Josh Safdie racconta il ping pong come una forma di sopravvivenza.
Candidato a nove premi Oscar, Marty Supreme evita la strada della recensione tradizionale. Josh Safdie costruisce il film attraverso dettagli che diventano racconto, lasciando che siano oggetti, volti e spazi a parlare.
Il primo indizio è una racchetta. Quella impugnata dal giapponese Koto Endo durante la semifinale londinese non risponde a un capriccio estetico, ma a una necessità vitale. Endo è rimasto sordo a causa della Seconda guerra mondiale e non riesce a orientarsi seguendo il suono della pallina. La racchetta, mai vista prima, diventa una protesi sensoriale: in Marty Supreme il design è sempre una risposta al trauma. Anche il corpo di Timothée Chalamet viene trattato come materia narrativa. Safdie interviene sul volto dell’attore in modo quasi invisibile, facendogli indossare occhiali da vista sopra le lenti a contatto per rimpicciolire gli occhi. Il risultato è uno sguardo meno iconico, più chiuso, che allontana il personaggio dal glamour contemporaneo e lo restituisce alla sua epoca. Il film tocca poi la Storia in modo diretto. Béla Kletzki, interpretato da Géza Röhrig, si ispira al campione polacco Alojzy Ehrlich, sopravvissuto ad Auschwitz e Dachau perché riconosciuto come tennistavolista di fama mondiale.

Anche la famosa scena del miele in favo non è simbolica, ma reale, tratta dai racconti autobiografici di Marty Reisman. Safdie non spiega: lascia che lo sport e lo sterminio si sfiorino con brutalità. La stessa precisione attraversa la ricostruzione della New York degli anni ’50. Con lo scenografo Jack Fisk, il film cancella ogni traccia di modernità: club di ping pong, camion dei giornali, negozi e strade vengono ricostruiti partendo da fotografie e planimetrie d’epoca. Le baracche di Auschwitz nascono in una casa del New Jersey. Persino la sporcizia viene trattata come elemento narrativo, bagnata e resa viva per restituire la durezza dell’ambiente. Al centro resta Marty Reisman, figura reale e irregolare. Nato a Manhattan nel 1930, campione giovanile precoce, Reisman capì presto che nel ping pong le vittorie non bastavano per vivere. Tra tornei, traffici illegali e spettacolo, costruì un personaggio fuori dagli schemi. Soprannominato “l’Ago” per il fisico magro e celebre per il suo dritto Atomic Blast, vinse 22 titoli nazionali, uno a 67 anni. Marty Supreme racconta proprio questo: non la gloria dello sport, ma l’ingegno necessario per sopravvivere.

