Conapi Nazionale si prepara a celebrare i vent’anni di attività e risultati maturati sotto la guida del presidente Basilio Minichiello, un percorso che ha consolidato il Centro Studi come riferimento autorevole nel panorama delle indagini sul lavoro e delle politiche di sicurezza.
La ricorrenza sarà festeggiata a ottobre a Roma, dove Minichiello sarà il protagonista assoluto di una giornata dedicata alla storia, alla crescita e alla visione che hanno accompagnato l’organizzazione dalla nascita fino alle affermazioni più recenti. L’appuntamento rappresenterà un momento simbolico per l’intero movimento, chiamato a riconoscere il valore di un lavoro costante, fatto di ricerca, divulgazione e presenza istituzionale, che ha permesso a Conapi di diventare una voce credibile e ascoltata a livello nazionale.
BREVE INTERVISTA AL PRESIDENTE BASILIO MINICHIELLO
Qual è il valore dell’appuntamento di ottobre a Roma? «Sarà un momento decisivo, perché racconteremo la nostra storia e presenteremo la visione che guiderà i prossimi anni. Roma è il luogo simbolico dove Conapi potrà mostrare la propria identità nazionale.»
Presidente, cosa rappresentano questi vent’anni per Conapi Nazionale? «Rappresentano la prova che la serietà, la continuità e la capacità di ascoltare il Paese portano risultati concreti. Vent’anni non sono solo una ricorrenza, ma la conferma di un percorso costruito giorno dopo giorno.»
Qual è la sfida principale per il futuro? «Continuare a innovare senza perdere il nostro metodo. Le indagini, la ricerca e il rapporto con i lavoratori devono restare il cuore della nostra missione.»
Intervista al direttore del Centro Studi dottor Antonio Zizza
In che modo il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. ha strutturato l’analisi sul benessere integrale e quali indicatori ritiene oggi più decisivi per misurare l’impatto reale sulle persone. Quando, nel luglio 2025, abbiamo avviato la rilevazione esplorativa sul benessere integrale dei lavoratori, l’intento era chiaro: dare misura a ciò che, nelle imprese, specie quelle di micro e piccola dimensione che come Co.N.A.P.I. seguiamo, è talvolta solo intuizione. Volevamo che vissuti, difficoltà e buone pratiche diventassero base conoscitiva e non semplice percezione. Le Micro‑PMI sono il tessuto vivo del sistema produttivo, ma su benessere organizzativo, salute mentale e conciliazione vita‑lavoro restano poco osservate. Abbiamo quindi costruito un questionario online a cui hanno partecipato 23 imprese, in gran parte micro e piccole realtà. Come abbiamo detto nel webinar, è un campione esplorativo, che non pretende di rappresentare tutto, ma offre indicazioni preziose per l’Indagine Nazionale 2026. Difatti, i risultati mostrano che il welfare è considerato essenziale o molto importante da tutte le imprese. Le attenzioni maggiori riguardano conciliazione famiglia‑lavoro e salute psicologica. Clima e senso di appartenenza sono considerati positivi, ma non mancano situazioni in cui l’equilibrio vita‑lavoro è giudicato solo sufficiente, se non inadeguato. Gli indicatori decisivi, oggi, sono quelli che raccontano la qualità concreta dell’esperienza: come si vive il tempo di lavoro, l’organizzazione, le relazioni con l’altro e il carico emotivo. È questo che intendiamo per benessere integrale: mettere al centro la persona, non soltanto l’elenco dei servizi erogati. Quali elementi emersi dal confronto tra i relatori considera più utili per orientare le politiche interne di Co.N.A.P.I. e delle aziende aderenti, soprattutto in relazione al benessere organizzativo e alla qualità del lavoro.
Dal confronto, molto prezioso, con gli illustri relatori è emersa una distanza evidente tra intenzioni e possibilità reali. La flessibilità oraria e lo smart working cominciano ad essere praticate, ma restano rare le azioni su genitorialità, tutela dei lavoratori caregiver, supporto psicologico, adeguate pratiche comportamentali, formazione manageriale, uso responsabile dell’intelligenza artificiale e piani di welfare integrati. Le imprese non mancano di sensibilità, ma si scontrano con limiti di risorse e competenze. Nelle Micro‑PMI le funzioni HR sono spesso ridotte e il benessere rischia di restare tema dichiarato, più che progettato. Colpisce che molte realtà chiedano soprattutto strumenti e competenze condivise. Qui si colloca il ruolo delle Parti Sociali, come appunto Co.N.A.P.I. Nazionale, chiamate non solo a rappresentare, ma ad accompagnare. Promuovere una cultura d’impresa centrata sulla persona significa aiutare imprenditori e responsabili a leggere il benessere come strumento di produttività, efficienza, qualità e competitività del lavoro. In tal senso, nel progetto di ricerca 2026 sul “benessere integrale” la partnership con E.LAV., EFI, CONFISI e Mentifricio ETS permettono di trasformare i risultati della rilevazione in percorsi e supporti concreti. Quali sviluppi immagina per il percorso avviato con questo webinar: pensa a nuove ricerche, ulteriori momenti di formazione o a un modello operativo da proporre alle imprese del territorio. Il webinar del 1° luglio ha messo a fuoco la fase esplorativa e aperto l’Indagine Nazionale 2026. La Survey 2026 amplia il campione e rafforza il modello di analisi, indagando non solo le opinioni, ma maturità organizzativa, pratiche in atto, ostacoli e disponibilità al cambiamento. La domanda di fondo, come abbiamo detto anche nel webinar, è la seguente: il benessere integrale è davvero una leva strategica per le Micro‑PMI italiane. Il questionario si articola in otto aree: profilo dell’impresa (con attenzione anche ai lavoratori di origine immigrata), visione strategica, pratiche e investimenti, salute mentale e rischi psicosociali, clima e leadership, innovazione, bilateralità e servizi, esperienze e suggerimenti. Ne nasce un profilo multidimensionale, utile alle imprese per confrontarsi con un quadro nazionale. Il Rapporto 2026, gratuito per chi partecipa, è pensato come strumento di benchmarking costruito sulla specificità delle Micro‑PMI. Il passo successivo, almeno nel progetto, è un osservatorio permanente che segua nel tempo evoluzione del welfare aziendale, clima interno, percezione di salute mentale e conciliazione, collegato a servizi di accompagnamento tramite la bilateralità e a percorsi formativi specifici. Non vogliamo limitarci a descrivere ma vogliamo, invece, offrire strumenti di decisione giusti, etici e lungimiranti per persone e imprese. Come partecipare alla survey 2026 sul Benessere integrale dei Lavoratori nelle Micro, Piccole e Medie Imprese. Partecipare, come sempre, è molto semplice. Il questionario è online, anonimo, richiede circa 10–12 minuti, resterà aperto fino al 31 agosto 2026 e i dati sono trattati in forma aggregata. Imprenditori, titolari, responsabili HR, dirigenti e figure organizzative possono partecipare collegandosi a: https://benesserelavori.conapinazionale.it/ e compilare il questionario. Ringrazio personalmente quanti lo faranno, consapevoli che la ricerca potrà crescere solo grazie al contributo di chi vive ogni giorno il lavoro nelle Micro e Piccole Imprese italiane.
Intervista al Direttore Scientifico, Antonio Zizza, sul percorso di ricerca 2026 e sul questionario nazionale dedicato alle micro e piccole imprese
Direttore, in cosa consiste l’Indagine Nazionale 2026 sul benessere integrale dei lavoratori? Grazie per questo spazio. Per rispondere alla sua domanda è un percorso di ricerca promosso dal nostro Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale e dedicato in modo specifico alle micro e piccole imprese, comprese molte realtà a gestione familiare. L’obiettivo è comprendere come queste imprese vivono oggi il tema del benessere dei lavoratori e quali scelte stanno mettendo in campo su conciliazione vita-lavoro, salute mentale, clima interno, welfare e modelli organizzativi. È un ambito spesso trascurato dalle indagini tradizionali, che di solito si concentrano su medie e grandi aziende strutturate. Quali indicazioni avete ricavato dalla prima rilevazione esplorativa del 2025? Nel 2025 abbiamo realizzato una rilevazione esplorativa su un gruppo di imprese, soprattutto micro e piccole. Pur senza la pretesa della rappresentatività statistica, è emersa una forte consapevolezza del valore strategico del benessere per la competitività, la tenuta dei rapporti di lavoro e la qualità delle relazioni. Allo stesso tempo, molti imprenditori hanno segnalato limiti economici, organizzativi e di competenze che rendono difficile trasformare questa sensibilità in politiche strutturate, stabili e misurabili. Perché, a partire da questi primi risultati, avete scelto di costruire un nuovo questionario? Perché era necessario fare un passo in avanti. La prima indagine ci ha dato segnali importanti, ma ha anche mostrato quanto poco siano ascoltate le micro e piccole imprese su questi temi. Il nuovo questionario nasce proprio per dare loro voce, ampliando il numero di realtà coinvolte e raccogliendo dati più articolati. Vogliamo costruire una base conoscitiva che non sia modellata solo sulle medie e grandi aziende, ma che rifletta l’esperienza concreta delle MPMI, comprese quelle familiari, dove il benessere è spesso dato per scontato o semplicemente omesso. Quali sono le principali novità del questionario 2026 rispetto alla fase precedente e alle indagini tradizionali? La novità principale è duplice. Da un lato, il focus dichiarato sulle micro e piccole imprese, incluse quelle a conduzione familiare, che raramente sono considerate in modo sistematico nelle ricerche sul benessere organizzativo.
Dall’altro, l’ampliamento dei contenuti: oltre al welfare aziendale, esploriamo salute mentale e prevenzione del burnout, stress e rischi psicosociali, disconnessione digitale, qualità della leadership e del clima interno, sviluppo delle competenze relazionali e manageriali, modelli partecipativi, settimana corta, smart working evoluto, ruolo della bilateralità e dei servizi di sistema. È un questionario pensato non solo per “fotografare” la situazione, ma per leggere la maturità organizzativa e la disponibilità al cambiamento. Perché è importante che proprio le micro e piccole imprese partecipino a questa indagine? Perché sono loro, spesso, a vivere più da vicino l’intreccio tra lavoro, vita familiare, tempi di cura e relazioni quotidiane. Eppure, quando si parla di benessere organizzativo, i riferimenti sono quasi sempre grandi strutture e contesti dotati di uffici HR particolarmente strutturati. Partecipare al questionario – e ci tengo molto a ribadirlo – significa portare dentro la ricerca la realtà delle micro e piccole imprese, anche familiari, con i loro vincoli ma anche con la loro capacità di innovare e prendersi cura delle persone in modo concreto. Più imprese partecipano, più il Rapporto Nazionale 2026 potrà restituire una fotografia fedele e utile per le scelte aziendali, la rappresentanza e il confronto con le istituzioni. Come si può partecipare concretamente e dove trovare tutte le informazioni?
Tutte le informazioni sul progetto “Benessere e lavori”, la presentazione dello studio e i primi risultati sono disponibili nella pagina dedicata alla ricerca del https://www.conapinazionale.it/centrostudi/benesserelavori/index.php Per partecipare direttamente all’Indagine Nazionale 2026 è sufficiente compilare il questionario online, in forma anonima e in pochi minuti, sulla piattaforma dedicata:https://benesserelavori.conapinazionale.it
In questo modo ogni impresa può contribuire ad arricchire la ricerca con la propria esperienza e aiutare a costruire strumenti e politiche più attente alla dimensione integrale della persona umana.
Un cambio di prospettiva rilancia i territori “del cuore” come leva strategica per sviluppo, impresa e coesione sociale
Per troppo tempo questi territori sono stati raccontati solo attraverso il prisma delle difficoltà, come luoghi da assistere più che da valorizzare. Eppure, proprio qui si trovano energie, competenze e potenzialità che possono diventare decisive per lo sviluppo del Paese. Ne parliamo con il dott. Antonio Zizza, Direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, che da anni studia da vicino le dinamiche economiche e sociali dei territori “del cuore” d’Italia. Antonio Zizza, Direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, sull’importanza di investire nei territori “del cuore” d’Italia.
Spesso sentiamo parlare delle aree interne come di zone svantaggiate o “difficili”. Perché invece il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. sostiene che siano una soluzione e non un problema? Perché è necessario cambiare prospettiva. Storicamente, centri come Montefusco, dove domenica scorsa come la Co.N.A.P.I. Nazionale abbiamo partecipato all’interessante convegno “1806-2026: Il Capoluogo da Montefusco ad Avellino – Prospettive future”, sono stati cuori pulsanti dell’economia. Oggi, investire in questi territori è una scelta imprenditoriale lungimirante: offrono costi operativi ridotti, una qualità della vita superiore e un capitale umano che attende solo le giuste condizioni per restare e produrre valore.
Qual è il vantaggio concreto per un imprenditore che sceglie di puntare su queste zone? Oltre al risparmio su immobili e spazi, c’è un fattore umano enorme. I dati indicano che chi lavora in questi contesti sviluppa un legame più forte con l’azienda. Inoltre, il benessere territoriale diventa una leva per attirare talenti in fuga dal caos e dai costi insostenibili delle metropoli. Grazie al digitale e allo smart working, la distanza fisica non è più un ostacolo, ma un’opportunità per creare modelli di business più sostenibili, sani e radicati.
Sappiamo che sono molti i giovani che lasciano questi territori. Come si inverte la rotta?
Bisogna “fare sistema”. Le nostre università formano eccellenze che spesso esportiamo altrove, disperdendo un prezioso investimento pubblico. Dobbiamo creare un ponte solido tra scuole, atenei e imprese locali. Se un giovane intravede un progetto serio e una prospettiva di autonomia, sceglierà con più convinzione di restare. L’impresa che genera benessere nel proprio comune non fa solo etica, fa strategia: riduce il turnover, diventa più solida e ha un impatto sociale determinante per la tenuta della comunità.
Per costruire queste strategie servono però dati reali. Sappiamo che il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale sta portando avanti un’iniziativa importante in questo senso. Esattamente. Non si può fare politica economica senza ascoltare chi vive il territorio ogni giorno. Per questo il nostro Centro Studi ha pubblicato, oltre un anno fa oramai, un’indagine dedicata proprio all’artigianato e all’impresa nelle aree interne. Per noi è importante vedere anche la visione, ovvero la percezione, di artigiani e imprenditori che vivono quotidianamente nelle aree interne, percependone difficoltà ma anche opportunità, benefici.
Perché è così importante che gli imprenditori partecipino a questo questionario? Perché, come dicevo, la voce di chi “fa impresa” sul campo vale più di mille teorie. Partecipare non significa solo compilare un modulo, ma contribuire attivamente a proposte concrete da portare sui tavoli istituzionali. Abbiamo bisogno di mappare le reali necessità, le barriere e le potenzialità che solo chi opera in questi contesti conosce. Solo così possiamo trasformare il potenziale delle aree interne in valore economico reale.
Per troppo tempo questi territori sono stati raccontati solo attraverso il prisma delle difficoltà, come luoghi da assistere più che da valorizzare. Eppure, proprio qui si trovano energie, competenze e potenzialità che possono diventare decisive per lo sviluppo del Paese. Ne parliamo con il dott. Antonio Zizza, Direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, che da anni studia da vicino le dinamiche economiche e sociali dei territori “del cuore” d’Italia. Antonio Zizza, Direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, sull’importanza di investire nei territori “del cuore” d’Italia.
Spesso sentiamo parlare delle aree interne come di zone svantaggiate o “difficili”. Perché invece il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. sostiene che siano una soluzione e non un problema? Perché è necessario cambiare prospettiva. Storicamente, centri come Montefusco, dove domenica scorsa come la Co.N.A.P.I. Nazionale abbiamo partecipato all’interessante convegno “1806-2026: Il Capoluogo da Montefusco ad Avellino – Prospettive future”, sono stati cuori pulsanti dell’economia. Oggi, investire in questi territori è una scelta imprenditoriale lungimirante: offrono costi operativi ridotti, una qualità della vita superiore e un capitale umano che attende solo le giuste condizioni per restare e produrre valore.
Qual è il vantaggio concreto per un imprenditore che sceglie di puntare su queste zone? Oltre al risparmio su immobili e spazi, c’è un fattore umano enorme. I dati indicano che chi lavora in questi contesti sviluppa un legame più forte con l’azienda. Inoltre, il benessere territoriale diventa una leva per attirare talenti in fuga dal caos e dai costi insostenibili delle metropoli. Grazie al digitale e allo smart working, la distanza fisica non è più un ostacolo, ma un’opportunità per creare modelli di business più sostenibili, sani e radicati.
Sappiamo che sono molti i giovani che lasciano questi territori. Come si inverte la rotta? Bisogna “fare sistema”. Le nostre università formano eccellenze che spesso esportiamo altrove, disperdendo un prezioso investimento pubblico. Dobbiamo creare un ponte solido tra scuole, atenei e imprese locali. Se un giovane intravede un progetto serio e una prospettiva di autonomia, sceglierà con più convinzione di restare. L’impresa che genera benessere nel proprio comune non fa solo etica, fa strategia: riduce il turnover, diventa più solida e ha un impatto sociale determinante per la tenuta della comunità.
Per costruire queste strategie servono però dati reali. Sappiamo che il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale sta portando avanti un’iniziativa importante in questo senso. Esattamente. Non si può fare politica economica senza ascoltare chi vive il territorio ogni giorno. Per questo il nostro Centro Studi ha pubblicato, oltre un anno fa oramai, un’indagine dedicata proprio all’artigianato e all’impresa nelle aree interne. Per noi è importante vedere anche la visione, ovvero la percezione, di artigiani e imprenditori che vivono quotidianamente nelle aree interne, percependone difficoltà ma anche opportunità, benefici.
Perché è così importante che gli imprenditori partecipino a questo questionario? Perché, come dicevo, la voce di chi “fa impresa” sul campo vale più di mille teorie. Partecipare non significa solo compilare un modulo, ma contribuire attivamente a proposte concrete da portare sui tavoli istituzionali. Abbiamo bisogno di mappare le reali necessità, le barriere e le potenzialità che solo chi opera in questi contesti conosce. Solo così possiamo trasformare il potenziale delle aree interne in valore economico reale.
Dove si può trovare il questionario? Il questionario, che trovate sempre nella sezione Centro Studi del nostro sito ufficiale http://www.conapinazionale.it, è aperto a tutte le imprese, sia a quelle già attive nelle aree interne sia a quelle interessate a investirci. È anonimo e richiede solo pochi minuti. Invitiamo tutti a dare il proprio contributo cliccando su questo link: Partecipa all’indagine sulle Aree Interne – Clicca qui. Il futuro del Mezzogiorno passa da qui: la vostra esperienza è la bussola per orientarlo.
In occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale rilancia il valore dell’inclusione come leva strategica per il mondo produttivo. In questa intervista, il Direttore illustra il significato della ricorrenza, le indagini avviate e il ruolo centrale della persona nei modelli d’impresa sostenibili.
Direttore, oggi celebriamo la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Qual è il significato di questa ricorrenza per il mondo produttivo nazionale?
La giornata di oggi è fondamentale per il mondo produttivo, a cominciare proprio dall’artigianato, dalla micro e piccola impresa che rappresentiamo. Ricordo come il lavoro non è solo produzione, ma anche inclusione, partecipazione e responsabilità sociale. Valorizzare le persone con disabilità significa rafforzare l’intero tessuto produttivo del Paese, promuovere equità, innovazione e coesione. Per il nostro Centro Studi, questa data rappresenta un’occasione per ribadire che la centralità della persona è alla base di un’impresa responsabile e sostenibile.
Il Centro Studi e Ricerche nell’ultimo anno ha avviato due indagini nazionali sul tema dell’inclusione e sull’attenzione alle disabilità. Può spiegarci di cosa si tratta e perché sono così importanti?
Sì, come le dicevo l’accessibilità al lavoro, l’attenzione alle persone disabili e la dimensione sociale dell’impresa sono una priorità per noi. A tal proposito, infatti, il nostro Centro Studi ha pubblicato due questionari – attualmente ancora aperti – perché riteniamo fondamentale basare le indagini studio su dati concreti. La prima indagine, Accessibilità al lavoro. La visione delle imprese sull’inserimento delle persone con disabilità, è stata avviata la scorsa estate e consente di capire come le aziende attuano concretamente l’accesso al lavoro delle persone con disabilità, evidenziando buone pratiche, ostacoli e fabbisogni.
La seconda, Diversity, inclusion and enterprise: building inclusive work communities, è stata avviata quest’anno a seguito del Protocollo d’Intesa che il nostro Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I Nazionale ha siglato con UP Training Srl e valuta come la diversità possa trasformarsi in leva di innovazione, benessere organizzativo e valore condiviso.
Entrambe le indagini ci permettono di comprendere la realtà delle imprese, orientare politiche aziendali efficaci e rafforzare la cultura dell’inclusione in tutto il sistema produttivo.
Perché avete coinvolto anche enti di formazione nelle indagini?
Perché come Confederazione Co.N.A.P.I. Nazionale crediamo molto nella formazione quale leva di sviluppo e di inclusione. Poi la formazione è essenziale: senza formazione non è possibile costruire ambienti realmente inclusivi. Coinvolgere pertanto gli enti di formazione significa promuovere competenze, consapevolezze e pratiche professionali che preparino le imprese a gestire contesti accessibili, equi e partecipativi. Non è solo un supporto operativo: è una leva strategica per diffondere, anche attraverso la formazione professionale, una cultura dell’inclusione capace di generare valore umano e sociale.
Come possono le imprese partecipare alle vostre ricerche?
Accedendo al nostro sito ufficiale http://www.conapinazionale.it/e partecipando ai questionari. A tal riguardo voglio rivolgere un invito diretto alle imprese che ci leggono: partecipare ai questionari. È un gesto concreto che consente di contribuire allo sviluppo di strumenti operativi, percorsi formativi e politiche aziendali inclusive ed efficaci.Accessibilità e lavoro. La visione delle imprese sull’inserimento delle persone con disabilità: https://forms.gle/APocQ1SXDcU98otf9
La risposta raccolta è preziosa: senza la voce delle imprese non potremmo analizzare i bisogni né proporre interventi concreti per rafforzare una sana e responsabile cultura dell’inclusione.
La Co.N.A.P.I. Nazionale sottolinea spesso la centralità della persona. In che modo questo principio guida le vostre azioni?
La Confederazione afferma con chiarezza che la persona viene prima del capitale. È una visione che interpreta l’impresa non come “mera macchina produttiva”, ma come una comunità di lavoro, fatta di persone. Questo principio orienta ogni scelta: dall’analisi sociale all’organizzazione aziendale, dalla formazione alla proposta di modelli inclusivi. Il ruolo del Centro è tradurre questa identità in conoscenza, strumenti e percorsi concreti, capaci di generare valore e coesione sociale.
Nel quadro del Rapporto “Viticoltura sostenibile ed enoturismo. Esiti della ricerca sulle imprese in Italia”, abbiamo intervistato il dottor Antonio Zizza, protagonista del dibattito nazionale promosso da Co.N.A.P.I. e voce autorevole nel campo delle politiche agricole e dello sviluppo territoriale.
Con lui abbiamo analizzato i dati emersi dalla ricerca, le prospettive di crescita per le aree interne e il ruolo decisivo di innovazione e capitale umano nel rendere competitivo il settore vitivinicolo. Ricerca e risultati – Quali sono i principali dati emersi dalla ricerca sulla sostenibilità della viticoltura e sulle dinamiche evolutive dell’enoturismo?
1 La ricerca, pubblicata nel nostro Rapporto “Viticoltura sostenibile ed enoturismo. Esiti della ricerca sulle imprese in Italia”, che potete leggere gratuitamente sul nostro sito ufficiale www.conapinazionale.it, evidenzia una trasformazione profonda e ormai strutturale del settore, con un’attenzione particolare all’enoturismo, costantemente in crescita su tutto il territorio nazionale. Altresì, oltre il 91% delle imprese vitivinicole dichiarano di adottare pratiche avanzate di sostenibilità ambientale, incluse energie rinnovabili, metodi biologici e biodinamici e una consistente riduzione dell’impiego di fitofarmaci. Parallelamente, l’integrazione tra produzione e servizi enoturistici si conferma decisiva: l’87% delle aziende offre esperienze strutturate e il 95% riconosce la centralità della connessione fra vino, territorio e paesaggio quale tratto distintivo di competitività. Questi dati indicano indubbiamente una evoluzione imprenditoriale, oltre che culturale, del settore, sempre più orientato a qualità, autenticità e sostenibilità territoriale. Di tutto questo ne parleremo domani, giovedì 27 novembre 2025, nel corso del primo convegno nazionale promosso da Co.N.A.P.I., ospitato nel Castello Marchionale di Taurasi, in provincia di Avellino.
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2. Modello imprenditoriale – In che modo viticoltura ed enoturismo possono diventare un modello replicabile di sviluppo per le aree interne? Come chiarito più volte, anche nel Rapporto, il binomio viticoltura–enoturismo costituisce un modello replicabile perché si fonda su risorse non delocalizzabili: paesaggio, cultura agricola, comunità e identità territoriale. In molte aree interne queste componenti danno vita ad economie diffuse collegate alla filiera dell’ospitalità, della ristorazione e dei servizi culturali, producendo valore aggiunto locale e rafforzando la coesione sociale. Per rispondere alla sua domanda, la replicabilità dipende dalla capacità di costruire reti e governance condivise tra imprese, enti pubblici, associazioni professionali e attori sociali. Proprio per questo, il convegno di domani intende mettere attorno allo stesso tavolo competenze e responsabilità istituzionali, nella prospettiva di definire modelli concreti e trasferibili ad altri territori.
3. Capitale umano e innovazione – Quanto contano formazione, nuove tecnologie e governance territoriale nel rendere competitivo il settore vitivinicolo? Premetto col dirle che sono tutti elementi determinanti. La ricerca mostra una crescente diffusione di tecnologie di precisione, sistemi digitali di monitoraggio, automazione dei processi e applicativi di intelligenza artificiale. Tuttavia, emerge con forza un bisogno urgente di competenze tecniche, scientifiche e manageriali, senza le quali l’innovazione rischia di non tradursi in competitività reale. Ugualmente centrale è la governance territoriale: senza coordinamento istituzionale e cooperazione pubblico–privato, innovazione e sviluppo restano frammentati. Il confronto interdisciplinare previsto nel nostro convegno ha proprio l’obiettivo di mettere in dialogo competenze scientifiche, imprese e istituzioni per definire una strategia comune. In questo il sindacato, le associazioni di categoria, la ormai nascente federazione dell’enoturismo in seno alla Co.N.A.P.I. Nazionale, hanno un ruolo fondamentale. Ma di questo ne parleremo al convegno di Taurasi.
4. Prospettive future – Quali sono le sfide più urgenti che le imprese vitivinicole italiane dovranno affrontare nei prossimi anni per restare sostenibili e attrattive? Le sfide prioritarie riguardano l’adattamento ai cambiamenti climatici, la sostenibilità economica legata alle giacenze e ai mercati internazionali, il rafforzamento delle competenze professionali e l’accesso a tecnologie e capitali. Sarà molto importante perciò investire in infrastrutture logistiche e digitali, soprattutto nelle aree interne, oltre che potenziare reti consortili e forme di sinergia commerciale per superare la frammentazione strutturale del comparto. Competitività e sostenibilità richiedono visione strategica e capacità di sistema, temi che saranno al centro della discussione collegiale di domani.
5. Ruolo delle aree interne – Ritiene che le aree interne possano diventare laboratori di innovazione e sostenibilità? Assolutamente sì, ne siamo convinti come Centro Studi e come Confederazione Co.N.A.P.I. Nazionale. Le aree interne rappresentano oggi contesti privilegiati per sperimentare nuovi modelli di sviluppo fondati su economia circolare, sostenibilità e radicamento territoriale. Qui viticoltura ed enoturismo possono contribuire alla rigenerazione sociale e demografica, contrastando lo spopolamento e generando condizioni di reale abitabilità, attraverso occupazione qualificata, reti imprenditoriali e servizi innovativi. Con adeguato supporto infrastrutturale e istituzionale, le aree interne possono diventare laboratori nazionali di imprenditoria, come dimostra la scelta volontaria della Co.N.A.P.I. Nazionale di avviare proprio da Taurasi, territorio simbolico e di eccellenza, il primo appuntamento del nostro ciclo di convegni sulla viticoltura e l’enoturismo.
Intervista al dott. Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale
La viticoltura italiana è oggi un laboratorio diffuso di sostenibilità, innovazione e legame con il territorio. Questa ricerca del Centro Studi Co.N.A.P.I. Nazionale raccoglie la voce delle piccole imprese del vino, raccontando un modello che unisce impresa, cultura e comunità. Un contributo per immaginare il futuro del settore come motore di benessere, identità e sviluppo locale.
Dottor Zizza, il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale ha recentemente pubblicato un rapporto sulla “Viticoltura sostenibile ed enoturismo”. Da dove nasce questa ricerca? Questa ricerca, che potete leggere dal nostro sito ufficiale http://www.conapinazionale.it/ , nasce dal desiderio di restituire una fotografia reale e contemporanea del comparto vitivinicolo italiano, partendo dal basso, cioè dalle micro e piccole imprese che costituiscono l’ossatura produttiva del Paese. Abbiamo voluto ascoltare i vignaioli, le aziende agricole e le realtà familiari che ogni giorno coniugano tradizione, innovazione e tutela del territorio. Il questionario, condotto tra novembre 2024 e maggio 2025, ha coinvolto imprese di tutte le regioni italiane, permettendoci di comprendere i nuovi bisogni, le difficoltà e soprattutto la capacità di resilienza del settore.
Quali sono i principali risultati emersi dall’indagine? La ricerca conferma che la viticoltura italiana è oggi una sorta di laboratorio di sostenibilità diffusa. Oltre il 90% delle aziende intervistate adotta pratiche agricole a basso impatto ambientale e circa due terzi utilizza energie rinnovabili. È significativo anche l’interesse verso l’innovazione: molte imprese stanno introducendo tecniche di agricoltura di precisione, automazione e perfino strumenti di intelligenza artificiale per monitorare i vigneti, pianificare la produzione o gestire il marketing digitale. Si tratta di un cambiamento culturale, prima ancora che tecnologico, che dimostra come la sostenibilità sia ormai percepita come una responsabilità collettiva e un valore strategico per la competitività.
Nel rapporto si parla molto di enoturismo. Quanto è importante oggi per le aziende vitivinicole? L’enoturismo non è più un’attività accessoria, ma una leva strategica di sviluppo locale. Il 95% delle aziende riconosce il legame che definirei “indissolubile” tra vigneti, vino, territorio e cultura. Oggi i visitatori non cercano solo una buona bottiglia di vino o una degustazione, ma un’esperienza: partecipano alla vendemmia, assistono alla potatura, osservano la macinatura, ascoltano la storia dell’azienda e scoprono mestieri antichi. Attraverso queste attività si avvicinano alla vita rurale, conoscono le aziende limitrofe, il patrimonio naturalistico e spesso scelgono di soggiornare più giorni, parlando poi di quella esperienza come di un ritorno al benessere interiore. L’enoturismo è dunque un’occasione per le persone di riscoprire la dimensione umana del lavoro e per le imprese di generare valore sociale. Sono convinto che sia un modello virtuoso di viticoltura circolare, dove la cultura del vino diventa cultura ed economia della comunità.
Il suo rapporto sottolinea anche la dimensione “sociale” dell’impresa agricola. In che senso? Noi crediamo che il lavoro, a cominciare proprio da quello agricolo, sia uno strumento di “creazione” e al tempo stesso di elevazione della dignità umana. Nelle aziende che abbiamo analizzato, il ruolo dei giovani, delle donne e dei lavoratori stranieri è di fondamentale importanza. Le nuove generazioni stanno portando idee e visioni innovative, spesso dopo esperienze all’estero. Le donne, soprattutto nel Sud, guidano sempre più attività legate all’enoturismo, alla comunicazione e all’accoglienza. È un segno di evoluzione culturale e di integrazione sociale che rende il comparto più aperto, dinamico e generativo.
Formazione e innovazione sono parole ricorrenti nel documento. Cosa serve al settore per crescere ancora? La formazione, come diciamo sempre come Co.N.A.P.I. Nazionale, è la chiave della trasformazione e – aggiungerei – del progresso. Oggi serve investire nella formazione continua. Non basta introdurre nuove tecnologie: bisogna formare persone capaci di usarle con competenza. Quasi la metà delle aziende del nostro campione dichiara di voler rafforzare la formazione dei propri dipendenti, ma manca ancora un piano strutturale. Noi come Co.N.A.P.I. Nazionale intendiamo promuovere un modello di formazione integrata che metta insieme competenze digitali, sostenibilità, marketing territoriale e gestione dell’ospitalità, avendo chiaro che la conoscenza è la vera infrastruttura della competitività.
L’enoturismo può essere anche una forma di welfare? Assolutamente sì. È un modo nuovo di intendere il welfare: non solo economico, ma relazionale, rigenerativo, a contatto con la natura. Immaginiamo una riunione aziendale con vista vigneto, una degustazione, un percorso enogastronomico offerto ai propri dipendenti o un periodo di smart working in un’azienda vitivinicola, immersi nella terra e nella tradizione. Sono esperienze che migliorano il benessere delle persone e rafforzano i legami professionali. Non escluderei che, in territori particolarmente vocati — come le aree del DOCG di Taurasi o di altre eccellenze italiane — più aziende, insieme alle istituzioni locali e alle associazioni di categoria, possano immaginare spazi di coworking temporanei, con servizi di ristorazione a km 0 offerti dalle cantine stesse, percorsi di conoscenza nelle aziende e iniziative di turismo esperienziale. Si tratterebbe di un modello innovativo di welfare territoriale, capace di unire lavoro, benessere e promozione culturale.
Che futuro immagina per la viticoltura italiana nei prossimi anni? Se sapremo unire sostenibilità, innovazione e identità territoriale, l’enoturismo italiano potrà diventare un modello virtuoso su scala internazionale. L’enoturismo è già oggi un motore di economia circolare. Ripeto, con un esempio, quando una persona soggiorna in un’azienda vinicola, partecipa alle attività, visita i borghi, acquista prodotti locali e ne parla agli amici, genera valore per l’intera comunità. È un circolo virtuoso che unisce impresa, cultura e società. Il futuro della viticoltura, a mio avviso, passa da qui: dalla capacità di creare sviluppo economico partendo dal rispetto della terra e delle persone che la abitano.
In una frase, quale messaggio vuole lasciare questo rapporto? Che la sostenibilità non è solo una pratica ambientale, ma una visione umana e comunitaria del lavoro. La viticoltura italiana può e deve essere un esempio di impresa con un grande valore sociale: radicata nella tradizione, ma capace di innovare, garantire posti di lavoro, di accogliere e di promuovere benessere sociale per i lavoratori e per chiunque vi soggiorni.
Ferragosto 2025 registra 16 milioni di italiani in viaggio e una spesa record di 17 miliardi di euro, trainata da ristorazione e ospitalità. Le mete preferite restano mare, montagna e città d’arte, ma cresce il desiderio di esperienze autentiche e sostenibili. Le microimprese turistiche chiedono più sostegni per affrontare costi in aumento e carenza di personale. Secondo Basilio Minichiello, il turista oggi cerca emozioni vere, contatto con la natura e tradizioni locali.
Il viaggio del benessere psicologico: formazione e relazioni sane al lavoro. La striscia dell’intervista al Centro Studi e Ricerhe
Si è parlato di benessere psicologico legato alla formazione: in che modo crede che i percorsi educativi possano influire sul benessere mentale dei partecipanti?
Anzitutto è importante chiarire che il benessere psicologico, nelle organizzazioni e nei luoghi di lavoro, nasce da un ambiente di lavoro sano, equo e capace di riconoscere il valore umano delle persone. La formazione, in questo contesto, non è direttamente la fonte del benessere, ma uno degli strumenti più validi che possono sostenerlo e rafforzarlo, a condizione che sia coerente con la cultura aziendale e con i valori realmente praticati all’interno dell’impresa. Quando l’azienda promuove relazioni basate su fiducia, ascolto e responsabilità condivisa, allora la formazione può diventare un’occasione per rinnovare motivazioni, attivare curiosità e stimolare le proprie capacità. Ma senza una base organizzativa orientata al benessere, anche i migliori percorsi formativi rischiano di restare marginali o inefficaci. In questo senso, trovo piuttosto significativo il Disegno di legge approvato la scorsa settimana dell’Assemblea del CNEL, che ha ad oggetto le “Disposizioni per la valorizzazione della fraternità umana nei luoghi di lavoro”. Un passaggio molto importante che mette al centro il valore delle relazioni umane come elemento essenziale della vita professionale, accanto al welfare e alla produttività.
Educare alla fraternità, alla cooperazione e al rispetto reciproco è una priorità per le imprese che vogliono realmente investire nella qualità del lavoro. È da questo terreno che nasce un benessere autentico e duraturo. La formazione, quindi, trova il suo senso più profondo quando si inserisce in un progetto aziendale che mette al centro la persona e riconosce il lavoro come spazio di realizzazione umana e sociale.
Quali sono, secondo lei, gli elementi chiave che rendono un ambiente formativo realmente “sano” e inclusivo dal punto di vista psicologico? Un ambiente formativo può dirsi sano quando riflette i valori e le pratiche di un’organizzazione che si prende realmente cura delle persone. Non è una questione tecnica, ma culturale: l’aula formativa non può essere slegata dal clima aziendale che la genera. La formazione diventa efficace solo se è parte di un ecosistema in cui le persone si sentono accolte, rispettate e valorizzate. Questo vale per i lavoratori dipendenti, per i professionisti autonomi e per gli stessi imprenditori. La centralità della persona deve essere un principio guida e noi come Co.N.A.P.I. Nazionale lo sosteniamo da sempre.
Come ha sottolineato il Presidente di Co.N.A.P.I. Nazionale, il dott. Basilio Minichiello, l’impegno dell’organizzazione datoriale è proprio quello di aiutare le imprese a costruire percorsi formativi orientati al benessere, che tengano conto non solo delle competenze tecniche, ma anche del contesto umano e relazionale in cui esse vengono applicate.
Ha osservato cambiamenti nel modo in cui i discenti vivono la formazione dopo la pandemia? Se sì, come si riflette questo sul loro benessere? Sì, il cambiamento è evidente. La pandemia ha modificato profondamente la percezione del lavoro, del tempo e della relazione con l’apprendimento. Oggi le persone non cercano solo aggiornamenti professionali, ma esperienze capaci di generare significato, connessione e benessere emotivo.
Molti lavoratori avvertono il bisogno di ambienti di lavoro più equilibrati, meno stressanti, più attenti alla dimensione personale e – mi sia consentito – maggiormente legato ad una dimensione “fraterna”. La formazione, se pensata in questa prospettiva, può offrire uno spazio di ascolto ovvero persino di cura. Secondo il recente Rapporto Censis-Eudaimon, è cresciuta la domanda di tempo di qualità, di armonia tra vita privata e lavorativa, e di strumenti per affrontare in modo sostenibile le sfide quotidiane. La formazione può rispondere a questi bisogni solo se non si limita a “erogare” contenuti, ma si propone di “trasformare” le persone e i contesti in cui operano. Nel nostro Centro Studi, abbiamo pubblicato un report su questo tema, intitolato “Formare per trasformare”, proprio per sottolineare la necessità di un approccio più profondo e integrato all’apprendimento nei contesti aziendali.
Guardando al futuro, quali competenze considera fondamentali per promuovere una formazione attenta anche al benessere psicologico? Credo che nei prossimi anni sarà sempre più evidente che le competenze tecniche, pur fondamentali, non bastano. Le imprese dovranno puntare su competenze relazionali, emotive e sociali, che permettano alle persone di lavorare in modo sostenibile, collaborativo e consapevole. Competenze come l’ascolto attivo, la gestione dei conflitti, l’intelligenza emotiva, la comunicazione non ostile e l’equilibrio tra vita e lavoro saranno determinanti per costruire ambienti professionali sani. E la formazione dovrà saperle valorizzare e integrare nei percorsi di crescita.
In questo quadro, figure professionali come lo psicologo del lavoro o l’esperto di dinamiche organizzative saranno sempre più centrali. Ma sono certo che ci sia spazio anche per approcci più riflessivi, come quello filosofico, capaci di aiutare le persone a interrogarsi sul senso del lavoro, sulle relazioni e sull’etica delle scelte quotidiane. Come Centro Studi Co.N.A.P.I. sosteniamo tutto questo e, da poco, abbiamo pubblicato un questionario che ha lo scopo di a raccogliere esperienze, buone pratiche e indicatori di benessere aziendale. Lo facciamo attraverso una serie di domande rivolte alle imprese, con l’obiettivo di costruire strumenti operativi che possano migliorare la qualità organizzativa e, al tempo stesso, rafforzare il valore sociale dell’impresa.
Lei ha fatto riferimento al questionario elaborato dal Centro Studi e Ricerche. Come è possibile partecipare? Partecipare è molto semplice e richiede solo pochi minuti. Il questionario è stato pensato per raccogliere dati e riflessioni sul benessere nei luoghi di lavoro, dando voce alle imprese che ogni giorno affrontano sfide complesse e cercano soluzioni concrete. È uno strumento che può contribuire a migliorare le politiche aziendali e le strategie formative. E, soprattutto, è un atto di responsabilità sociale. Il link per partecipare è il seguente: https://forms.gle/wVKyAach5LhSJwDv8 Ogni risposta è un contributo per costruire imprese più umane, inclusive e capaci di generare valore duraturo.
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