Nel sistema produttivo italiano, caratterizzato da una prevalenza di microimprese che costituiscono oltre il 94% del totale e impiegano il 42,3% della forza lavoro del settore, il tema del benessere organizzativo sta assumendo una rilevanza crescente.
La natura minuta ma capillare di queste realtà rende evidente la necessità di politiche mirate che riconoscano il wellbeing come un elemento strategico e non come un semplice complemento gestionale. In questa direzione si colloca l’indagine nazionale promossa dal Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale insieme all’associazione no profit EFI – Ecosistema Formazione Italia, pensata per analizzare in modo approfondito il benessere integrale dei lavoratori delle microimprese italiane. La raccolta dati, attiva fino al 31 agosto 2026 tramite un questionario anonimo disponibile sul portale del Centro Studi, nasce per colmare un vuoto storico: le politiche di welfare aziendale hanno infatti privilegiato le grandi organizzazioni, lasciando in secondo piano quel tessuto produttivo che rappresenta la struttura portante dell’economia nazionale, come evidenziato dal Presidente di EFI, Kevin Giorgis. Una prima rilevazione esplorativa condotta tra il 2025 e l’inizio del 2026 ha già delineato un quadro significativo. Pur trattandosi di dati preliminari, emerge con chiarezza che il welfare è considerato indispensabile dal 100% degli intervistati, ma la sua applicazione concreta risulta complessa a causa di limiti economici, organizzativi e di competenze interne. Le priorità espresse dai lavoratori confermano una trasformazione culturale ormai consolidata: la salute mentale e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata sono indicati dal 71,4% del campione come aspetti fondamentali, mentre il 42,9% guarda con interesse a modelli flessibili e allo smart working, quando compatibili con il settore di attività. Tuttavia, la distanza tra aspirazioni e possibilità operative resta ampia: il 71,4% segnala la mancanza di risorse finanziarie come principale ostacolo, mentre il 28,6% evidenzia una carenza di competenze interne.

A ciò si aggiunge un dato che descrive con precisione il peso emotivo del lavoro nelle microimprese: un dipendente su tre porta con sé a casa le tensioni dell’ufficio, percentuale che raggiunge un preoccupante 91% tra gli imprenditori delle attività familiari. Per comprendere a fondo queste dinamiche, il nuovo questionario amplia il campo di osservazione e introduce temi oggi centrali nel dibattito sulle risorse umane: sostegno ai carichi familiari, diritto alla disconnessione, impatto dell’intelligenza artificiale sulla salute mentale, qualità della leadership, ruolo della bilateralità, benessere dei lavoratori stranieri e rischi di burnout nelle categorie più esposte. L’indagine si avvale della rete capillare di Co.N.A.P.I. Nazionale, che riunisce oltre 10.000 imprese, e della collaborazione con EFI, essenziale per costruire politiche di welfare bilaterale capaci di dimostrare che il benessere non è un costo da contenere, ma un investimento che genera valore. In questa prospettiva si inserisce la riflessione del Direttore Scientifico del Centro Studi, Antonio Zizza, che invita a ripensare l’impresa come una comunità produttiva orientata alla crescita personale del lavoratore e al bene comune, superando la visione dell’azienda come semplice unità economica finalizzata alla massimizzazione del profitto. I risultati completi dell’indagine saranno raccolti nel Rapporto Nazionale che verrà presentato il 21 e 22 ottobre 2026 a Milano, durante il Wellbeing Happiness Forum, appuntamento dedicato a trasformare l’evidenza empirica in strategie operative per imprenditori, manager e istituzioni. La direzione che emerge è chiara: formazione, innovazione organizzativa e wellbeing costituiscono ormai un asse strategico unico, indispensabile per costruire imprese più resilienti, sostenibili e capaci di attrarre talenti in un mercato sempre più competitivo.





