Intervista al dott. Antonio Zizza sul Rapporto 2026 del Centro Studi e Ricerche CONAPI Nazionale
Il Centro Studi e Ricerche della CONAPI Nazionale ha pubblicato la prima edizione del Rapporto 2026 «Benessere integrale dei lavoratori nelle micro e piccole imprese», presentato a Milano lo scorso 22 ottobre al Wellbeing Happiness Forum. Ne parliamo con il dott. Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche e curatore del Rapporto.
Direttore, che cosa intendiamo per benessere integrale?
Parliamo della persona nella sua interezza, e quindi anche della sua dimensione spirituale, oltre che umana e professionale. Passatemi l’espressione, ma è bello quando una persona vede nella propria attività una missione, un vero e proprio apostolato nella società, ed è proprio da questa visione che il benessere integrale trae la sua radice. Esso riguarda infatti la serenità psicofisica, la crescita economica e professionale, la qualità delle relazioni, la salute mentale e, aggiungerei, l’utilizzo di tutte quelle buone abitudini – ovvero super habits, per dirle con le parole del professor Abela – che servono a rendere la nostra vita migliore, più felice e organizzata. In altre parole, parliamo di dimensioni che nell’esperienza di chi lavora non sono separabili. Un problema di salute, un genitore anziano da assistere, la nascita di un figlio entrano nella giornata lavorativa anche quando nessuno li nomina.
Perché avete scelto le micro e piccole imprese?
Perché sono le realtà che, come CONAPI Nazionale, rappresentiamo, e siamo orgogliosi di farlo. In genere parliamo di realtà con due, tre o dieci dipendenti, nelle quali l’imprenditore e i lavoratori sono direttamente coinvolti nella vita dell’attività e, proprio in ragione di questo, il benessere integrale diventa ancora più essenziale. Siamo convinti, contrariamente a quanto talvolta possa narrare una certa opinione pubblica, che la microimpresa abbia potenzialità straordinarie, in ragione del principio di prossimità, che in concreto le offre la possibilità di conoscersi, di condividere le responsabilità e di prestare attenzione alle esigenze di ciascuno. Quando si parla di wellbeing, infatti, il dibattito tende a concentrarsi sulle aziende medio-grandi, e noi, attraverso questa ricerca, abbiamo voluto portare lo sguardo proprio dove le imprese sono più piccole.
Come è nata la ricerca?
È nata dalla volontà del nostro Centro Studi di analizzare una dimensione sociale d’impresa che ponga la persona al centro. Nel 2025 abbiamo avviato un’indagine pilota, poi agli inizi di questo anno ampliata grazie a diverse collaborazioni, tra cui Ecosistema Formazione Italia, Mentificio ETS, l’Ente Bilaterale dei Lavoratori E.LAV. e CONFISI, e che proprio in questi giorni stiamo programmando con nuove partnership. Il questionario, di 32 domande, è stato diffuso dal 25 maggio al 30 settembre 2026 e ha raccolto 283 risposte valide. Come abbiamo scritto più volte su questo Magazine, volevamo capire come le imprese affrontino il benessere, quale sensibilità esprimano e quali difficoltà incontrino nel tradurla in scelte concrete.

Qual è la fotografia che ne emerge?
Un’attenzione alla persona che c’è, ma non sempre strutturata. Il 32,4% delle imprese rispondenti riferisce pratiche informali, prive di una visione organizzata, e il 29,7% dichiara di non avere ancora sviluppato un approccio specifico. Il 16,6% ha avviato iniziative concrete ma parziali, il 15,2% ha una strategia abbastanza strutturata e il 6,1% un approccio maturo, monitorato nel tempo.
Voglio sottolineare che l’assenza di un programma non equivale all’assenza di cura e di attenzione nei confronti della persona umana. Un titolare che adatta un turno a un’esigenza familiare o ascolta un collaboratore in difficoltà sta già facendo wellbeing, sia chiaro. La sfida, però, è dare continuità a ciò che oggi dipende dalla sensibilità del momento e renderlo qualcosa di strutturato e organizzato.
Come guardano le imprese ai propri lavoratori?
Il 31,7% dei rispondenti riconosce nel lavoratore una persona che porta valore e merita rispetto, il 20,1% una persona portatrice di dignità, diritti e progetto di vita, il 15,8% una parte integrante di una comunità. Soltanto il 7,9% lo considera prima di tutto una risorsa produttiva. Sono concezioni dichiarate e, dobbiamo dirlo con sincerità intellettuale, non dimostrano come vengano vissute nella quotidianità. Indicano, però, una sensibilità sulla quale è possibile costruire una cultura sociale d’impresa che valorizzi sempre la persona, nella sua struttura.
Quali sono i limiti di questa ricerca?
I risultati descrivono le valutazioni e le pratiche dichiarate da chi partecipa alle decisioni aziendali, tanto che il 69,1% dei compilatori è titolare o imprenditore. Non vanno quindi confusi con quanto vissuto dai lavoratori, né considerati rappresentativi della totalità dei micro e piccoli imprenditori italiani. Tuttavia, dichiarare un limite non toglie valore al lavoro, anzi lo rende più utile, perché indica che cosa si può dedurre e dove serve approfondire.
C’è poi un dato che per noi è già un risultato. Più di 1.400 imprese, per l’esattezza 1.443, hanno aperto il questionario e iniziato a compilarlo, ma solo 283 lo hanno completato, il 19,6%. Un segno che affrontare il tema del benessere non è semplice per molti imprenditori, ed è anche per questo che serve sensibilizzare.
Come leggere la ricerca?
Il Rapporto è open access, gratuito e accessibile a tutti, proprio in ragione del fatto che il nostro scopo è diffondere una cultura del benessere. Si può leggere e scaricare integralmente a questo indirizzo: http://benesserelavoratori.conapinazionale.it/rapporto.
Per ogni altra informazione si può scrivere al Centro Studi e Ricerche all’indirizzo csr@conapinazionale.it.





