto non solo delle competenze tecniche, ma anche del contesto umano e relazionale in cui esse vengono applicate.
Ha osservato cambiamenti nel modo in cui i discenti vivono la formazione dopo la pandemia? Se sì, come si riflette questo sul loro benessere? Sì, il cambiamento è evidente. La pandemia ha modificato profondamente la percezione del lavoro, del tempo e della relazione con l’apprendimento. Oggi le persone non cercano solo aggiornamenti professionali, ma esperienze capaci di generare significato, connessione e benessere emotivo.
Molti lavoratori avvertono il bisogno di ambienti di lavoro più equilibrati, meno stressanti, più attenti alla dimensione personale e – mi sia consentito – maggiormente legato ad una dimensione “fraterna”. La formazione, se pensata in questa prospettiva, può offrire uno spazio di ascolto ovvero persino di cura. Secondo il recente Rapporto Censis-Eudaimon, è cresciuta la domanda di tempo di qualità, di armonia tra vita privata e lavorativa, e di strumenti per affrontare in modo sostenibile le sfide quotidiane. La formazione può rispondere a questi bisogni solo se non si limita a “erogare” contenuti, ma si propone di “trasformare” le persone e i contesti in cui operano. Nel nostro Centro Studi, abbiamo pubblicato un report su questo tema, intitolato “Formare per trasformare”, proprio per sottolineare la necessità di un approccio più profondo e integrato all’apprendimento nei contesti aziendali.
Guardando al futuro, quali competenze considera fondamentali per promuovere una formazione attenta anche al benessere psicologico? Credo che nei prossimi anni sarà sempre più evidente che le competenze tecniche, pur fondamentali, non bastano. Le imprese dovranno puntare su competenze relazionali, emotive e sociali, che permettano alle persone di lavorare in modo sostenibile, collaborativo e consapevole. Competenze come l’ascolto attivo, la gestione dei conflitti, l’intelligenza emotiva, la comunicazione non ostile e l’equilibrio tra vita e lavoro saranno determinanti per costruire ambienti professionali sani. E la formazione dovrà saperle valorizzare e integrare nei percorsi di crescita.
In questo quadro, figure professionali come lo psicologo del lavoro o l’esperto di dinamiche organizzative saranno sempre più centrali. Ma sono certo che ci sia spazio anche per approcci più riflessivi, come quello filosofico, capaci di aiutare le persone a interrogarsi sul senso del lavoro, sulle relazioni e sull’etica delle scelte quotidiane. Come Centro Studi Co.N.A.P.I. sosteniamo tutto questo e, da poco, abbiamo pubblicato un questionario che ha lo scopo di a raccogliere esperienze, buone pratiche e indicatori di benessere aziendale. Lo facciamo attraverso una serie di domande rivolte alle imprese, con l’obiettivo di costruire strumenti operativi che possano migliorare la qualità organizzativa e, al tempo stesso, rafforzare il valore sociale dell’impresa.
Lei ha fatto riferimento al questionario elaborato dal Centro Studi e Ricerche. Come è possibile partecipare? Partecipare è molto semplice e richiede solo pochi minuti. Il questionario è stato pensato per raccogliere dati e riflessioni sul benessere nei luoghi di lavoro, dando voce alle imprese che ogni giorno affrontano sfide complesse e cercano soluzioni concrete. È uno strumento che può contribuire a migliorare le politiche aziendali e le strategie formative. E, soprattutto, è un atto di responsabilità sociale. Il link per partecipare è il seguente: https://forms.gle/wVKyAach5LhSJwDv8 Ogni risposta è un contributo per costruire imprese più umane, inclusive e capaci di generare valore duraturo.
Essere padre oggi significa trasmettere ai figli valori come il rispetto, l’onestà e il sacrificio, con particolare attenzione al ruolo del lavoro come strumento di dignità e responsabilità. È importante insegnare che il lavoro richiede impegno, passione e competenza, e che non ci sono scorciatoie per il successo. La stabilità si ottiene attraverso la produttività e il valore aggiunto, non solo con i diritti. Il mio obiettivo è prepararli alla realtà, affinché affrontino le sfide con coraggio e consapevolezza.
Il 25 aprile celebra la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, simbolo di democrazia e libertà. È una ricorrenza storica ma anche un’opportunità economica, soprattutto per turismo e commercio. Musei, ristoranti e località turistiche registrano un aumento delle presenze. Quest’anno, le celebrazioni avverranno in tono più sobrio, in segno di lutto nazionale.
Il Presidente di Co.N.A.P.I. Nazionale, Basilio Minichiello, ha ricordato con profonda emozione l’incontro con Papa Francesco, definendolo un momento indelebile nel suo cuore. Durante la visita in Vaticano, Minichiello consegnò al Pontefice una targa in omaggio al suo impegno umano e sociale. Colpito dall’umiltà e dal sorriso del Papa, ne ha lodato la capacità di trasmettere speranza. Dopo la sua scomparsa, quel ricordo assume un valore ancora più profondo e simbolico.
L’APPARTENENZA È UN LEGAME PROFONDO E VOLONTARIO CHE UNISCE L’INDIVIDUO A UN GRUPPO, UNA COMUNITÀ O UN’IDEA, RICHIEDENDO COERENZA, LEALTÀ E IMPEGNO. È UN’ESPERIENZA CHE SI COSTRUISCE GIORNO DOPO GIORNO, AFFRONTANDO INSIEME LE SFIDE E DIFENDENDO I VALORI COMUNI.
Il concetto di appartenenza è un aspetto fondamentale della vita umana. Esso rimanda all’idea di sentirsi parte di un gruppo, di una comunità, di un’idea o di un’ideologia. L’appartenenza non è semplicemente un fatto esterno, ma una scelta consapevole che crea un legame profondo e indissolubile con ciò che si decide di abbracciare. Quando si sceglie di appartenere a qualcosa – che sia un gruppo sociale, una comunità, un’organizzazione o un’idea – si accetta di farne parte nel bene e nel male. Non si può decidere di essere parte di un gruppo solo quando le circostanze sono favorevoli o quando conviene. Al contrario, l’appartenenza richiede coerenza, lealtà e un senso di responsabilità che deve essere difeso e rivendicato sempre. Far parte di un gruppo significa condividere valori, ideali e obiettivi comuni. Questo implica sostenerlo nei momenti di difficoltà, senza prendere le distanze alla prima critica o al primo ostacolo.
Ad esempio, immaginate un dipendente di un’azienda che, dopo aver scelto di lavorare in quel contesto, alla prima occasione di critiche o problemi si dissocia dall’organizzazione e prende le distanze dalle sue responsabilità. Questo comportamento non solo danneggia l’immagine dell’azienda, ma trasmette un messaggio di slealtà e incoerenza a chi osserva dall’esterno. Non c’è atteggiamento peggiore che “sputare nel piatto dove si mangia”. Questa espressione popolare sottolinea l’importanza di riconoscere e valorizzare ciò di cui si fa parte, evitando di screditare il gruppo o l’organizzazione da cui si trae beneficio. Chi adotta un simile comportamento rischia di perdere credibilità, di essere screditato e isolato non solo dal gruppo di appartenenza, ma anche dalla società in generale. L’appartenenza non deve essere vista come un vincolo imposto, ma come un impegno scelto liberamente, che porta con sé un senso di identità e di realizzazione personale. Solo attraverso la coerenza, la lealtà e la difesa costante dei valori condivisi, l’appartenenza diventa un’esperienza arricchente e costruttiva per il singolo e per la collettività.
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