CALDO TORRIDO E TUTELA DEI LAVORATORI ALL’APERTO DATORI DI LAVORO INVESTONO IN SICUREZZA


Il caldo torrido che sta investendo il Paese ripropone con forza il tema della protezione dei lavoratori e degli operai impegnati nelle attività all’aperto, un ambito in cui la normativa esistente offre strumenti importanti ma richiede un’applicazione rigorosa e una cultura della prevenzione ormai indispensabile.

Le ondate di calore, sempre più frequenti e prolungate, rappresentano un rischio concreto per la salute: colpi di calore, disidratazione, cali di pressione, perdita di lucidità e infortuni correlati sono effetti documentati e riconosciuti anche dal legislatore come fattori che incidono direttamente sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. In questo scenario, il quadro normativo italiano si fonda sul Testo Unico sulla Sicurezza, che prevede la necessità di valutare tutti i rischi, compresi quelli derivanti da condizioni climatiche estreme, e di adottare misure adeguate di prevenzione e protezione. Sempre più spesso i datori di lavoro si mostrano non solo collaborativi, ma pienamente favorevoli a un’organizzazione del lavoro che tenga conto delle temperature reali e delle condizioni microclimatiche. La consapevolezza che la tutela della salute dei lavoratori rappresenti un valore, oltre che un dovere, sta portando molte imprese a introdurre spontaneamente turnazioni più flessibili, pause aggiuntive, aree d’ombra attrezzate e sistemi di idratazione continua, in linea con le indicazioni contenute nelle linee guida INAIL sul caldo. È un approccio che unisce responsabilità sociale e visione strategica: un lavoratore tutelato è un lavoratore più sicuro, più efficiente e meno esposto a infortuni.

A questo impianto si aggiungono le indicazioni del Ministero del Lavoro e i protocolli regionali che, negli ultimi anni, hanno previsto la possibilità di sospendere i cantieri in caso di temperature estreme, con il ricorso agli ammortizzatori sociali per garantire continuità reddituale ai lavoratori, un tema affrontato anche nei protocolli regionali di sospensione dei cantieri. Molti datori di lavoro accolgono positivamente questi strumenti, riconoscendo che fermarsi nelle ore più critiche non è una perdita, ma una scelta di buon senso che tutela sia la salute dei dipendenti sia la qualità del lavoro svolto. Un ruolo crescente lo svolgono gli strumenti tecnologici, come gli indici di rischio basati su temperatura, umidità e radiazione solare, che consentono di programmare le attività in modo più preciso e di intervenire tempestivamente quando le condizioni superano le soglie di sicurezza, integrando la valutazione del rischio microclimatico. Anche in questo campo molte aziende stanno investendo in formazione e monitoraggio, consapevoli che prevenire è sempre più efficace che intervenire dopo un malore o un infortunio.
Tuttavia, la normativa e le buone pratiche non bastano se non accompagnate da una cultura della prevenzione realmente condivisa, in cui il datore di lavoro esercita la propria responsabilità organizzativa e il lavoratore è messo nelle condizioni di segnalare situazioni critiche senza timore di ripercussioni.

La protezione della salute non può essere sacrificata alle esigenze produttive, soprattutto in un contesto in cui il cambiamento climatico rende sempre più imprevedibili le condizioni operative. Diventa quindi essenziale rafforzare i controlli, aggiornare costantemente i documenti di valutazione dei rischi, formare i lavoratori al riconoscimento dei sintomi da stress termico e promuovere una gestione del lavoro che tenga conto della vulnerabilità individuale, dell’età, delle patologie pregresse e della natura delle mansioni svolte.
Il caldo estremo non è più un’eccezione ma un elemento strutturale del nostro tempo, e la tutela dei lavoratori all’aperto rappresenta una sfida che richiede norme chiare, applicazione rigorosa e un impegno collettivo. In questo percorso, il ruolo dei datori di lavoro si sta rivelando decisivo: non come soggetti obbligati, ma come protagonisti consapevoli di un cambiamento culturale che mette al centro la sicurezza, la dignità e la salute delle persone.

LA NUOVA CULTURA DELLA SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO


Il panorama della sicurezza sul lavoro in Italia sta attraversando una profonda evoluzione strutturale e culturale che sposta definitivamente il baricentro dall’adempimento burocratico alla tutela globale della persona.

La salute nei luoghi di lavoro non si riduce più alla sola assenza di infortuni fisici o al rispetto formale di parametri tecnici industriali, ma si riconnette alla sua definizione più nobile, sancita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intesa come il mantenimento e la promozione di un equilibrio dinamico biologico, psicologico e sociale del lavoratore. Questa transizione etica e normativa si riflette in modo sinergico sulla gestione del tempo di lavoro, sull’ampliamento della prevenzione medica e sulle risposte organizzative necessarie per governare la fluidità dei moderni modelli professionali.

Il primo pilastro di questo cambiamento riguarda il riconoscimento del valore del tempo dedicato alla salute. Il principio secondo cui la sorveglianza sanitaria debba realizzarsi durante l’orario di lavoro, storicamente radicato nell’articolo 18 del Decreto Legge 81/08, è stato blindato in modo definitivo dal recente Decreto Sicurezza, che ha eliminato ogni zona d’ombra interpretativa per evitare condotte elusive o abusi. Di conseguenza, tutte le visite mediche obbligatorie, comprese quelle preventive, periodiche, per cambio mansione o prima del rientro da un’assenza per motivi di salute superiore a sessanta giorni, costituiscono a tutti gli effetti tempo di lavoro effettivo.

L’unica linea di demarcazione netta è tracciata per la visita pre-assuntiva effettuata prima della stipula del contratto, in cui l’assenza di un vincolo o di un turno attivo esclude il diritto alla retribuzione oraria, fermo restando che il costo della prestazione medica e degli accertamenti diagnostici deve rimanere totalmente a carico del futuro datore di lavoro.

Se la gestione del tempo sancisce la tutela del dipendente, la vera svolta culturale si realizza nell’estensione della missione del Medico Competente attraverso l’introduzione della prevenzione oncologica su base volontaria. Superando la visione tradizionale limitata al solo monitoraggio dei fattori di rischio esogeni e industriali, come l’esposizione ad amianto o agenti chimici cancerogeni, il medico aziendale si trasforma in un avamposto strategico della sanità pubblica sul territorio, capace di intercettare la popolazione attiva nei luoghi dove trascorre la maggior parte della propria giornata. Questa collaborazione si articola attraverso campagne di screening interno per esami non invasivi nei locali aziendali in sinergia con le ASL e il Terzo Settore, mediante la promozione di stili di vita sani che contrastano i fattori di rischio modificabili intervenendo sulla sedentarietà e sulle opzioni alimentari delle mense, e infine tramite una consulenza personalizzata che integra le visite obbligatorie con uno spazio orientativo basato sull’età, sul genere e sulla familiarità genetica del lavoratore.

Questo approccio integrato alla persona diventa indispensabile di fronte alla flessibilità dei modelli organizzativi. La conversione in legge del Decreto Legge 159 risponde proprio alla necessità di governare gli effetti collaterali dello smart working, che rischia di erodere i confini fisici e temporali tra vita professionale e privata, favorendo rischi emergenti e nuove patologie stress-correlate.

Per questo motivo, le aziende sono oggi tenute a configurare il lavoro agile come un ambiente a rischio specifico, aggiornando il Documento di Valutazione dei Rischi in collaborazione con l’RSPP e il Medico Competente per integrare i rischi ergonomici legati alle postazioni domestiche non standardizzate e i pericoli psicosociali, tra cui spiccano il tecnostress da sovraccarico informativo, l’isolamento sociale e il senso di reperibilità permanente.

A tutela del lavoratore viene quindi esplicitamente normato un diritto alla disconnessione reale all’interno degli accordi individuali e contrattuali, che garantisce la facoltà di non rispondere a comunicazioni fuori dall’orario pattuito senza subire sanzioni disciplinari o pregiudizi professionali. Parallelamente, l’impresa ha l’obbligo di erogare percorsi di formazione e sensibilizzazione mirati a due target aziendali distinti, istruendo i lavoratori sull’autogestione del tempo e sull’allestimento ergonomico della postazione di casa, e guidando i manager verso una transizione culturale incentrata sulla leadership per obiettivi e risultati, abbandonando i vecchi schemi basati sul controllo visivo diretto e sulla pretesa di una costante presenza online. La sfida del futuro per le imprese risiede proprio nella capacità di governare questa complessità, trasformando la conformità normativa in un investimento strategico sul capitale umano, unico vero garante della sostenibilità, dell’attrattività e della resilienza dell’intero sistema produttivo.

SALUTE, SICUREZZA E CONTRATTO SOCIALE NEL LAVORO


La salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro rappresentano oggi uno dei cardini fondamentali della responsabilità sociale, un terreno in cui legalità, tutela dei diritti e qualità dei contratti si intrecciano in modo indissolubile.

Parlare di sicurezza non significa limitarsi al rispetto formale delle norme, ma riconoscere che ogni lavoratore porta con sé una storia, una famiglia, un insieme di affetti che dipendono dalla sua integrità fisica e psicologica. La protezione della persona diventa così un valore che supera l’ambito tecnico e si radica nella cultura collettiva di un’organizzazione. In questo scenario, la legalità non è un adempimento burocratico, ma un impegno etico che si traduce nella costruzione di ambienti di lavoro sani, trasparenti e rispettosi. I contratti, le discipline interne e le procedure operative devono essere strumenti capaci di garantire equilibrio, equità e chiarezza, evitando zone d’ombra che possano mettere a rischio la dignità dei lavoratori. Ogni clausola, ogni protocollo, ogni misura di prevenzione assume un significato concreto quando si comprende che il loro effetto ricade direttamente sulla vita delle persone.

La responsabilità sociale delle imprese, in questo senso, non è un concetto astratto, ma un patto quotidiano che coinvolge dirigenti, dipendenti, rappresentanze sindacali e istituzioni. Solo attraverso un dialogo costante e una formazione continua è possibile costruire una cultura della sicurezza che non sia percepita come un obbligo, ma come un valore condiviso. Investire nella prevenzione significa investire nella qualità del lavoro, nella competitività delle imprese e nella coesione delle comunità. Significa riconoscere che il benessere dei lavoratori non è un costo, ma una risorsa strategica. In un tempo in cui le trasformazioni economiche e tecnologiche impongono nuove sfide, la capacità di coniugare legalità, responsabilità e tutela della persona diventa il vero indicatore di maturità di un sistema produttivo. La sicurezza non è mai un punto di arrivo, ma un percorso che richiede consapevolezza, rigore e partecipazione. È il risultato di un impegno collettivo che mette al centro il valore più importante: la vita umana.

LA CULTURA DELLA SICUREZZA NASCE A SCUOLA


Il Ministero ha istituito il concorso “Salute e sicurezza… insieme!” Per promuove la prevenzione nelle scuole con premi dedicati.

La costruzione di una vera cultura della prevenzione rappresenta oggi una delle priorità più urgenti per il sistema educativo e per l’intera società. Parlare di sicurezza significa affrontare un tema che non riguarda solo il rispetto delle norme, ma la tutela della vita, la responsabilità individuale e collettiva, la capacità di riconoscere i rischi e di adottare comportamenti consapevoli. È un percorso che non può iniziare quando si entra nel mondo del lavoro, perché sarebbe troppo tardi: deve radicarsi molto prima, nei luoghi in cui si formano le persone, nei contesti in cui si sviluppano le abitudini, nei momenti in cui si costruisce il senso civico. La scuola, in questo senso, è il primo presidio culturale della sicurezza, il luogo in cui si impara a osservare, a collaborare, a rispettare gli spazi e le regole, a prendersi cura di sé e degli altri.

In questo quadro si inserisce il concorso nazionale “Salute e sicurezza… insieme! La prevenzione e la sicurezza nei luoghi di lavoro si imparano a scuola”, promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, d’intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito e in collaborazione con INAIL. L’iniziativa coinvolge gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e dei percorsi IeFP, chiamati a elaborare un progetto creativo, libero nella forma, che sappia raccontare e valorizzare il ruolo della prevenzione. La scelta di lasciare piena libertà espressiva non è casuale: permette agli istituti di costruire percorsi multidisciplinari che uniscono competenze tecniche, capacità comunicative, riflessione critica e sensibilità sociale. Attraverso video, elaborati grafici, campagne informative, prodotti multimediali o altre forme narrative, gli studenti possono esplorare il significato della sicurezza, comprenderne le implicazioni e contribuire a diffondere messaggi efficaci all’interno della comunità scolastica.

Il valore educativo di questo concorso va ben oltre la realizzazione di un elaborato. Coinvolgere gli studenti nella progettazione di un messaggio sulla sicurezza significa renderli protagonisti attivi di un processo di consapevolezza. Significa aiutarli a comprendere che la prevenzione non è un insieme di obblighi imposti dall’alto, ma un modo di guardare il mondo, un atteggiamento che si costruisce nel tempo e che richiede attenzione, responsabilità e partecipazione. Significa anche offrire loro l’opportunità di lavorare in gruppo, di confrontarsi, di analizzare situazioni reali, di immaginare soluzioni e di comunicare in modo efficace. In questo modo la sicurezza smette di essere un concetto astratto e diventa un’esperienza concreta, vissuta e interiorizzata.

Il concorso prevede inoltre un sostegno concreto alle scuole che si distingueranno per qualità, originalità e capacità di sensibilizzazione. I primi tre istituti classificati riceveranno un premio economico incrementato rispetto alle precedenti edizioni: 7.000 euro al primo posto, 5.000 al secondo e 3.000 al terzo. Come previsto dall’Addendum al bando, tali risorse dovranno essere utilizzate per l’acquisto di materiali utili a consolidare le attività formative già avviate o a svilupparne di nuove, rafforzando così la continuità dei percorsi educativi. La Commissione potrà inoltre attribuire una menzione speciale a un massimo di due ulteriori progetti che si distingueranno per qualità del messaggio, efficacia comunicativa e capacità di coinvolgere la comunità scolastica.

In un Paese in cui la sicurezza sul lavoro rappresenta ancora una sfida aperta, iniziative come questa assumono un valore strategico. Ogni anno dati e cronache ricordano quanto sia urgente diffondere una cultura della prevenzione che non si limiti alla conoscenza delle norme, ma che diventi un patrimonio condiviso, un modo di pensare e di agire. La scuola può e deve essere protagonista di questo cambiamento, perché è il luogo in cui si formano le competenze, le abitudini e i comportamenti che accompagneranno gli studenti per tutta la vita. Investire sulla sicurezza significa investire sul futuro: significa formare lavoratori più preparati, cittadini più attenti e comunità più responsabili. Significa anche riconoscere che la tutela della salute non è un tema settoriale, ma un valore che riguarda tutti, indipendentemente dall’età, dal percorso di studi o dalla professione.

Solo al termine di questo percorso di senso arriva l’indicazione temporale: gli istituti interessati avranno tempo fino al 31 marzo 2026 per partecipare al concorso. Una scadenza che offre alle scuole l’opportunità di progettare con cura, coinvolgere gli studenti e trasformare il tema della sicurezza in un’esperienza formativa capace di lasciare un segno duraturo. In un momento storico in cui la prevenzione rappresenta una responsabilità condivisa, iniziative come questa contribuiscono a costruire un futuro in cui la tutela della salute non sia percepita come un obbligo, ma come un valore culturale da coltivare fin dall’età scolastica.

TUTELA DELLA SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO: LE NUOVE REGOLE


C’è bisogno sempre di più prevenzione e sicurezza.

Il recente intervento normativo rafforza la protezione dei lavoratori, con particolare attenzione alla prevenzione oncologica, alla sicurezza nelle mansioni a rischio e al sostegno alle imprese di piccole dimensioni.
Le nuove norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro introducono cambiamenti significativi. La prima novità riguarda le visite mediche: tutti gli accertamenti sanitari previsti dalla normativa e quelli richiesti dal medico competente vengono considerati a tutti gli effetti parte dell’orario di lavoro. Restano escluse soltanto le visite effettuate prima dell’assunzione. Questo comporta per le imprese l’obbligo di retribuire il tempo dedicato agli esami e di organizzarsi per gestire eventuali assenze, con particolare attenzione alle realtà più piccole.
Un altro punto importante è l’obbligo per il medico competente di informare i lavoratori sull’importanza della prevenzione oncologica. L’obiettivo è favorire la partecipazione ai programmi di screening previsti dal Servizio Sanitario Nazionale e sostenere le campagne di sensibilizzazione promosse dal Ministero della Salute. Si tratta di una misura che rafforza la collaborazione tra aziende e servizi sanitari e che ha un impatto positivo sul piano sociale.
Per quanto riguarda la sicurezza, viene introdotta la possibilità di sottoporre a visita medica i lavoratori che, impegnati in mansioni a rischio, siano sospettati di trovarsi sotto l’effetto di alcool o sostanze stupefacenti.

Lo scopo è ridurre gli infortuni e garantire un ambiente di lavoro sicuro. In questi casi può emergere il problema della gestione del dipendente dichiarato non idoneo.
Se un lavoratore non è più in grado di svolgere le sue mansioni, il datore di lavoro deve ricollocarlo in attività equivalenti o, se non possibile, in mansioni diverse ma con lo stesso livello di retribuzione. È previsto anche il sostegno a percorsi di recupero. Solo quando non esistono alternative si può arrivare alla risoluzione del rapporto di lavoro.Un ulteriore elemento riguarda il ruolo degli organismi paritetici, che nelle imprese fino a dieci dipendenti possono promuovere iniziative per agevolare la sorveglianza sanitaria, anche attraverso convenzioni con le Aziende Sanitarie Locali o con medici competenti. Questa misura è pensata per aiutare i piccoli datori di lavoro a rispettare gli obblighi di legge.
Infine, la contrattazione collettiva viene invitata a promuovere iniziative per la salute nei luoghi di lavoro e a introdurre permessi retribuiti che consentano ai lavoratori di partecipare agli screening oncologici durante l’orario di lavoro.
In sintesi, le nuove regole rafforzano la tutela della salute dei lavoratori, puntano sulla prevenzione oncologica e sulla sicurezza nelle mansioni a rischio, e cercano di bilanciare la protezione dei dipendenti con le esigenze organizzative delle imprese.

LO PSICOLOGO AZIENDALE: UNA RISORSA DA VALUTARE


La presenza di uno psicologo in azienda può garantire salute individuale e organizzativa

Stress, burnout, difficoltà relazionali, calo della motivazione e disallineamento tra valori personali e aziendali: parole forse complesse eppure semplicemente alla base della tenuta, o meno, di un’azienda.
Si tratta infatti di alcune delle problematiche che possono compromettere la salute organizzativa e la produttività di un’impresa, minandone la sopravvivenza stessa.
E, in virtù di questo, poter contare su una figura che si occupi del benessere psicologico dei lavoratori può essere non solo utile ma addirittura strategica.

Negli appuntamenti settimanali di questa rubrica abbiamo parlato soprattutto di competenze da sviluppare e formare, ma oggi ci dedichiamo a una figura, diversa da quella del formatore, che può comunque svolgere un ruolo di primaria importanza sul posto di lavoro: lo psicologo aziendale.

Lo psicologo aziendale è un professionista laureato in psicologia con una specializzazione in psicologia del lavoro e delle organizzazioni che, a differenza dello psicologo clinico che si occupa prevalentemente del disagio individuale in ambito privato o sanitario, opera all’interno (o in collaborazione con) le imprese, con l’obiettivo di promuovere il benessere psicologico, migliorare le dinamiche relazionali e supportare lo sviluppo organizzativo.

Il suo intervento può essere a carattere individuale, ossia a supporto di dipendenti e manager per affrontare stress, ansia, difficoltà relazionali, gestione del tempo e del carico di lavoro, o di gruppo, e quindi a vantaggio del team building, della gestione dei conflitti, dello sviluppo della comunicazione efficace e della collaborazione. La sua azione può avere, poi, carattere organizzativo e quindi tradursi in un lavoro di analisi del clima aziendale, come nella promozione della cultura del benessere e della sostenibilità psicosociale.

Le attività dello psicologo aziendale

Nel concreto, uno psicologo aziendale può fattivamente occuparsi dell’analisi del clima organizzativo attraverso questionari, interviste e focus group, così da individuare punti di forza e criticità del contesto lavorativo. Attraverso un’attività di formazione e sviluppo, può anche progettare e condurre percorsi formativi su soft skills, leadership, gestione dello stress, intelligenza emotiva e comunicazione assertiva. Chiaramente può offrire sportelli di ascolto per i dipendenti, in presenza o online, in forma riservata e volontaria, e dedicarsi alla gestione dei cambiamenti, accompagnando l’azienda nei processi di trasformazione (digitalizzazione, riorganizzazione, smart working). La sua presenza, inoltre, assicura un’ottima prevenzione del rischio psicosociale in azienda, soprattutto se in collaborazione con le risorse umane per individuare e mitigare i fattori di rischio legati a stress lavoro-correlato, mobbing, burnout.

Certamente la presenza di uno psicologo aziendare sul luogo di lavoro rappresenta un costo ma, ancor più certamente, comporta benefici documentati:

  • Aumento della produttività: lavoratori più sereni e motivati sono anche più efficienti, creativi e proattivi.
  • Riduzione dell’assenteismo e del turnover: il benessere psicologico riduce le assenze per malattia e la fuga dei talenti.
  • Miglioramento del clima aziendale: relazioni più sane e comunicazione più efficace favoriscono la coesione e la collaborazione.
  • Prevenzione dei conflitti e delle crisi: l’intervento precoce evita escalation dannose e costose.
  • Employer branding: un’azienda che si prende cura delle persone attrae e fidelizza i migliori professionisti.
    Oltre alla presenza dello psicologo, è fondamentale diffondere una cultura della salute mentale e della consapevolezza psicologica. La formazione su questi temi, infatti, è uno strumento potente per sensibilizzare, responsabilizzare e prevenire promuovendo comportamenti salutari e strategie di coping efficaci prima che il disagio diventi patologia.

Psicologo interno o consulente esterno?

Non tutte le aziende, però, possono o vogliono inserire uno psicologo nel proprio organico. Tuttavia, esistono diverse modalità di collaborazione come la consulenza periodica, in cui lo psicologo interviene su progetti specifici o in momenti critici; lo sportello di ascolto temporaneo, attivabile in occasione di eventi stressanti (es. ristrutturazioni, emergenze); le attività di formazione e coaching, con percorsi su misura per manager, HR e team; e infine la partnership continuativa per le aziende che vogliono integrare stabilmente la dimensione psicologica nella propria governance.

Negli ultimi anni, anche grazie alla pandemia, la consapevolezza dell’importanza della salute mentale sul lavoro è cresciuta. Sempre più aziende, anche in Italia, stanno investendo in programmi di wellbeing, supporto psicologico e formazione emotiva. Lo psicologo aziendale non è più visto come “l’ultima spiaggia” per gestire le crisi, ma come un partner strategico per costruire ambienti di lavoro più umani, sostenibili e performanti.

LA SALUTE MENTALE NEL MONDO DEL LAVORO: UN’URGENZA CULTURALE E ORGANIZZATIVA


Co.N.A.P.I. promuove la salute mentale nel lavoro con un questionario sul benessere. I lavoratori chiedono ascolto, flessibilità e supporto psicologico.

In un’epoca in cui il lavoro occupa una parte sempre più centrale nella vita delle persone, parlare di salute mentale non è solo necessario: è doveroso. Il benessere psicologico dei lavoratori non può più essere considerato un tema marginale o privato, ma rappresenta una sfida collettiva che coinvolge imprese, istituzioni e società civile. In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale lancia un’iniziativa di grande valore: un questionario dedicato al benessere integrale dei lavoratori, per indagare come le aziende italiane affrontano il tema della salute mentale e del welfare organizzativo.

Abbiamo intervistato il Direttore del Centro Stud, il dottor Antonio Zizza,i per comprendere meglio il senso di questa iniziativa, i dati emersi finora e il ruolo che le imprese possono giocare in questa trasformazione culturale. Ne è emerso un quadro lucido e appassionato, che invita a ripensare il lavoro come luogo di umanità, crescita e cura reciproca.

  1. Direttore, perché la Giornata della Salute Mentale è così importante anche nel mondo del lavoro? Qual è il parere del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I.?

La salute mentale non è una dimensione privata, ma una responsabilità che ci riguarda tutti, a cominciare proprio dalle aziende, il luogo in cui le persone trascorrono una parte significativa della loro giornata.
Il lavoro, che dovrebbe rappresentare un luogo di crescita, di espressione e realizzazione personale, può talvolta – e aggiungo purtroppo – trasformarsi in una fonte di disagio, di stress e di disconnessione interiore.

I dati del Rapporto Censis–Eudaimon 2025 su “Lavoro, aziende e benessere dei lavoratori: un’epoca nuova” ci dicono che circa un quarto dei lavoratori sperimenta condizioni di stress o ansia lavoro-correlato, mentre il 31,8% dichiara di vivere una sensazione di esaurimento o di estraneità rispetto alla propria attività.
Questi sono numeri che ci impongono una riflessione, come persone, ancor prima che come Centro Studi di una Confederazione datoriale: il benessere psicologico non è un lusso, ma un prerequisito per la produttività, la qualità del lavoro e la coesione sociale.

Un lavoratore che sta bene riconosce nel proprio lavoro una parte della sua vocazione: agisce con maggiore energia, motivazione e senso del contributo che offre all’azienda e a tutta la comunità di lavoro.
Per questo, consapevoli del valore fondamentale del wellbeing aziendale, come Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, abbiamo deciso di promuovere un questionario dedicato al benessere integrale dei lavoratori, con l’obiettivo di comprendere come le imprese italiane vivano la salute mentale dei propri collaboratori e il welfare aziendale, e in che modo si prendano cura delle persone che ne fanno parte.

  1. Il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. ha pubblicato un questionario. Qual è l’obiettivo dell’iniziativa?
    L’obiettivo principale è quello di analizzare in modo scientifico e partecipato le pratiche orientate al benessere integrale dei lavoratori.
    Il Questionario sulle pratiche aziendali per il benessere integrale dei lavoratori esplora vari ambiti: la visione delle imprese sul welfare, le politiche di salute mentale, la qualità delle relazioni interne, la conciliazione vita-lavoro, la formazione professionale e il senso di appartenenza organizzativa.
    Il nostro intento è duplice: da un lato raccogliere dati e pratiche già esistenti; dall’altro promuovere una nuova cultura d’impresa virtuosa, consapevole e responsabile, che riconosca cioè nella persona non solo una risorsa produttiva ma un valore in sé.
  2. È in questo senso che il motto della Co.N.A.P.I. — la persona prima del capitale — rappresenta non uno slogan, ma una visione. Attraverso questa ricerca vogliamo contribuire a definire i parametri di un’impresa realmente sociale e virtuosa, capace cioè di prendersi cura in modo integrale dei propri collaboratori.
  3. Dai primi dati e dalle vostre ricerche, quali sono ad oggi le principali esigenze dei lavoratori italiani?
    Il questionario è tuttora aperto, ma alcune tendenze si stanno già delineando. I lavoratori chiedono, più tempo per sé e per la famiglia, maggiore flessibilità organizzativa, ascolto attivo e una migliore qualità della vita.
    Dalle prime proiezioni, oltre la metà dei partecipanti evidenzia il bisogno di forme di lavoro agili e orari compatibili con le esigenze personali, mentre quasi il 40% sottolinea l’importanza di introdurre in azienda servizi di supporto psicologico, eventualmente cofinanziati attraverso strumenti di bilateralità o piani di welfare aziendale.
    Non emergono richieste di privilegi o trattamenti speciali: ciò che i lavoratori chiedono ai datori di lavoro è crescita professionale, più tempo libero, serenità, fiducia e un ambiente di lavoro in cui sentirsi valorizzati.
    Ne consegue che la dignità professionale non si misura solo in termini economici, ma nella possibilità di vivere il lavoro come parte della propria realizzazione personale. In quest’ottica, lo sviluppo delle competenze e la formazione continua di qualità risultano tra i fattori più apprezzati e richiesti dalle imprese contemporanee.
  1. Qual è il ruolo delle imprese in questa trasformazione culturale?
    Le imprese hanno oggi una grande responsabilità: quella di creare contesti di lavoro che favoriscono benessere, motivazione e senso di comunità.
    Come Centro Studi della Co.N.A.P.I. Nazionale, crediamo profondamente che il valore sociale dell’impresa si misuri nella capacità di promuovere la persona umana, a cominciare proprio dagli ambienti di lavoro.
    Parliamo tanto di benessere integrale, che comprende la salute mentale, le relazioni, la crescita professionale e la vita familiare e dobbiamo fare di tutto affinché tutto ciò possa realizzarsi.
    Le imprese, in questo senso, possono essere intese come luoghi domestici — se mi è consentita l’espressione — in cui ciascuno possa mettere a frutto i propri talenti, contribuendo al bene comune. È chiaro che, in questo senso, l’essere piccola impresa è un beneficio piuttosto che uno svantaggio.
    Investire nel benessere integrale è la via per costruire un’economia umana, capace di coniugare efficienza e solidarietà, in linea con il principio costituzionale che riconosce nel lavoro la base della liberà e della dignità di ogni persona.
  2. Come possono le imprese partecipare concretamente al vostro progetto di ricerca?
    Partecipare è semplice. Abbiamo predisposto un questionario online aperto a tutte le imprese, agli artigiani, ai responsabili delle risorse umane e agli operatori del mondo produttivo.
    È possibile accedere direttamente al link https://forms.gle/Br38uvgBg7Z2YgTBA oppure collegarsi al sito ufficiale http://www.conapinazionale.it/ , dove è disponibile la sezione dedicata alla ricerca.
    La compilazione richiede pochi minuti e le risposte vengono raccolte in forma anonima, nel pieno rispetto della protezione dei dati. Tutti i contributi confluiranno in una fotografia nazionale sullo stato del benessere organizzativo in Italia, che sarà elaborata in un rapporto del Centro Studi Co.N.A.P.I.
    Pertanto, ci tengo a precisare che la partecipazione, anche la più piccola, è un atto di responsabilità collettiva: significa credere che l’impresa possa essere un luogo di umanità, di relazioni autentiche e di sviluppo sostenibile. Significa avere a cuore l’impresa e le persone che la costituiscono. Ringrazio personalmente tutti coloro che vorranno parteciparvi.

SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO: IL NUOVO ACCORDO STATO-REGIONI

Il webinar del 16 maggio 2025 sul nuovo Accordo Stato-Regioni ha evidenziato l’importanza di un approccio integrato alla sicurezza sul lavoro. Le nuove direttive rafforzano le responsabilità aziendali e puntano su formazione, prevenzione e benessere psicologico. Esperti e istituzioni hanno sottolineato che la sicurezza deve essere vista come investimento strategico, non solo come obbligo. Il cambiamento culturale è la chiave per ambienti più sicuri, produttivi e sostenibili.

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