INCLUSIONE, LAVORO E RESPONSABILITÀ SOCIALE: LA VISIONE DEL CENTRO STUDI CO.N.A.P.I.


In occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale rilancia il valore dell’inclusione come leva strategica per il mondo produttivo. In questa intervista, il Direttore illustra il significato della ricorrenza, le indagini avviate e il ruolo centrale della persona nei modelli d’impresa sostenibili.

Direttore, oggi celebriamo la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Qual è il significato di questa ricorrenza per il mondo produttivo nazionale?

La giornata di oggi è fondamentale per il mondo produttivo, a cominciare proprio dall’artigianato, dalla micro e piccola impresa che rappresentiamo. Ricordo come il lavoro non è solo produzione, ma anche inclusione, partecipazione e responsabilità sociale. Valorizzare le persone con disabilità significa rafforzare l’intero tessuto produttivo del Paese, promuovere equità, innovazione e coesione. Per il nostro Centro Studi, questa data rappresenta un’occasione per ribadire che la centralità della persona è alla base di un’impresa responsabile e sostenibile.

Il Centro Studi e Ricerche nell’ultimo anno ha avviato due indagini nazionali sul tema dell’inclusione e sull’attenzione alle disabilità. Può spiegarci di cosa si tratta e perché sono così importanti?

Sì, come le dicevo l’accessibilità al lavoro, l’attenzione alle persone disabili e la dimensione sociale dell’impresa sono una priorità per noi. A tal proposito, infatti, il nostro Centro Studi ha pubblicato due questionari – attualmente ancora aperti – perché riteniamo fondamentale basare le indagini studio su dati concreti. La prima indagine, Accessibilità al lavoro. La visione delle imprese sull’inserimento delle persone con disabilità, è stata avviata la scorsa estate e consente di capire come le aziende attuano concretamente l’accesso al lavoro delle persone con disabilità, evidenziando buone pratiche, ostacoli e fabbisogni.

La seconda, Diversity, inclusion and enterprise: building inclusive work communities, è stata avviata quest’anno a seguito del Protocollo d’Intesa che il nostro Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I Nazionale ha siglato con UP Training Srl e valuta come la diversità possa trasformarsi in leva di innovazione, benessere organizzativo e valore condiviso.

Entrambe le indagini ci permettono di comprendere la realtà delle imprese, orientare politiche aziendali efficaci e rafforzare la cultura dell’inclusione in tutto il sistema produttivo.

Perché avete coinvolto anche enti di formazione nelle indagini?

Perché come Confederazione Co.N.A.P.I. Nazionale crediamo molto nella formazione quale leva di sviluppo e di inclusione. Poi la formazione è essenziale: senza formazione non è possibile costruire ambienti realmente inclusivi. Coinvolgere pertanto gli enti di formazione significa promuovere competenze, consapevolezze e pratiche professionali che preparino le imprese a gestire contesti accessibili, equi e partecipativi. Non è solo un supporto operativo: è una leva strategica per diffondere, anche attraverso la formazione professionale, una cultura dell’inclusione capace di generare valore umano e sociale.

Come possono le imprese partecipare alle vostre ricerche?

Accedendo al nostro sito ufficiale http://www.conapinazionale.it/e partecipando ai questionari. A tal riguardo voglio rivolgere un invito diretto alle imprese che ci leggono: partecipare ai questionari. È un gesto concreto che consente di contribuire allo sviluppo di strumenti operativi, percorsi formativi e politiche aziendali inclusive ed efficaci.Accessibilità e lavoro. La visione delle imprese sull’inserimento delle persone con disabilità: https://forms.gle/APocQ1SXDcU98otf9

La risposta raccolta è preziosa: senza la voce delle imprese non potremmo analizzare i bisogni né proporre interventi concreti per rafforzare una sana e responsabile cultura dell’inclusione.

La Co.N.A.P.I. Nazionale sottolinea spesso la centralità della persona. In che modo questo principio guida le vostre azioni?

La Confederazione afferma con chiarezza che la persona viene prima del capitale. È una visione che interpreta l’impresa non come “mera macchina produttiva”, ma come una comunità di lavoro, fatta di persone. Questo principio orienta ogni scelta: dall’analisi sociale all’organizzazione aziendale, dalla formazione alla proposta di modelli inclusivi. Il ruolo del Centro è tradurre questa identità in conoscenza, strumenti e percorsi concreti, capaci di generare valore e coesione sociale.

VITICOLTURA SOSTENIBILE ED ENOTURISMO: LA VISIONE DEL DOTT. ANTONIO ZIZZA


Nel quadro del Rapporto “Viticoltura sostenibile ed enoturismo. Esiti della ricerca sulle imprese in Italia”, abbiamo intervistato il dottor Antonio Zizza, protagonista del dibattito nazionale promosso da Co.N.A.P.I. e voce autorevole nel campo delle politiche agricole e dello sviluppo territoriale.

Con lui abbiamo analizzato i dati emersi dalla ricerca, le prospettive di crescita per le aree interne e il ruolo decisivo di innovazione e capitale umano nel rendere competitivo il settore vitivinicolo.
Ricerca e risultati – Quali sono i principali dati emersi dalla ricerca sulla sostenibilità della viticoltura e sulle dinamiche evolutive dell’enoturismo?

1 La ricerca, pubblicata nel nostro Rapporto “Viticoltura sostenibile ed enoturismo. Esiti della ricerca sulle imprese in Italia”, che potete leggere gratuitamente sul nostro sito ufficiale www.conapinazionale.it, evidenzia una trasformazione profonda e ormai strutturale del settore, con un’attenzione particolare all’enoturismo, costantemente in crescita su tutto il territorio nazionale.
Altresì, oltre il 91% delle imprese vitivinicole dichiarano di adottare pratiche avanzate di sostenibilità ambientale, incluse energie rinnovabili, metodi biologici e biodinamici e una consistente riduzione dell’impiego di fitofarmaci. Parallelamente, l’integrazione tra produzione e servizi enoturistici si conferma decisiva: l’87% delle aziende offre esperienze strutturate e il 95% riconosce la centralità della connessione fra vino, territorio e paesaggio quale tratto distintivo di competitività.
Questi dati indicano indubbiamente una evoluzione imprenditoriale, oltre che culturale, del settore, sempre più orientato a qualità, autenticità e sostenibilità territoriale.
Di tutto questo ne parleremo domani, giovedì 27 novembre 2025, nel corso del primo convegno nazionale promosso da Co.N.A.P.I., ospitato nel Castello Marchionale di Taurasi, in provincia di Avellino.

03eaf169-4fb1-4830-9b50-1d183bfb8e3f

2.⁠ ⁠Modello imprenditoriale – In che modo viticoltura ed enoturismo possono diventare un modello replicabile di sviluppo per le aree interne?
Come chiarito più volte, anche nel Rapporto, il binomio viticoltura–enoturismo costituisce un modello replicabile perché si fonda su risorse non delocalizzabili: paesaggio, cultura agricola, comunità e identità territoriale. In molte aree interne queste componenti danno vita ad economie diffuse collegate alla filiera dell’ospitalità, della ristorazione e dei servizi culturali, producendo valore aggiunto locale e rafforzando la coesione sociale.
Per rispondere alla sua domanda, la replicabilità dipende dalla capacità di costruire reti e governance condivise tra imprese, enti pubblici, associazioni professionali e attori sociali.
Proprio per questo, il convegno di domani intende mettere attorno allo stesso tavolo competenze e responsabilità istituzionali, nella prospettiva di definire modelli concreti e trasferibili ad altri territori.

3.⁠ ⁠Capitale umano e innovazione – Quanto contano formazione, nuove tecnologie e governance territoriale nel rendere competitivo il settore vitivinicolo?
Premetto col dirle che sono tutti elementi determinanti. La ricerca mostra una crescente diffusione di tecnologie di precisione, sistemi digitali di monitoraggio, automazione dei processi e applicativi di intelligenza artificiale. Tuttavia, emerge con forza un bisogno urgente di competenze tecniche, scientifiche e manageriali, senza le quali l’innovazione rischia di non tradursi in competitività reale.
Ugualmente centrale è la governance territoriale: senza coordinamento istituzionale e cooperazione pubblico–privato, innovazione e sviluppo restano frammentati. Il confronto interdisciplinare previsto nel nostro convegno ha proprio l’obiettivo di mettere in dialogo competenze scientifiche, imprese e istituzioni per definire una strategia comune.
In questo il sindacato, le associazioni di categoria, la ormai nascente federazione dell’enoturismo in seno alla Co.N.A.P.I. Nazionale, hanno un ruolo fondamentale. Ma di questo ne parleremo al convegno di Taurasi.

4.⁠ ⁠Prospettive future – Quali sono le sfide più urgenti che le imprese vitivinicole italiane dovranno affrontare nei prossimi anni per restare sostenibili e attrattive?
Le sfide prioritarie riguardano l’adattamento ai cambiamenti climatici, la sostenibilità economica legata alle giacenze e ai mercati internazionali, il rafforzamento delle competenze professionali e l’accesso a tecnologie e capitali. Sarà molto importante perciò investire in infrastrutture logistiche e digitali, soprattutto nelle aree interne, oltre che potenziare reti consortili e forme di sinergia commerciale per superare la frammentazione strutturale del comparto.
Competitività e sostenibilità richiedono visione strategica e capacità di sistema, temi che saranno al centro della discussione collegiale di domani.

5.⁠ ⁠Ruolo delle aree interne – Ritiene che le aree interne possano diventare laboratori di innovazione e sostenibilità?
Assolutamente sì, ne siamo convinti come Centro Studi e come Confederazione Co.N.A.P.I. Nazionale. Le aree interne rappresentano oggi contesti privilegiati per sperimentare nuovi modelli di sviluppo fondati su economia circolare, sostenibilità e radicamento territoriale. Qui viticoltura ed enoturismo possono contribuire alla rigenerazione sociale e demografica, contrastando lo spopolamento e generando condizioni di reale abitabilità, attraverso occupazione qualificata, reti imprenditoriali e servizi innovativi.
Con adeguato supporto infrastrutturale e istituzionale, le aree interne possono diventare laboratori nazionali di imprenditoria, come dimostra la scelta volontaria della Co.N.A.P.I. Nazionale di avviare proprio da Taurasi, territorio simbolico e di eccellenza, il primo appuntamento del nostro ciclo di convegni sulla viticoltura e l’enoturismo.

VITICOLTURA SOSTENIBILE ED ENOTURISMO: UN MODELLO ITALIANO CHE UNISCE TERRITORIO, IMPRESA E PERSONE


Intervista al dott. Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale

La viticoltura italiana è oggi un laboratorio diffuso di sostenibilità, innovazione e legame con il territorio. Questa ricerca del Centro Studi Co.N.A.P.I. Nazionale raccoglie la voce delle piccole imprese del vino, raccontando un modello che unisce impresa, cultura e comunità. Un contributo per immaginare il futuro del settore come motore di benessere, identità e sviluppo locale.

Dottor Zizza, il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale ha recentemente pubblicato un rapporto sulla “Viticoltura sostenibile ed enoturismo”. Da dove nasce questa ricerca?
Questa ricerca, che potete leggere dal nostro sito ufficiale http://www.conapinazionale.it/ , nasce dal desiderio di restituire una fotografia reale e contemporanea del comparto vitivinicolo italiano, partendo dal basso, cioè dalle micro e piccole imprese che costituiscono l’ossatura produttiva del Paese. Abbiamo voluto ascoltare i vignaioli, le aziende agricole e le realtà familiari che ogni giorno coniugano tradizione, innovazione e tutela del territorio. Il questionario, condotto tra novembre 2024 e maggio 2025, ha coinvolto imprese di tutte le regioni italiane, permettendoci di comprendere i nuovi bisogni, le difficoltà e soprattutto la capacità di resilienza del settore.

Quali sono i principali risultati emersi dall’indagine?
La ricerca conferma che la viticoltura italiana è oggi una sorta di laboratorio di sostenibilità diffusa. Oltre il 90% delle aziende intervistate adotta pratiche agricole a basso impatto ambientale e circa due terzi utilizza energie rinnovabili. È significativo anche l’interesse verso l’innovazione: molte imprese stanno introducendo tecniche di agricoltura di precisione, automazione e perfino strumenti di intelligenza artificiale per monitorare i vigneti, pianificare la produzione o gestire il marketing digitale.
Si tratta di un cambiamento culturale, prima ancora che tecnologico, che dimostra come la sostenibilità sia ormai percepita come una responsabilità collettiva e un valore strategico per la competitività.

Nel rapporto si parla molto di enoturismo. Quanto è importante oggi per le aziende vitivinicole?
L’enoturismo non è più un’attività accessoria, ma una leva strategica di sviluppo locale. Il 95% delle aziende riconosce il legame che definirei “indissolubile” tra vigneti, vino, territorio e cultura. Oggi i visitatori non cercano solo una buona bottiglia di vino o una degustazione, ma un’esperienza: partecipano alla vendemmia, assistono alla potatura, osservano la macinatura, ascoltano la storia dell’azienda e scoprono mestieri antichi. Attraverso queste attività si avvicinano alla vita rurale, conoscono le aziende limitrofe, il patrimonio naturalistico e spesso scelgono di soggiornare più giorni, parlando poi di quella esperienza come di un ritorno al benessere interiore.
L’enoturismo è dunque un’occasione per le persone di riscoprire la dimensione umana del lavoro e per le imprese di generare valore sociale. Sono convinto che sia un modello virtuoso di viticoltura circolare, dove la cultura del vino diventa cultura ed economia della comunità.

Il suo rapporto sottolinea anche la dimensione “sociale” dell’impresa agricola. In che senso?
Noi crediamo che il lavoro, a cominciare proprio da quello agricolo, sia uno strumento di “creazione” e al tempo stesso di elevazione della dignità umana. Nelle aziende che abbiamo analizzato, il ruolo dei giovani, delle donne e dei lavoratori stranieri è di fondamentale importanza. Le nuove generazioni stanno portando idee e visioni innovative, spesso dopo esperienze all’estero. Le donne, soprattutto nel Sud, guidano sempre più attività legate all’enoturismo, alla comunicazione e all’accoglienza. È un segno di evoluzione culturale e di integrazione sociale che rende il comparto più aperto, dinamico e generativo.

Formazione e innovazione sono parole ricorrenti nel documento. Cosa serve al settore per crescere ancora?
La formazione, come diciamo sempre come Co.N.A.P.I. Nazionale, è la chiave della trasformazione e – aggiungerei – del progresso. Oggi serve investire nella formazione continua. Non basta introdurre nuove tecnologie: bisogna formare persone capaci di usarle con competenza. Quasi la metà delle aziende del nostro campione dichiara di voler rafforzare la formazione dei propri dipendenti, ma manca ancora un piano strutturale.
Noi come Co.N.A.P.I. Nazionale intendiamo promuovere un modello di formazione integrata che metta insieme competenze digitali, sostenibilità, marketing territoriale e gestione dell’ospitalità, avendo chiaro che la conoscenza è la vera infrastruttura della competitività.

L’enoturismo può essere anche una forma di welfare?
Assolutamente sì. È un modo nuovo di intendere il welfare: non solo economico, ma relazionale, rigenerativo, a contatto con la natura. Immaginiamo una riunione aziendale con vista vigneto, una degustazione, un percorso enogastronomico offerto ai propri dipendenti o un periodo di smart working in un’azienda vitivinicola, immersi nella terra e nella tradizione. Sono esperienze che migliorano il benessere delle persone e rafforzano i legami professionali.
Non escluderei che, in territori particolarmente vocati — come le aree del DOCG di Taurasi o di altre eccellenze italiane — più aziende, insieme alle istituzioni locali e alle associazioni di categoria, possano immaginare spazi di coworking temporanei, con servizi di ristorazione a km 0 offerti dalle cantine stesse, percorsi di conoscenza nelle aziende e iniziative di turismo esperienziale. Si tratterebbe di un modello innovativo di welfare territoriale, capace di unire lavoro, benessere e promozione culturale.

Che futuro immagina per la viticoltura italiana nei prossimi anni?
Se sapremo unire sostenibilità, innovazione e identità territoriale, l’enoturismo italiano potrà diventare un modello virtuoso su scala internazionale. L’enoturismo è già oggi un motore di economia circolare. Ripeto, con un esempio, quando una persona soggiorna in un’azienda vinicola, partecipa alle attività, visita i borghi, acquista prodotti locali e ne parla agli amici, genera valore per l’intera comunità. È un circolo virtuoso che unisce impresa, cultura e società. Il futuro della viticoltura, a mio avviso, passa da qui: dalla capacità di creare sviluppo economico partendo dal rispetto della terra e delle persone che la abitano.

In una frase, quale messaggio vuole lasciare questo rapporto?
Che la sostenibilità non è solo una pratica ambientale, ma una visione umana e comunitaria del lavoro. La viticoltura italiana può e deve essere un esempio di impresa con un grande valore sociale: radicata nella tradizione, ma capace di innovare, garantire posti di lavoro, di accogliere e di promuovere benessere sociale per i lavoratori e per chiunque vi soggiorni.

IL CORAGGIO DI CREARE, LA FORZA DI RESISTERE: LA VERA VITA DELL’IMPRENDITORE

Ferragosto 2025 registra 16 milioni di italiani in viaggio e una spesa record di 17 miliardi di euro, trainata da ristorazione e ospitalità. Le mete preferite restano mare, montagna e città d’arte, ma cresce il desiderio di esperienze autentiche e sostenibili. Le microimprese turistiche chiedono più sostegni per affrontare costi in aumento e carenza di personale. Secondo Basilio Minichiello, il turista oggi cerca emozioni vere, contatto con la natura e tradizioni locali.

Continua a leggere

SI CONCLUDE LA SETTIMANA DI Co.N.A.P.I. DEDICATA AL BENESSERE PSICOLOGICO NEI LUOGHI DI LAVORO: UN CAMMINO DI VALORI, ASCOLTO E FORMAZIONE


Il viaggio del benessere psicologico: formazione e relazioni sane al lavoro. La striscia dell’intervista al Centro Studi e Ricerhe

Si è parlato di benessere psicologico legato alla formazione: in che modo crede che i percorsi educativi possano influire sul benessere mentale dei partecipanti?

Anzitutto è importante chiarire che il benessere psicologico, nelle organizzazioni e nei luoghi di lavoro, nasce da un ambiente di lavoro sano, equo e capace di riconoscere il valore umano delle persone. La formazione, in questo contesto, non è direttamente la fonte del benessere, ma uno degli strumenti più validi che possono sostenerlo e rafforzarlo, a condizione che sia coerente con la cultura aziendale e con i valori realmente praticati all’interno dell’impresa.
Quando l’azienda promuove relazioni basate su fiducia, ascolto e responsabilità condivisa, allora la formazione può diventare un’occasione per rinnovare motivazioni, attivare curiosità e stimolare le proprie capacità. Ma senza una base organizzativa orientata al benessere, anche i migliori percorsi formativi rischiano di restare marginali o inefficaci.
In questo senso, trovo piuttosto significativo il Disegno di legge approvato la scorsa settimana dell’Assemblea del CNEL, che ha ad oggetto le “Disposizioni per la valorizzazione della fraternità umana nei luoghi di lavoro”. Un passaggio molto importante che mette al centro il valore delle relazioni umane come elemento essenziale della vita professionale, accanto al welfare e alla produttività.


Educare alla fraternità, alla cooperazione e al rispetto reciproco è una priorità per le imprese che vogliono realmente investire nella qualità del lavoro. È da questo terreno che nasce un benessere autentico e duraturo. La formazione, quindi, trova il suo senso più profondo quando si inserisce in un progetto aziendale che mette al centro la persona e riconosce il lavoro come spazio di realizzazione umana e sociale.

Quali sono, secondo lei, gli elementi chiave che rendono un ambiente formativo realmente “sano” e inclusivo dal punto di vista psicologico?
Un ambiente formativo può dirsi sano quando riflette i valori e le pratiche di un’organizzazione che si prende realmente cura delle persone. Non è una questione tecnica, ma culturale: l’aula formativa non può essere slegata dal clima aziendale che la genera.
La formazione diventa efficace solo se è parte di un ecosistema in cui le persone si sentono accolte, rispettate e valorizzate. Questo vale per i lavoratori dipendenti, per i professionisti autonomi e per gli stessi imprenditori. La centralità della persona deve essere un principio guida e noi come Co.N.A.P.I. Nazionale lo sosteniamo da sempre.

Come ha sottolineato il Presidente di Co.N.A.P.I. Nazionale, il dott. Basilio Minichiello, l’impegno dell’organizzazione datoriale è proprio quello di aiutare le imprese a costruire percorsi formativi orientati al benessere, che tengano conto non solo delle competenze tecniche, ma anche del contesto umano e relazionale in cui esse vengono applicate.

Ha osservato cambiamenti nel modo in cui i discenti vivono la formazione dopo la pandemia? Se sì, come si riflette questo sul loro benessere?
Sì, il cambiamento è evidente. La pandemia ha modificato profondamente la percezione del lavoro, del tempo e della relazione con l’apprendimento. Oggi le persone non cercano solo aggiornamenti professionali, ma esperienze capaci di generare significato, connessione e benessere emotivo.


Molti lavoratori avvertono il bisogno di ambienti di lavoro più equilibrati, meno stressanti, più attenti alla dimensione personale e – mi sia consentito – maggiormente legato ad una dimensione “fraterna”. La formazione, se pensata in questa prospettiva, può offrire uno spazio di ascolto ovvero persino di cura.
Secondo il recente Rapporto Censis-Eudaimon, è cresciuta la domanda di tempo di qualità, di armonia tra vita privata e lavorativa, e di strumenti per affrontare in modo sostenibile le sfide quotidiane. La formazione può rispondere a questi bisogni solo se non si limita a “erogare” contenuti, ma si propone di “trasformare” le persone e i contesti in cui operano.
Nel nostro Centro Studi, abbiamo pubblicato un report su questo tema, intitolato “Formare per trasformare”, proprio per sottolineare la necessità di un approccio più profondo e integrato all’apprendimento nei contesti aziendali.

Guardando al futuro, quali competenze considera fondamentali per promuovere una formazione attenta anche al benessere psicologico?
Credo che nei prossimi anni sarà sempre più evidente che le competenze tecniche, pur fondamentali, non bastano. Le imprese dovranno puntare su competenze relazionali, emotive e sociali, che permettano alle persone di lavorare in modo sostenibile, collaborativo e consapevole.
Competenze come l’ascolto attivo, la gestione dei conflitti, l’intelligenza emotiva, la comunicazione non ostile e l’equilibrio tra vita e lavoro saranno determinanti per costruire ambienti professionali sani. E la formazione dovrà saperle valorizzare e integrare nei percorsi di crescita.


In questo quadro, figure professionali come lo psicologo del lavoro o l’esperto di dinamiche organizzative saranno sempre più centrali. Ma sono certo che ci sia spazio anche per approcci più riflessivi, come quello filosofico, capaci di aiutare le persone a interrogarsi sul senso del lavoro, sulle relazioni e sull’etica delle scelte quotidiane.
Come Centro Studi Co.N.A.P.I. sosteniamo tutto questo e, da poco, abbiamo pubblicato un questionario che ha lo scopo di a raccogliere esperienze, buone pratiche e indicatori di benessere aziendale. Lo facciamo attraverso una serie di domande rivolte alle imprese, con l’obiettivo di costruire strumenti operativi che possano migliorare la qualità organizzativa e, al tempo stesso, rafforzare il valore sociale dell’impresa.

Lei ha fatto riferimento al questionario elaborato dal Centro Studi e Ricerche. Come è possibile partecipare?
Partecipare è molto semplice e richiede solo pochi minuti. Il questionario è stato pensato per raccogliere dati e riflessioni sul benessere nei luoghi di lavoro, dando voce alle imprese che ogni giorno affrontano sfide complesse e cercano soluzioni concrete.
È uno strumento che può contribuire a migliorare le politiche aziendali e le strategie formative. E, soprattutto, è un atto di responsabilità sociale.
Il link per partecipare è il seguente:
https://forms.gle/wVKyAach5LhSJwDv8
Ogni risposta è un contributo per costruire imprese più umane, inclusive e capaci di generare valore duraturo.

MENTIFRICIO E CO.N.A.P.I.: SINERGIE PER IL BENESSERE PSICOLOGICO SUL LAVORO

Mentifricio e CO.N.A.P.I. collaborano per promuovere il benessere psicologico sul lavoro attraverso formazione e cultura, con particolare attenzione alle soft skills. Il webinar ha evidenziato dati preoccupanti sullo stress lavorativo e l’importanza di abilità relazionali per la produttività. La comunicazione efficace e la centralità della persona sono al centro della strategia. In futuro, sono previsti nuovi incontri e percorsi formativi per sostenere lavoratori e imprese.

Continua a leggere

IL LAVORO CHE CURA: L’IMPRESA COME LUOGO DI DIGNITÀ, RELAZIONI E BENESSERE

Il rapporto tra lavoro e salute mentale è oggi centrale, soprattutto tra i giovani, sempre più colpiti da disagio psicologico legato all’instabilità lavorativa. Secondo Antonio Zizza (Co.N.A.P.I.), le imprese devono farsi carico del benessere dei lavoratori, promuovendo ambienti sani e relazioni umane autentiche. Il lavoro dovrebbe essere uno spazio di espressione e dignità, non fonte di stress. Il Centro Studi Co.N.A.P.I. promuove modelli aziendali inclusivi e sostenibili, centrati sulla persona.

Continua a leggere

VIOLENZA DI GENERE CONSIDERATA UN FENOMENO SOCIALE. LA GIUSLAVORISTA MIRELLA GIOVINO LO ANALIZZA DA UN PUNTO DI VISTA LAVORATIVO.

E’ da poco trascorsa la giornata dedicata alla violenza sulle donne che Co.N.A.P.I. Nazionale, ha inteso affrontare attraverso un webinar dedicato, a cui hanno partecipato professionisti i quali hanno approfondito vari punti, soprattutto quelli critici che rappresentano il nervo scoperto del genere femminile indebolendone la figura in vari amibiti: familiari, sociali e lavorativi. A proposito dell’ambiente lavorativo, abbiamo intervistato l’avvocato Mirella Giovino, giuslavorista e consulente di CoN.A.P.I. Nazionale e braccio destro del Presidente Basilio Minichiello per tutto quanto attiene alla formazione contrattuale, definendone i contenuti per disciplinare vari ambiti lavorativi e che avendo un ruolo importante da un punto di vista professionale, puo’ rispondere ad alcune domande.

Avvocato Giovino, come può essere definita la violenza di genere?
“La violenza di genere è un fenomeno sociale che, allo stato, non ha una definizione univoca, e trova la sua collocazione in più fonti normative, accordi e convenzioni internazionali, legislazione nazionale, prassi interpretative. E’ sicuramente qualificabile come un fenomeno complesso, che si manifesta con pluralità di azioni violente ripetute nel tempo; azioni di natura fisica, psicologica, sessuale, economica e verbale, che possono verificarsi nell’ambiente domestico, nei luoghi di lavoro, nella vita sociale. Viene colpita la persona a causa del suo “genere”. La violenza sulle donne è il paradigma più conosciuto di tale forma di violenza”.
Il contesto lavorativo, quindi, può essere interessato da tale fenomeno?
“Nell’ambiente di lavoro possono registrarsi fenomeni di violenza di genere-continua la dottoressa Mirella Giovino-attuata attraverso pratiche e comportamenti, anche solo sotto forma di minaccia, che possono essere reiterati nel tempo, con conseguente danno fisico, psicologico, morale, economico o sessuale. La violenza di genere potrebbe non essere adeguatamente valutata dagli attori coinvolti, spesso distratti dai ritmi o condizionati dalle dinamiche del rapporto lavorativo. Va sottolineato, di contro, che nello stesso ambiente di lavoro possono essere attuati strumenti di tutela e di repressione di tali forme di violenza, nonché attività di supporto alle vittime qualora la violenza sia stata perpetuata all’esterno”.

Inoltre, avvocato quali sono gli strumenti di prevenzione e contrasto alla violenza di genere nell’ambiente di lavoro?
Per la giuslavorista: “Prima di ogni cosa va evidenziato che è la contrattazione collettiva Nazionale a buttare le basi per prevenire e contrastare il fenomeno in quanto, nel recepire gli istituti già previsti dal legislatore, pone le basi per la previsione di regole di miglior favore – si pensi, ad esempio, ai sistemi di prevenzione, alla creazione di specifici percorsi formativi, alle sanzioni disciplinari, alla prevenzione del mobbing- al fine di tutelare e migliorare le condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori nell’ottica di un ambiente sano ed equilibrato. Sicuramente uno degli strumenti più efficaci ed immediati per contrastare e prevenire il fenomeno all’interno dell’azienda ma anche, come detto, per fornire l’adeguato supporto alle vittime stesse è la contrattazione aziendale, ovvero la contrattazione di secondo livello. Il contratto di secondo livello è l’accordo sottoscritto tra l’associazione datoriale o datore di lavoro e l’associazione sindacale, per il tramite della rappresentanza in azienda, attraverso cui si stabiliscono le condizioni più rispondenti alla realtà lavorativa, nell’interesse di crescita comune tra azienda e lavoratori. E’ uno strumento essenziale, in quanto è nella singola realtà aziendale che vanno ricercate le criticità e prospettate e attuate le migliori soluzioni possibili. In merito alla tutela delle vittime di violenza di genere, sicuramente attraverso l’accordo di secondo livello si potranno incentivare le forme di assistenza rientranti nel welfare aziendale (ad esempio: erogazione di servizi finalizzati al supporto psicologico, integrazioni economiche, premi, assistenza legale), introdurre strumenti di flessibilità oraria e organizzativa, prevedere l’erogazione di permessi straordinari, estendere, nei limiti del perimetro normativo, il periodo di congedo di cui al D.Lgs. 81/ 2015 nel caso in cui la vittima sia stata inserita in percorsi di protezione. Il dialogo in azienda è fondamentale per la crescita e la tutela comune, l’accordo aziendale fornisce gli strumenti adeguati per meglio realizzarlo”. Così ha concluso la professionista, lasciando aperta la porta del confronto, che rappresenta e sancisce l’importanza di una cultura del lavoro basata sul rispetto reciproco e sulla dignità dell’essere umano.