SICUREZZA SUL LAVORO: È ARRIVATO IL MOMENTO DI RIPENSARE ANCHE LE RESPONSABILITÀ DEI LAVORATORI?


Una riflessione sul sistema della prevenzione e sulla necessità di un maggiore equilibrio delle responsabilità tra datori di lavoro e lavoratori.


Il 9 ottobre 2026 l’INAIL ha pubblicato gli ultimi dati ufficiali sugli infortuni sul lavoro, aggiornati al 31 agosto 2026.
Il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. I principali indicatori registrano un incremento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: aumentano del 5,1% gli infortuni denunciati in occasione di lavoro, del 2% quelli mortali e addirittura del 16,3% le denunce di malattie professionali.
Si tratta di dati provvisori, ma certamente sufficienti per imporre una seria riflessione.
Eppure, con il nuovo Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025, ci si aspettava l’avvio di un’inversione di tendenza, grazie a una profonda revisione del sistema formativo, delle modalità di verifica dell’apprendimento e dei requisiti richiesti ai soggetti formatori.
Naturalmente, è ancora presto per valutare compiutamente gli effetti di una riforma la cui attuazione è stata accompagnata da disposizioni transitorie. Tuttavia, questi numeri ci ricordano che la formazione, per quanto qualificata e rigorosa, da sola potrebbe non essere sufficiente.
Forse è arrivato il momento di affrontare la questione da una prospettiva diversa, finora poco approfondita: quella delle responsabilità individuali dei lavoratori.
Il nostro sistema normativo, a partire dal D.Lgs. 81/2008, attribuisce al datore di lavoro una posizione di garanzia particolarmente ampia.
È l’imprenditore che deve valutare i rischi, organizzare la prevenzione, garantire la formazione, fornire i dispositivi di protezione e vigilare sull’osservanza delle disposizioni di sicurezza.
Obblighi assolutamente condivisibili, perché la tutela della vita e della salute dei lavoratori deve rappresentare una priorità irrinunciabile.
Ma dobbiamo anche chiederci cosa accada quando un imprenditore abbia correttamente adempiuto ai propri obblighi e un incidente si verifichi a causa di un comportamento gravemente negligente, imprudente o imperito del lavoratore.
È giusto che il datore di lavoro continui a essere il principale destinatario dell’accertamento delle responsabilità, anche quando il comportamento del dipendente abbia avuto un ruolo determinante nell’evento?
La normativa già riconosce specifici obblighi ai lavoratori e la giurisprudenza ammette, in determinate circostanze, che una condotta abnorme possa escludere la responsabilità datoriale. Ma forse occorre interrogarsi sull’effettiva adeguatezza di questo equilibrio.
La sicurezza non può essere soltanto un obbligo del datore di lavoro. Deve diventare una responsabilità personale, concreta e consapevole di ogni lavoratore.

C’è anche un aspetto psicologico e comportamentale che merita attenzione.
Se il lavoratore percepisce che, indipendentemente dalle proprie condotte, le conseguenze di un incidente ricadranno prevalentemente sull’imprenditore, potrebbe sviluppare una minore consapevolezza delle proprie responsabilità.

Non è una conclusione che possiamo dare per dimostrata, ma è un’ipotesi sulla quale ritengo necessario aprire un confronto.
Un lavoratore che, pur adeguatamente formato, informato e dotato di tutti gli strumenti di protezione, viola consapevolmente le procedure di sicurezza, mette a repentaglio non soltanto la propria incolumità, ma anche quella dei colleghi e di tutte le persone presenti nell’ambiente lavorativo.
E allora perché non valutare un intervento normativo che rafforzi il principio della responsabilità personale, prevedendo conseguenze più incisive nei casi di colpa grave effettivamente accertata?
Naturalmente, questo non deve significare colpevolizzare chi subisce un infortunio, né alleggerire gli obblighi di prevenzione e vigilanza che competono al datore di lavoro.
Significa, piuttosto, affermare un principio di equilibrio: ciascuno deve rispondere delle proprie azioni e delle proprie omissioni, nella misura delle responsabilità concretamente accertate.
Questo tema riguarda particolarmente le micro e piccole imprese e le attività artigiane, dove il datore di lavoro opera spesso personalmente accanto ai propri dipendenti, sostenendo investimenti, costi organizzativi e responsabilità che possono compromettere la stessa continuità aziendale.
Non possiamo continuare a pensare che la soluzione al problema degli infortuni consista esclusivamente nell’introduzione di nuovi obblighi e ulteriori sanzioni a carico delle imprese.
Dobbiamo investire nella qualità della formazione, nell’addestramento pratico, nella vigilanza effettiva e nella diffusione di una cultura della sicurezza che coinvolga tutti.
Ma dobbiamo anche avere il coraggio di discutere di un sistema di responsabilità più equilibrato, nel quale il lavoratore sia pienamente consapevole delle conseguenze dei propri comportamenti.
La sicurezza è un diritto del lavoratore, ma è anche un suo preciso dovere.
Finché non riusciremo a trasformare questo principio in una responsabilità realmente condivisa, rischieremo di continuare ad aumentare gli adempimenti normativi senza ottenere quella significativa riduzione degli infortuni che tutti auspichiamo.
Perché, come abbiamo sempre sostenuto in Conapi Nazionale, la persona viene prima del capitale.
E tutelare la persona significa anche responsabilizzarla.

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