MAGNIFICA HUMANITAS E IL TALENTO DELL’IMPRESA ARTIGIANA


Rileggendo Magnifica Humanitas ho pensato subito al mondo delle micro e piccole imprese, degli artigiani, del lavoro autonomo che come CONAPI Nazionale, ormai da 20 anni, rappresentiamo.

In particolare, nei capitoli dedicati ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa, Leone XIV mostra che il cuore della questione non è la macchina, ma l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio nella sua singolare magnificenza, di qui l’espressione che accompagna l’Enciclica, Magnifica Humanitas.
Quando ricorda che oggi occorre tornare al bene comune, alla sussidiarietà, alla solidarietà, il documento di Leone XIV, ponendosi in sintonia con tutte le Encicliche cosiddette sociali a cominciare dalla Rerum Novarum di Leone XIII, indica anche una via concreta per l’impresa, che non può misurare tutto soltanto sul vantaggio immediato ovvero alla massimizzazione del profitto, lo stesso che oggi si vuole raggiungere mediante gli algoritmi.
Proprio nell’artigianato e nell’imprenditoria questa visione prende corpo in modo più evidente. Nelle botteghe, nei laboratori, nelle microaziende, i talenti di ogni persona emergono in tutta la loro unicità. Non sono numeri di organigramma, ma uomini, donne, volti, storie, capacità irripetibili che si intrecciano in un lavoro condiviso, fatto di esperienza, personalità, spiritualità e competenze.

In questo senso, la tecnologia va accolta, ma non idolatrata. Può semplificare passaggi ripetitivi, alleggerire pesi organizzativi, aprire nuovi mercati, alleggerire il carico di lavoro, ma non sostituire la creatività umana o, addirittura, deciderne il valore del lavoro umano. Nella prospettiva dell’Enciclica, la persona vale per ciò che è, non per la sola efficienza che produce. Il saper fare artigiano, ad esempio, custodisce creatività, responsabilità, relazione, sapere concreto che nessuna intelligenza artificiale può riprodurre.

Magnifica Humanitas avverte anche che tra i beni oggi decisivi rientrano dati, algoritmi, piattaforme, infrastrutture digitali. Quando tutto questo si concentra nelle mani di pochi, nascono nuove esclusioni e nuove dipendenze. È un passaggio molto importante per le PMI. Le piattaforme possono offrire opportunità, ma possono anche imporre regole opache, comprimere margini, rendere invisibile chi non si piega alla loro logica. Un’impresa sana non consegna la propria identità a un algoritmo, ma impara a governare – anche eticamente – gli strumenti digitali, senza lasciare che siano essi a governare il lavoro, i prezzi, le relazioni con clienti e fornitori.
Qui torna centrale la sussidiarietà, che l’Enciclica rilegge in modo molto attuale. Ciò che possono fare persone, famiglie, comunità, corpi intermedi, artigiani, piccole imprese non deve essere assorbito da poteri superiori, che oggi sono anche economici e tecnologici. Per questo la sfida delle imprese non è difendersi dal futuro, ma abitare l’innovazione senza perdere libertà, competenza, dignità. La solidarietà, a sua volta, invita a non lasciare nessuno indietro nella transizione digitale, a non creare lavoratori di serie B, a non ridurre il sapere manuale a residuo del passato.
La lezione per il mondo produttivo è limpida. L’intelligenza artificiale è utile quando sostiene il saper fare, non quando lo mortifica. È giusta quando amplia le possibilità delle persone, non quando seleziona, esclude, standardizza tutto. Un’impresa davvero moderna resta umana proprio mentre innova e ricorda la tradizione. Nelle mani degli artigiani e nelle piccole imprese questo messaggio trova la sua forma più credibile, perché mostra che tecnologia e lavoro possono convivere solo se al centro resta la persona, con i suoi talenti e la sua magnifica dignità.

FERRAGOSTO E IL TEMPO PER SE’, UNA QUESTIONE DI WELLBEING AZIENDALE


Che cosa resta della vita quando il lavoro non lascia più tempo per sé?
Ferragosto, pur non coincidendo per tutti con una pausa dalle attività, riporta ogni anno questa domanda al centro del dibattito estivo. Non riguarda soltanto le ferie. Interroga il confine, sempre più fragile, tra il tempo della prestazione e quello nel quale una persona può recuperare energie, coltivare relazioni, formarsi, dedicarsi a sé e, come diceva Giorgio La Pira, persino “elevarsi” e “perfezionarsi”. Il riposo, in questo senso, non è ciò che resta dopo il lavoro, né una concessione subordinata alle esigenze produttive, quanto piuttosto una parte integrante della vita e, proprio per questo, incide anche sulla qualità di ciò che ciascuno è chiamato a fare nel proprio lavoro.
Le giovani generazioni avvertono con particolare intensità questa esigenza. Non chiedono meno responsabilità o particolari benefit, ma un lavoro che non assorba ogni energia e ogni progetto personale. I dati Censis-Eudaimon mostrano che il 23,7% degli occupati si sente troppo preso dal lavoro per avere tempo per sé. L’88,2% ritiene che questo tempo debba essere riconosciuto come un diritto, mentre il 71,3% considera praticabile una riduzione dell’orario attraverso una settimana più corta oppure giornate meno estese.
Sono segnali che meritano di essere presi sul serio. Il lavoro continua a rappresentare uno strumento di sostentamento, ma anche di realizzazione, di autonomia e di partecipazione alla vita sociale. Non può però trasformarsi in un’esperienza che svuota la persona delle risorse necessarie per vivere, sia dentro che fuori l’azienda. Per questo il wellbeing non può essere ridotto a un insieme di servizi aggiuntivi o a una formula da inserire nella comunicazione d’impresa. Riguarda, prima di tutto, il modo nel quale si organizzano tempi, responsabilità, carichi e margini di flessibilità.
Settimana corta, lavoro agile e una programmazione più attenta delle ferie non servono, come erroneamente si può interpretare, solo a ridurre le ore di presenza. Servono a rendere più equilibrato il rapporto tra impegno professionale e vita personale.
Parliamo di un equilibro che non indebolisce i risultati dell’impresa, ma ne costruisce le condizioni nel tempo.

Preservare spazi di recupero significa tutelare attenzione, motivazione e capacità di collaborazione, evitando che le persone arrivino a svolgere le proprie mansioni già prive delle risorse necessarie o, peggio ancora, con un forte disagio psicologico. Una ricerca globale di Gallup rileva che, nel 2025, il 40% dei lavoratori intervistati ha vissuto forti condizioni di stress nella sola giornata precedente. È un segnale che non può essere considerato il prezzo inevitabile della vita professionale.
Nelle micro e piccole imprese questa riflessione è ancora più rilevante.

Spesso una stessa persona svolge più funzioni e ogni assenza incide direttamente sull’organizzazione. Proprio per questo il riposo tutelato non è un lusso estraneo alla realtà aziendale. Può diventare una condizione di continuità, perché riduce il rischio di burnout e impedisce all’impresa di “consumare” il “patrimonio umano” sul quale fonda la propria attività. In tale prospettiva, rimandando ad una specifica riflessione, una contrattazione collettiva capace di andare oltre i minimi di legge può offrire strumenti utili, riconoscendo tempi di recupero, permessi e flessibilità e tenendo insieme le esigenze produttive con la vita di chi lavora.
Per questa ragione il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, approfittando di questo tempo di riflessione, invita le micro e piccole imprese a partecipare al questionario sul benessere integrale, disponibile su https://benesserelavori.conapinazionale.it.

Raccogliere queste esperienze significa rendere visibili difficoltà che spesso rimangono chiuse nel rapporto quotidiano tra titolare e lavoratore, così da costruire risposte più aderenti alle condizioni reali delle imprese.

INDAGINE 2026 SUL BENESSERE INTEGRALE DEI LAVORATORI NELLE MICRO E PICCOLE IMPRESE ITALIANE

Il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale promuove un’indagine per comprendere, con rigore scientifico, come le micro e piccole imprese affrontano oggi il tema del benessere integrale.

L’Indagine Nazionale 2026 sul benessere integrale dei lavoratori nelle micro e piccole imprese italiane, promossa dal Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale, sta registrando una partecipazione crescente che conferma l’interesse del tessuto produttivo verso una lettura più approfondita delle condizioni di lavoro e dei fattori che incidono sul benessere complessivo delle persone. L’obiettivo di raggiungere 1.000 imprese entro il 31 agosto 2026 rappresenta una sfida rilevante, ma la risposta già ottenuta da diverse decine di realtà dimostra che il percorso intrapreso è solido e riconosciuto come utile per la rappresentanza e per la definizione di politiche di sostegno più aderenti alle esigenze delle micro imprese italiane. Il progetto gode del patrocinio di E.LAV., CONFISI, Mentifricio ETS ed Ecosistema Formazione Italia e si sta ulteriormente rafforzando con una nuova partnership di rilievo nazionale che verrà ufficializzata nei prossimi giorni, a conferma della credibilità scientifica e istituzionale dell’iniziativa.
Il presidente Basilio Minichiello ha espresso piena soddisfazione per l’andamento dell’indagine, sottolineando che «il coinvolgimento diretto delle imprese è un segnale importante, perché dimostra che il tema del benessere integrale non è più percepito come un elemento accessorio, ma come una leva strategica per la qualità del lavoro, la produttività e la sostenibilità delle organizzazioni».

Minichiello ha evidenziato inoltre che «questa ricerca, condotta dal nostro Centro Studi e Ricerche, rappresenta un passo decisivo per dare voce alle micro e piccole imprese, spesso escluse dalle grandi rilevazioni nazionali, e per costruire dati reali, utili e immediatamente spendibili nei tavoli istituzionali».
Il questionario, disponibile al link https://benesserelavori.conapinazionale.it/, è anonimo, richiede pochi minuti e consente alle imprese di contribuire alla definizione di un quadro aggiornato sulle condizioni di benessere dei lavoratori, includendo aspetti organizzativi, relazionali, formativi e di sicurezza. Per le realtà che incontrano difficoltà nella compilazione online è previsto un supporto diretto, anche telefonico, così da garantire la massima inclusività dell’indagine e favorire la partecipazione di tutte le imprese, indipendentemente dal livello di digitalizzazione.
La collaborazione della rete associativa e dei referenti territoriali è determinante per raggiungere il traguardo prefissato e per consolidare un lavoro di ricerca che Co.N.A.P.I. Nazionale considera prioritario per la crescita del sistema produttivo. L’indagine si inserisce infatti in una visione più ampia che punta a valorizzare il ruolo delle micro imprese, a promuovere politiche di benessere realmente applicabili e a rafforzare la cultura della cura del lavoratore come elemento centrale dello sviluppo economico e sociale del Paese.

BENESSERE INTEGRATO NELLE MICROIMPRESE: UNA NUOVA VISIONE PER LA COMPETITIVITÀ ITALIANA


Nel sistema produttivo italiano, caratterizzato da una prevalenza di microimprese che costituiscono oltre il 94% del totale e impiegano il 42,3% della forza lavoro del settore, il tema del benessere organizzativo sta assumendo una rilevanza crescente.

La natura minuta ma capillare di queste realtà rende evidente la necessità di politiche mirate che riconoscano il wellbeing come un elemento strategico e non come un semplice complemento gestionale. In questa direzione si colloca l’indagine nazionale promossa dal Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale insieme all’associazione no profit EFI – Ecosistema Formazione Italia, pensata per analizzare in modo approfondito il benessere integrale dei lavoratori delle microimprese italiane. La raccolta dati, attiva fino al 31 agosto 2026 tramite un questionario anonimo disponibile sul portale del Centro Studi, nasce per colmare un vuoto storico: le politiche di welfare aziendale hanno infatti privilegiato le grandi organizzazioni, lasciando in secondo piano quel tessuto produttivo che rappresenta la struttura portante dell’economia nazionale, come evidenziato dal Presidente di EFI, Kevin Giorgis. Una prima rilevazione esplorativa condotta tra il 2025 e l’inizio del 2026 ha già delineato un quadro significativo. Pur trattandosi di dati preliminari, emerge con chiarezza che il welfare è considerato indispensabile dal 100% degli intervistati, ma la sua applicazione concreta risulta complessa a causa di limiti economici, organizzativi e di competenze interne. Le priorità espresse dai lavoratori confermano una trasformazione culturale ormai consolidata: la salute mentale e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata sono indicati dal 71,4% del campione come aspetti fondamentali, mentre il 42,9% guarda con interesse a modelli flessibili e allo smart working, quando compatibili con il settore di attività. Tuttavia, la distanza tra aspirazioni e possibilità operative resta ampia: il 71,4% segnala la mancanza di risorse finanziarie come principale ostacolo, mentre il 28,6% evidenzia una carenza di competenze interne.

A ciò si aggiunge un dato che descrive con precisione il peso emotivo del lavoro nelle microimprese: un dipendente su tre porta con sé a casa le tensioni dell’ufficio, percentuale che raggiunge un preoccupante 91% tra gli imprenditori delle attività familiari. Per comprendere a fondo queste dinamiche, il nuovo questionario amplia il campo di osservazione e introduce temi oggi centrali nel dibattito sulle risorse umane: sostegno ai carichi familiari, diritto alla disconnessione, impatto dell’intelligenza artificiale sulla salute mentale, qualità della leadership, ruolo della bilateralità, benessere dei lavoratori stranieri e rischi di burnout nelle categorie più esposte. L’indagine si avvale della rete capillare di Co.N.A.P.I. Nazionale, che riunisce oltre 10.000 imprese, e della collaborazione con EFI, essenziale per costruire politiche di welfare bilaterale capaci di dimostrare che il benessere non è un costo da contenere, ma un investimento che genera valore. In questa prospettiva si inserisce la riflessione del Direttore Scientifico del Centro Studi, Antonio Zizza, che invita a ripensare l’impresa come una comunità produttiva orientata alla crescita personale del lavoratore e al bene comune, superando la visione dell’azienda come semplice unità economica finalizzata alla massimizzazione del profitto. I risultati completi dell’indagine saranno raccolti nel Rapporto Nazionale che verrà presentato il 21 e 22 ottobre 2026 a Milano, durante il Wellbeing Happiness Forum, appuntamento dedicato a trasformare l’evidenza empirica in strategie operative per imprenditori, manager e istituzioni. La direzione che emerge è chiara: formazione, innovazione organizzativa e wellbeing costituiscono ormai un asse strategico unico, indispensabile per costruire imprese più resilienti, sostenibili e capaci di attrarre talenti in un mercato sempre più competitivo.

BONUS CULTURA 2026: L’ULTIMO ANNO DI UN MODELLO ECONOMICO CHE HA SOSTENUTO DOMANDA, FILIERE CREATIVE E CONSUMI CULTURALI


Fino al 30 giugno 2026 è ancora possibile richiedere il Bonus Cultura: si chiude una misura che ha sostenuto consumi culturali, imprese creative e domanda interna, aprendo dal 2027 la transizione verso la nuova Carta Valore.

Il Bonus Cultura 2026 entra nella sua fase conclusiva e si prepara a chiudere un ciclo che, negli ultimi anni, ha rappresentato uno dei principali strumenti di politica economica a sostegno della domanda culturale in Italia. Fino al 30 giugno 2026 è ancora possibile richiedere fino a mille euro complessivi, frutto della cumulabilità tra la Carta della Cultura Giovani e la Carta del Merito, due misure che hanno ampliato la platea dei beneficiari e rafforzato l’impatto economico del settore culturale. La scadenza segna la fine di un modello che ha funzionato come leva diretta sui consumi, generando ricadute significative per librerie, cinema, teatri, musei, festival e per l’intera filiera della produzione culturale. L’effetto principale è stato quello di stabilizzare la domanda interna in un comparto tradizionalmente esposto alla ciclicità economica, sostenendo soprattutto le realtà medio‑piccole che dipendono dalla spesa dei giovani e delle famiglie.

Dal punto di vista economico, il Bonus Cultura ha agito come un moltiplicatore: ogni euro speso ha generato indotto in termini di occupazione, servizi, turismo culturale e micro‑imprese creative. L’ampliamento del 2026, con la possibilità di cumulare fino a mille euro, ha ulteriormente rafforzato questo meccanismo, permettendo a una fascia più ampia di giovani di accedere a beni e attività culturali che, in assenza dell’incentivo, avrebbero registrato una domanda più debole.

La misura ha inoltre contribuito a sostenere la liquidità degli operatori culturali in un periodo caratterizzato da costi crescenti e da un mercato ancora in fase di assestamento dopo gli shock economici degli anni precedenti.
Dal 2027 il sistema cambierà volto con l’introduzione della nuova Carta Valore, uno strumento che punta a razionalizzare gli incentivi e a orientare la spesa pubblica verso un modello più selettivo e mirato. La transizione rappresenta un passaggio strategico: da un lato si chiude una stagione di incentivi diretti alla domanda, dall’altro si apre una fase in cui lo Stato intende concentrare le risorse su percorsi formativi, merito e inclusione, con l’obiettivo di rendere la spesa culturale più coerente con le politiche educative e con le esigenze del mercato del lavoro creativo.

La Carta Valore, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe mantenere un impatto economico significativo, ma con una struttura più orientata alla qualità e alla misurabilità degli effetti.
La scadenza del Bonus Cultura 2026 non è soltanto un passaggio amministrativo, ma un momento di bilancio economico: il sistema ha dimostrato che investire nella cultura produce ritorni concreti, stimola consumi qualificati e rafforza interi segmenti produttivi. La nuova fase che si aprirà nel 2027 dovrà misurarsi con questa eredità, garantendo continuità agli operatori e mantenendo la cultura al centro delle strategie di crescita del Paese.

SALUTE MENTALE E BURNOUT: UN’URGENZA DA AFFRONTARE CON RESPONSABILITÀ


Il burnout non è semplice stanchezza, ma una condizione di esaurimento psicofisico che si sviluppa nel tempo.

La salute mentale è oggi una delle dimensioni più esposte alla pressione dei ritmi contemporanei, soprattutto nei contesti professionali dove velocità, responsabilità e carichi emotivi tendono a superare la soglia di equilibrio individuale. Il burnout non è un evento improvviso ma un processo lento, che nasce dall’esaurimento emotivo, dal distacco progressivo verso il proprio ruolo e dalla sensazione di inefficacia, fino a compromettere lucidità, motivazione e capacità decisionale. Comprendere cos’è il burnout significa riconoscere che non si tratta di semplice stanchezza, ma di una condizione di esaurimento profondo che coinvolge mente e corpo, generata da uno stress prolungato e da richieste che superano per troppo tempo le risorse disponibili. La letteratura scientifica lo descrive attraverso tre dimensioni, esaurimento emotivo che svuota le energie, depersonalizzazione o distacco che porta a guardare il proprio lavoro con freddezza e cinismo, ridotta efficacia personale che alimenta la sensazione di non riuscire più a incidere nonostante l’impegno.

Prevenire significa intervenire prima che questi segnali diventino struttura, costruendo condizioni di lavoro sostenibili, un’organizzazione capace di distribuire responsabilità, tempi compatibili con le energie reali e una cultura che riconosca il valore del limite come elemento di tutela e non come fragilità. L’ascolto rappresenta il punto di svolta, ascolto di sé per riconoscere stanchezza, irritabilità, perdita di entusiasmo, ascolto reciproco per creare spazi in cui il disagio possa emergere senza giudizio, ascolto organizzativo perché nessuna persona può reggere da sola ciò che dipende da dinamiche collettive. Il supporto completa questo percorso e si articola su più livelli, interventi sulle cause strutturali che generano sovraccarico, strumenti di gestione emotiva e cognitiva, percorsi professionali di cura quando la sindrome è conclamata. La tutela della salute mentale richiede responsabilità condivisa, consapevolezza e un modello di lavoro che metta al centro la persona, la sua dignità e la sua capacità di restare presente, integra e lucida nel tempo.

IL BENESSERE DEI LAVORATORI NON PUÒ DIPENDERE DALLA DIMENSIONE DELL’IMPRESA


Le micro e piccole imprese rappresentano il cuore del sistema produttivo italiano, ma continuano a essere percepite come realtà meno attrattive.

Quando si parla di lavoro e di tutela dei lavoratori, troppo spesso si continua a ragionare distinguendo tra grandi e piccole imprese.
È una visione che appartiene al passato e che oggi rischia di frenare lo sviluppo del nostro sistema produttivo.
La riforma degli ammortizzatori sociali introdotta con la Legge di Bilancio 2022, voluta dal Governo Draghi, aveva l’ambizione di superare una storica disparità tra i dipendenti delle aziende con più di 15 lavoratori e quelli occupati nelle imprese di dimensioni inferiori. Quella riforma ha certamente ampliato il sistema delle tutele e ha rappresentato un progresso importante. Tuttavia, il divario non è stato completamente eliminato e, ancora oggi, permangono differenze che incidono sulle opportunità offerte ai lavoratori delle imprese più piccole.
È un tema che non riguarda una minoranza del Paese, bensì la sua parte più rappresentativa.
Le imprese fino a nove dipendenti costituiscono circa il 94,9% del tessuto imprenditoriale italiano e garantiscono occupazione a milioni di persone. Sono queste aziende, insieme al mondo dell’artigianato e delle piccole attività imprenditoriali, a rappresentare la spina dorsale dell’economia nazionale, creando valore, occupazione e coesione sociale in ogni territorio.
Eppure, negli anni si è consolidato uno stereotipo tanto diffuso quanto ingiusto: l’idea che lavorare in una piccola impresa significhi avere meno prospettive, minori tutele e una qualità della vita lavorativa inferiore rispetto a quella garantita dalle grandi aziende.

Questo pregiudizio produce conseguenze concrete. Da un lato rende sempre più difficile attrarre giovani qualificati e trattenere i talenti. Dall’altro induce molti piccoli imprenditori a convincersi che il welfare aziendale, il benessere organizzativo e le politiche di conciliazione tra vita e lavoro siano strumenti riservati esclusivamente alle grandi imprese.
È un errore culturale che dobbiamo avere il coraggio di superare.

Il benessere di una persona non dipende dal numero dei dipendenti presenti in azienda. Dipende dalla qualità delle relazioni, dall’ascolto, dalla fiducia reciproca, dalla possibilità di conciliare il lavoro con la vita familiare, dalla valorizzazione delle competenze e dal rispetto della dignità di ogni collaboratore.
Sotto molti aspetti, proprio le imprese familiari possiedono caratteristiche che possono trasformarsi in un vantaggio competitivo. La vicinanza tra imprenditore e lavoratori, la rapidità nelle decisioni, il rapporto umano diretto e il forte radicamento territoriale possono favorire ambienti di lavoro capaci di mettere realmente al centro la persona.
Per questo la Co.N.A.P.I. Nazionale ha scelto di raccogliere questa sfida. Vogliamo contribuire a cambiare la narrazione sulle piccole imprese, dimostrando che anche una realtà con pochi dipendenti può diventare un luogo di lavoro moderno, inclusivo e capace di generare benessere.
Con questo obiettivo, il nostro Centro Studi, diretto dal dott. Antonio Zizza, sta sviluppando una ricerca nazionale attraverso una serie di questionari destinati alle piccole imprese. L’iniziativa consentirà di individuare, analizzare e valorizzare le migliori pratiche già presenti nel nostro tessuto produttivo, costruendo una base scientifica utile a promuovere nuovi modelli organizzativi orientati alla qualità della vita dei lavoratori.
Non si tratta semplicemente di studiare il welfare aziendale, ma di dimostrare che investire nelle persone significa investire nella competitività delle imprese. Un collaboratore motivato, ascoltato e valorizzato contribuisce a migliorare la produttività, rafforza il senso di appartenenza e rende l’impresa più resiliente, innovativa e attrattiva.
I risultati di questo lavoro saranno presentati il prossimo 21 e 22 ottobre, a Milano, nell’ambito del Wellbeing Happiness Forum, organizzato in partnership con EFI Ecosistema.
Sarà un momento di confronto che vuole lanciare un messaggio chiaro alle istituzioni, alle imprese e alle parti sociali: il benessere dei lavoratori non può essere un privilegio riservato alle grandi aziende. Deve diventare un diritto e un’opportunità per tutti, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa.
Perché il futuro del lavoro italiano passa soprattutto dalle piccole imprese. E il futuro delle piccole imprese passa, inevitabilmente, dalla capacità di mettere la persona al centro.

INDAGINE 2026 SUL BENESSERE INTEGRALE DEI LAVORATORI: UNA NUOVA FASE DELLA RICERCA DEL CENTRO STUDI CO.N.A.P.I. NAZIONALE


Benessere, lavoro e sostenibilità al centro della nuova fase della ricerca promossa dal Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, con il coinvolgimento di EFI, E.LAV., CONFISI e Mentifricio ETS.

Il benessere dei lavoratori è sempre più riconosciuto come leva strategica per la competitività e la sostenibilità sociale delle micro, piccole e medie imprese italiane. In questo senso si inserisce il progetto di ricerca sul benessere integrale avviato dal Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale a luglio 2025, concepito fin dall’origine come percorso strutturato in più fasi, con uno sguardo attento alla persona che lavora, alla comunità aziendale e alle responsabilità sociali dell’impresa. Una prima raccolta ed elaborazione dei dati ha prodotto risultati parziali, già pubblicati sulla piattaforma del Centro Studi e presentati nel webinar “Imprese e benessere integrale” dello scorso 1° luglio, realizzato in collaborazione con E.LAV., CONFISI e Mentifricio ETS. Questo primo passo ha offerto una fotografia preliminare ma significativa di come il tema del benessere sia vissuto e interpretato nelle microPMI, mettendo in luce sia le buone pratiche sia le aree di criticità su cui lavorare in chiave di economia civile e di centralità della persona.

Oggi la ricerca, grazie anche al contributo di E.LAV., CONFISI e Mentifricio ETS, entra in una nuova fase con l’“Indagine 2026 sul benessere integrale dei lavoratori nelle MPMI italiane”, promossa da una importante partnership strategica proprio di questi giorni con Ecosistema Formazione Italia (EFI), di cui il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale è particolarmente lieto. L’indagine, pienamente coerente con il progetto originario sul “Benessere integrale”, utilizza un questionario aggiornato e più ampio, rivolto a imprenditori, titolari, responsabili HR e dirigenti di microPMI, per esplorare dimensioni quali visione strategica del benessere, pratiche e investimenti, salute mentale e burnout, carichi familiari, leadership e clima organizzativo, innovazioni nei modelli di lavoro e ruolo della bilateralità. La somministrazione del questionario resterà aperta fino al 31 agosto 2026. Subito dopo, il Centro Studi Co.N.A.P.I. Nazionale procederà all’elaborazione quantitativa e qualitativa dei dati, con una presentazione esclusiva dei risultati che sarà annunciata nelle prossime settimane. In questo quadro, la survey di oggi rappresenta una tappa di un percorso più ampio: la partnership tra EFI e il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale non riguarda soltanto la singola raccolta dati, ma l’intera architettura della ricerca sul benessere integrale, nel segno di una cultura d’impresa orientata alla dignità del lavoro e al benessere delle comunità produttive. Per approfondire il progetto e i contenuti della ricerca è disponibile la pagina dedicata sul sito del Centro Studi Co.N.A.P.I. Nazionale: pagina_progetto. Per partecipare all’indagine e compilare il questionario: questionario_2026.

IMPRESE E BENESSERE INTEGRALE: IL RUOLO STRATEGICO DELLA CULTURA DELLA CURA NEI PROCESSI DI SVILUPPO


Benessere integrale:la cultura della cura come leva strategica per la competitività delle imprese.

Co.N.A.P.I. Nazionale ed E.Lav., insieme al Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, a CONFISI e a Mentifricio E.T.S., hanno dato vita al webinar “Imprese e benessere integrale”, un appuntamento che ha saputo trasformarsi in un vero spazio di approfondimento e di confronto sul ruolo centrale che il benessere delle persone riveste nei processi di sviluppo delle imprese e dei territori. L’iniziativa, ha richiamato una platea ampia e qualificata composta da imprenditori, professionisti, consulenti, rappresentanti di enti bilaterali e figure del mondo associativo, tutti accomunati dalla volontà di comprendere come la cultura del benessere possa diventare una leva strategica per la competitività, l’innovazione e la sostenibilità delle organizzazioni.
L’apertura dei lavori è stata affidata ai saluti istituzionali di Basilio Minichiello, Presidente di Co.N.A.P.I. Nazionale, che ha evidenziato come la missione dell’associazione sia quella di accompagnare le imprese verso modelli di gestione capaci di integrare crescita economica, responsabilità sociale e cura delle persone. A seguire, Sabina Massimiani, Presidente di CONFISI, ha sottolineato l’importanza di una visione del lavoro che non si limiti alla dimensione produttiva, ma che sappia riconoscere il valore delle relazioni, della qualità dei contesti e della partecipazione attiva dei lavoratori ai processi di cambiamento.

Il cuore del webinar si è sviluppato attraverso gli interventi dei relatori, ciascuno portatore di una prospettiva complementare. Antonio Zizza, Direttore del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, ha delineato il quadro teorico e operativo entro cui si colloca il concetto di benessere integrale, mostrando come esso non sia un elemento accessorio, ma un fattore strutturale che incide sulla motivazione, sulla riduzione dei rischi, sull’efficacia dei processi e sulla capacità delle imprese di innovare. Alessandro Fanello, psicologo, formatore e divulgatore, ha approfondito in maniera interessante e coinvolgente, le dinamiche psicologiche che influenzano la qualità dei contesti organizzativi, soffermandosi sull’importanza della prevenzione dei rischi psicosociali, della gestione dei carichi emotivi e della costruzione di relazioni interne fondate sulla fiducia e sulla comunicazione efficace. Elisabetta Roviglioni, project manager certificato AICQ SICEV, ha illustrato metodologie e strumenti utili a integrare il benessere nei processi di gestione aziendale, mostrando come la qualità organizzativa e la cura delle persone possano procedere insieme, generando valore misurabile e duraturo. Mirella Giovino, responsabile dell’Area Lavoro di Co.N.A.P.I. Nazionale, ha evidenziato le ricadute operative delle politiche di welfare e le opportunità che le imprese possono cogliere adottando modelli inclusivi, capaci di rispondere alle esigenze dei lavoratori e alle sfide di un mercato in rapido cambiamento.


La moderazione dell’incontro è stata affidata a Ertilia Giordano, giornalista e presidente di Mentifricio E.T.S., che ha guidato il dialogo tra i relatori e i partecipanti con un approccio attento, dinamico e orientato alla valorizzazione delle esperienze condivise. La sua conduzione ha permesso di mantenere un ritmo fluido e di favorire un confronto aperto, capace di mettere in luce sia le criticità che le opportunità legate all’adozione di politiche di benessere integrale.
Il webinar si è così affermato come un momento di orientamento, formazione e responsabilizzazione, offrendo ai partecipanti una visione chiara delle scelte necessarie per costruire ambienti di lavoro più sani, consapevoli e orientati allo sviluppo. L’iniziativa ha confermato il ruolo centrale del benessere integrale come leva di crescita per le imprese e per i territori, mostrando come la collaborazione tra enti, la condivisione di buone pratiche e la diffusione di una cultura organizzativa evoluta possano generare un impatto concreto e duraturo. In un contesto economico e sociale in continua trasformazione, l’impegno di Co.N.A.P.I. Nazionale, E.Lav., CONFISI e Mentifricio E.T.S. si traduce nella volontà di accompagnare le imprese verso modelli di sviluppo capaci di coniugare produttività, qualità delle relazioni e tutela della persona, contribuendo alla costruzione di un futuro più equilibrato, responsabile e orientato al benessere collettivo.

LA SICUREZZA SUL LAVORO AL CENTRO DEI NUOVI INVESTIMENTI STATALI CON IL BANDO ISI INAIL



L’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro ha confermato lo stanziamento di risorse straordinarie destinate a innalzare i livelli di tutela e salute dei lavoratori in tutto il territorio nazionale.

La misura, che prevede una dotazione finanziaria complessiva pari a seicento milioni di euro in contributi a fondo perduto, si rivolge alla generalità delle imprese italiane, con una particolare attenzione verso le micro e piccole realtà produttive e il settore dell’agricoltura. Attraverso questo massiccio intervento economico, lo Stato intende sostenere concretamente le aziende che scelgono di investire nella riduzione strutturale dei rischi di infortunio e nel contestuale rinnovamento dei propri impianti tecnologici, favorendo una cultura della prevenzione che unisce la competitività industriale alla salvaguardia della vita umana nei cantieri, nelle fabbriche e nei campi.
L’agevolazione economica permette di coprire una quota molto significativa delle spese complessive sostenute per la realizzazione dei progetti di adeguamento, alleviando sensibilmente l’esborso finanziario a carico dei datori di lavoro. Il contributo standard è fissato nella misura del sessantacinque per cento dei costi ammissibili, ma la percentuale di copertura può salire fino all’ottanta per cento per specifiche categorie di intervento o per i giovani imprenditori agricoli. L’importo del finanziamento per ciascuna azienda richiedente deve essere compreso tra una soglia minima di cinquemila euro e un tetto massimo fissato a centotrentamila euro. I fondi erogati vengono concessi a fondo perduto, il che significa che non devono essere restituiti allo Stato, e sono rigidamente finalizzati a coprire le spese direttamente collegate al miglioramento degli ambienti di lavoro, all’acquisto di nuovi macchinari sicuri e alla sostituzione di vecchie attrezzature obsolete o non più rispondenti ai moderni standard normativi.
I progetti presentati dalle imprese per ottenere il beneficio economico devono rispondere a precisi criteri di ammissibilità tecnica e concentrarsi su specifiche aree di rischio individuate dalle autorità sanitarie e ispettive. Le risorse finanziarie possono essere impiegate per la rimozione e la bonifica di materiali contenenti amianto, per la riduzione del rischio da rumore o da vibrazioni meccaniche e per l’automazione di lavorazioni particolarmente usuranti che comportano la movimentazione manuale di carichi pesanti.

Sono inoltre fortemente incentivati gli investimenti volti all’acquisto di trattori e macchine agricole innovative che riducano l’impatto infortunistico e le emissioni inquinanti, nonché i progetti finalizzati all’adozione di modelli organizzativi aziendali e di responsabilità sociale certificati secondo le più rigorose norme internazionali sulla sicurezza.
La procedura per l’accesso ai contributi si sviluppa interamente in modalità telematica attraverso una piattaforma informatica dedicata, richiedendo alle strutture aziendali il rigoroso rispetto di un calendario di scadenze predefinite per evitare l’esclusione automatica. La finestra iniziale per la compilazione, la registrazione e il caricamento guidato delle domande si apre il tredici aprile duemilaventisei e si conclude tassativamente alle ore diciotto del ventotto maggio duemilaventisei. Successivamente alla chiusura di questa prima fase di screening, le imprese che avranno raggiunto il punteggio minimo richiesto dai parametri tecnici potranno scaricare un apposito codice identificativo numerico. Questo codice dovrà essere inviato online durante la cruciale giornata dello sportello informatico, secondo le regole tecniche ufficiali che determinano l’ordine cronologico di ammissione fino all’esaurimento dei fondi disponibili per ciascuna regione.