Con l’invecchiamento della popolazione immigrata, il sistema produttivo e di welfare è chiamato a ripensare strumenti e tutele: la bilateralità emerge come leva chiave per garantire inclusione, accesso ai diritti e cura lungo tutto l’arco della vita lavorativa.
L’Italia vive una fase avanzata di transizione demografica, con popolazione in calo, natalità persistentemente bassa, aumento della longevità e crescita della quota di anziani. Ne deriva uno squilibrio crescente tra popolazione in età attiva e popolazione anziana, oltre che una pressione sempre più forte sulla filiera della long-term care, che comprende RSA, strutture residenziali e servizi domiciliari.
Dentro questo quadro si colloca una trasformazione finora poco considerata nella programmazione dei servizi: l’invecchiamento della popolazione migrante residente. Per decenni l’immigrazione, come mostrato anche nelle ricerche del nostro Centro Studi, è stata letta quasi solo in termini di apporto di forza lavoro, chiamata a coprire lavori manuali pesanti, turni disagiati, mansioni di cura a bassa tutela. Oggi una parte significativa della prima generazione migrante, stabilmente insediata nel Paese, entra nella terza età e manifesta bisogni di salute, assistenza e accompagnamento che si intrecciano con fragilità socio-economiche, barriere linguistiche, differenze culturali nella percezione della malattia e reti familiari meno strutturate.
L’invecchiamento della popolazione immigrata ricorda che i lavoratori non sono solo forza lavoro, ma persone che, con il passare degli anni, hanno bisogno di cure, attenzione e supporto psicofisico adeguato. Questo vale per tutti i lavoratori. Per gli stranieri, però, l’accesso effettivo ai diritti sanitari e sociali è spesso più irregolare e ostacolato: la stessa fragilità che colpisce tutti rischia di diventare, per loro, esclusione.
In questo scenario la bilateralità può svolgere una funzione decisiva. Gli enti bilaterali, come E.LAV. ad esempio, non sono soltanto luoghi di gestione di servizi, ma infrastrutture di tutela che accompagnano imprese e lavoratori lungo tutto il percorso occupazionale e anche oltre. Per tutti i lavoratori, la bilateralità può sostenere prevenzione, formazione, sostegno al reddito, conciliazione dei tempi di vita–lavoro e molto altro. Per i lavoratori stranieri, più spesso impiegati in lavori usuranti e con carriere frammentate, essa diventa anche una porta di accesso ai diritti sociali, uno strumento di orientamento tra servizi sanitari e socio-assistenziali, un presidio in cui la fragilità non è lasciata sola.

Un capitolo centrale è quello dei fondi sanitari integrativi, che si affiancano al Servizio sanitario nazionale e, se ben progettati, possono contribuire in modo significativo alla salute dei lavoratori lungo l’intero arco di vita. Per i lavoratori questi strumenti offrono la possibilità di accedere più rapidamente a visite, diagnostica, percorsi di prevenzione e, in alcuni casi, servizi di supporto psicologico e assistenza continuativa. Per chi ha alle spalle anni di lavoro gravoso, talvolta in condizioni precarie – come accade a molti lavoratori stranieri – la presenza di un fondo sanitario integrativo e di un sistema di welfare contrattuale attivo può fare la differenza tra una presa in carico tempestiva e un rinvio che aggrava la malattia.
Per una Confederazione datoriale come Co.N.A.P.I. Nazionale, impegnata a rappresentare artigiani, micro e piccoli imprenditori, tutto questo richiama direttamente il tema della funzione sociale d’impresa, un tema che, unito al concetto di bene comune, assume un valore centrale. Gli strumenti della bilateralità, del welfare contrattuale e della sanità integrativa non sono costi accessori o semplici adempimenti, ma modi concreti con cui l’impresa riconosce che il rapporto di lavoro non si esaurisce nella fase di piena produttività.
Riguardano tutti i lavoratori, ma chiedono in modo particolare di farsi carico di chi, tra i lavoratori stranieri, arriva alla maturità avanzata con meno reti, meno tutele effettive e maggiori ostacoli di accesso ai diritti. Investire in questi strumenti significa prendersi cura del capitale umano lungo tutta la traiettoria biografica, tenendo insieme competitività e dignità della persona, efficienza e inclusione.
È anche da questa capacità di accompagnare i lavoratori che invecchiano, nativi e immigrati, che si misurerà la qualità sociale del nostro sistema produttivo e la credibilità del ruolo di rappresentanza esercitato da Co.N.A.P.I. Nazionale. Di qui il nostro motto, che non ci stancheremo mai di affermare e praticare: “La persona prima del capitale”.





