Il valore della formazione: la nuova sfida del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale a sostegno dell’Impresa e della persona


Il mercato del lavoro contemporaneo vive oggi un paradosso sempre più evidente: nonostante la rapida evoluzione tecnologica e la disponibilità di percorsi formativi, le imprese italiane – e in particolare quel tessuto vitale per il nostro Paese, rappresentato soprattutto da artigiani, micro e piccoli imprenditori – faticano sempre di più a reperire personale qualificato. 

Questa difficoltà nel reperimento di competenze, il cosiddetto mismatch occupazionale, non è solo un ostacolo alla produttività, ma una vera emergenza sociale, oltre che produttiva ed economica, che rischia di frenare lo sviluppo economico del Paese e costringe, talvolta, le giovani generazioni ad emigrare.

In questo scenario, la formazione professionale non può più essere un processo standardizzato o basato su intuizioni parziali; deve invece trasformarsi in un ponte solido tra il mondo della formazione e le necessità reali delle officine, dei laboratori e dei centri di consulenza.

Al cuore di questa sfida c’è il capitale umano: nell’era dell’intelligenza artificiale e dell’automazione, è proprio la persona a dover restare l’artefice centrale del processo produttivo e soprattutto creativo. Un approccio etico-umano alla formazione significa vedere nell’artigianato e nel lavoro d’impresa strumenti per il bene comune, dove il lavoratore non è un semplice ingranaggio della produzione, ma il protagonista consapevole di un’economia che valorizza la qualità e la dignità del lavoro. Ecco perché, anche per formazione personale, piuttosto che di individuo preferisco sempre parlare di persona lavoratrice, una persona fatta di mani creative, ma anche e soprattutto di pensiero, di spirito, di creatività. Quest’ultima, infatti, è una caratteristica tipicamente umana.

In merito alle esigenze del mercato del lavoro, nella valorizzazione del capitale umano, come Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale abbiamo pubblicato la scorsa settimana un progetto di ricerca ambizioso, che rappresenta una novità significativa nel panorama nazionale. Non vogliamo limitarci a ripetere analisi già esistenti di altri istituti, ma intendiamo approfondire in modo specifico il ruolo delle micro e piccole imprese, che noi come Confederazione rappresentiamo e difendiamo con orgoglio. La novità di questo studio risiede in una metodologia strutturata che mira a raccogliere dati estremamente affidabili attraverso un dialogo incrociato tra chi forma e chi produce. 

Come è possibile approfondire nella pagina dedicata al progetto (https://www.conapinazionale.it/centrostudi/index.html), la ricerca si articola in varie fasi temporali, che abbiamo raggruppato in due macro aree strategiche: una prima indagine dedicata agli enti di formazione per mappare l’offerta attuale, mentre una seconda rivolta direttamente agli imprenditori per identificare le figure e le competenze più ricercate.

Teniamo moltissimo a questo studio perché crediamo che possa orientare il futuro delle politiche occupazionali in Italia, supportando le imprese che rappresentiamo e accompagnando gli enti di formazione nella coprogettazione di percorsi specifici. 

Attualmente siamo nella fase cruciale di individuazione e consolidamento dei partner: diversi enti formativi hanno già aderito con entusiasmo e siamo in dialogo con prestigiosi partner istituzionali e scientifici per dare al progetto la massima autorevolezza accademica. 

Il coinvolgimento dei partner è, come abbiamo scritto anche nei vari abstract e sul sito ufficiale, vitale perché solo attraverso una rete coesa tra università, centri di ricerca, enti di formazione, responsabili aziendali e consulenti possiamo costruire quel dialogo stabile che serve a ridurre la distanza tra domanda e offerta di lavoro. 

L’ambizione del nostro progetto, che secondo le stime, dovrebbe esaurirsi entro l’anno solare, è molto chiara: non solo produrre un Rapporto Nazionale finale di valore scientifico, ma offrire strumenti operativi reali a chi ogni giorno fa impresa, mettendo a sistema la passione artigiana con le competenze del presente e con la consapevolezza di guardare al futuro.

SICUREZZA AZIENDALE E MODELLO CO.N.A.P.I.


La sicurezza integrata basata su coordinamento, analisi, prevenzione e intervento.

La sicurezza aziendale rappresenta oggi un elemento strategico per garantire continuità operativa, tutela delle persone e protezione del patrimonio informativo. In un contesto caratterizzato da rischi sempre più articolati, le imprese devono adottare modelli organizzativi capaci di integrare prevenzione, gestione del rischio e cultura della sicurezza. Il modello Co.N.A.P.I. si inserisce proprio in questa prospettiva, proponendo un approccio strutturato e partecipativo.
Il modello Co.N.A.P.I. si basa sull’idea che la sicurezza non sia un insieme di procedure isolate, ma un sistema organico che coinvolge ogni livello aziendale. La sua architettura poggia su quattro pilastri fondamentali: coordinamento, analisi, prevenzione e intervento. Il coordinamento permette di mettere in relazione funzioni diverse, creando un flusso informativo efficace e una visione condivisa degli obiettivi. L’analisi consente di individuare rischi, vulnerabilità e priorità operative attraverso una valutazione approfondita del contesto aziendale. La prevenzione si traduce in formazione, protocolli, tecnologie e comportamenti virtuosi che riducono la probabilità di incidenti. L’intervento riguarda la capacità di risposta tempestiva, la gestione delle emergenze e il ripristino delle attività.
Uno degli aspetti più rilevanti del modello Co.N.A.P.I. è l’attenzione alla dimensione umana. Le persone non sono viste come un punto debole, ma come un elemento centrale del sistema di sicurezza.

Attraverso programmi di sensibilizzazione e formazione continua, il modello promuove una cultura in cui ogni individuo diventa parte attiva del processo di protezione. Questo approccio riduce il rischio di errori comportamentali e aumenta la capacità dell’organizzazione di riconoscere e segnalare situazioni anomale.
Il modello integra anche strumenti tecnologici avanzati, come sistemi di monitoraggio, analisi predittiva e soluzioni per la protezione dei dati. Tuttavia, la tecnologia è considerata un supporto e non un sostituto delle competenze umane. La forza del modello risiede nella capacità di combinare strumenti digitali e responsabilità individuali in un quadro coerente e adattabile.
Un ulteriore elemento distintivo è la visione dinamica della sicurezza. Il modello Co.N.A.P.I. non si limita a definire procedure statiche, ma prevede un aggiornamento costante basato sull’evoluzione dei rischi, sulle normative e sulle esperienze maturate. Questo permette alle aziende di mantenere un livello di protezione adeguato anche in scenari in rapido cambiamento.
Adottare il modello Co.N.A.P.I. significa dotarsi di una strategia di sicurezza completa, capace di prevenire incidenti, proteggere persone e beni, garantire continuità operativa e rafforzare la reputazione aziendale. In un mondo in cui la sicurezza è un fattore competitivo, questo approccio rappresenta un investimento strategico per la resilienza e la crescita dell’organizzazione.

AREE DI FORMAZIONE STRATEGICHE PER LA CRESCITA DELLE IMPRESE


La formazione strategica rafforza competitività, innovazione e crescita delle imprese e Co.N.A.P.I. sostiene questo sviluppo.

Le aree di formazione strategiche rappresentano oggi uno dei pilastri fondamentali per la crescita e la competitività delle imprese, soprattutto in un contesto economico caratterizzato da cambiamenti rapidi, trasformazioni tecnologiche e nuove esigenze organizzative. Investire in percorsi formativi mirati non significa soltanto aggiornare le competenze, ma costruire un sistema aziendale più solido, capace di anticipare le sfide e cogliere le opportunità del mercato.
Tra le aree più rilevanti emerge innanzitutto la formazione digitale, ormai imprescindibile per qualsiasi realtà produttiva. Le imprese hanno bisogno di sviluppare competenze che spaziano dall’utilizzo avanzato degli strumenti informatici alla gestione dei dati, dal marketing digitale alla sicurezza informatica. La digitalizzazione non è più un’opzione, ma una condizione necessaria per migliorare l’efficienza, comunicare con i clienti e competere in un mercato sempre più connesso.
Un secondo ambito strategico riguarda la gestione d’impresa. Le piccole e medie aziende, in particolare, traggono grande beneficio da percorsi dedicati al controllo di gestione, alla pianificazione finanziaria, all’organizzazione del lavoro e alla leadership. Formare imprenditori e collaboratori su questi temi significa rafforzare la capacità decisionale, migliorare la produttività e creare un ambiente di lavoro più strutturato e orientato ai risultati.
Un’altra area centrale è quella normativa e della sicurezza. Le imprese devono confrontarsi con un quadro legislativo in continua evoluzione, che richiede aggiornamenti costanti su privacy, sicurezza sul lavoro, contrattualistica e adempimenti obbligatori.

La formazione in questo campo non solo tutela l’azienda da rischi e sanzioni, ma contribuisce a creare una cultura della prevenzione e della responsabilità condivisa.
Accanto a questi ambiti tradizionali, assumono sempre più importanza la sostenibilità e l’innovazione. Le aziende sono chiamate a ripensare processi, prodotti e modelli organizzativi in chiave green, adottando pratiche che riducano l’impatto ambientale e valorizzino l’efficienza energetica. Allo stesso tempo, la capacità di innovare, sperimentare nuove tecnologie e accedere a bandi e incentivi rappresenta un vantaggio competitivo decisivo.
Infine, non va trascurata la formazione sulle competenze trasversali, come comunicazione, problem solving, gestione del tempo e lavoro in team. Queste abilità, spesso considerate “soft”, sono in realtà determinanti per il buon funzionamento dell’impresa e per la crescita professionale delle persone.
Le aree di formazione strategiche, nel loro insieme, costituiscono quindi un investimento ad alto valore aggiunto. Permettono alle imprese di evolversi, di rispondere con maggiore prontezza ai cambiamenti e di costruire un futuro più solido e innovativo. Per associazioni come Co.N.A.P.I., promuovere e sviluppare questi percorsi significa offrire un supporto concreto alle aziende del territorio, contribuendo alla loro crescita e alla competitività dell’intero sistema produttivo.

COMPETITIVITÀ E FORMAZIONE AZIENDALE: UNA PRIORITÀ STRATEGICA


Le imprese più competitive quando rafforzano le competenze attraverso la formazione.

La competitività è oggi la sfida principale per le imprese. Mercati instabili, tecnologie che evolvono rapidamente e nuove richieste professionali impongono alle organizzazioni di adattarsi con velocità, innovare e mantenere alte prestazioni. In un contesto così dinamico, la capacità di reagire ai cambiamenti diventa un fattore decisivo per garantire continuità, crescita e posizionamento.
È in questo scenario che la formazione aziendale assume un ruolo strategico. Non rappresenta più un’attività accessoria, ma la leva attraverso cui le imprese sviluppano le competenze necessarie per restare competitive. La formazione non riguarda soltanto l’aggiornamento tecnico: comprende competenze digitali, manageriali, comunicative e relazionali, tutte indispensabili per sostenere i processi di trasformazione.
Accanto ai percorsi strutturati di medio-lungo periodo, oggi emerge con forza anche la formazione veloce, mirata e temporanea, fondamentale per rispondere alle esigenze immediate del mercato. Micro-moduli, sessioni brevi e interventi “just in time” permettono di colmare rapidamente gap specifici, supportare cambiamenti organizzativi e affrontare nuove sfide operative. Questa rapidità non sostituisce la formazione tradizionale, ma la completa, offrendo alle aziende un vantaggio immediato in termini di agilità e reattività.

Un elemento chiave è la personalizzazione. Le organizzazioni più avanzate progettano interventi su misura, basati sull’analisi dei fabbisogni e sulle potenzialità dei singoli. Questo approccio valorizza i talenti, aumenta la motivazione e migliora la produttività. Allo stesso tempo, la formazione diventa un potente strumento di retention: chi percepisce opportunità di crescita è più incline a rimanere e contribuire allo sviluppo aziendale.
La tecnologia amplia ulteriormente le possibilità. Piattaforme digitali, microlearning, realtà virtuale, intelligenza artificiale e sistemi di valutazione evoluti consentono di creare esperienze formative flessibili, interattive e misurabili. Le aziende possono monitorare i progressi, adattare i contenuti e ottimizzare gli investimenti, trasformando la formazione in un processo continuo e dinamico.
Fondamentale è anche la cultura organizzativa. Le imprese che promuovono un mindset orientato all’apprendimento continuo innovano più rapidamente e reagiscono meglio alle sfide del mercato. La formazione diventa così parte integrante della vita aziendale, coinvolgendo tutti i livelli, dal top management ai nuovi assunti.
In definitiva , la competitività richiede competenze sempre aggiornate e capacità di adattamento. Le organizzazioni che investono con intelligenza nella formazione(sia strutturata sia rapida e mirata)costruiscono un vantaggio competitivo duraturo, rafforzano la propria identità e preparano il terreno per una crescita sostenibile.

UNA NUOVA FLESSIBILITÀ PER LA FORMAZIONE NEL SETTORE DELLA RISTORAZIONE E DELL’ACCOGLIENZA


Una nuova norma in tema di ristorazione permette alle aziende del settore di completare la formazione sulla sicurezza entro 30 giorni dall’assunzione.

Nel mondo della ristorazione e dell’accoglienza turistica è stata introdotta una novità che permette alle imprese di gestire con maggiore flessibilità l’obbligo di formare i lavoratori sulla sicurezza. In un settore dove le assunzioni avvengono spesso in tempi molto rapidi, soprattutto nei periodi di alta stagione, diventa fondamentale poter inserire il personale senza ritardi e senza blocchi operativi. La nuova possibilità consente quindi di completare la formazione entro trenta giorni dall’inizio del rapporto di lavoro, offrendo alle aziende un margine temporale più ampio per organizzare i corsi e garantire comunque un livello adeguato di tutela per i lavoratori.
Questa opportunità riguarda un’ampia varietà di attività. Ne fanno parte tutti gli esercizi che si occupano di ristorazione, come ristoranti, trattorie, tavole calde, pizzerie, birrerie e locali simili, dove si servono pasti e bevande, comprese quelle con gradazione alcolica elevata. Sono inclusi anche bar, caffè, gelaterie, pasticcerie e altri esercizi che offrono bevande, dolciumi, prodotti di gastronomia e gelateria. A questi si aggiungono i locali in cui la somministrazione di alimenti e bevande è affiancata da attività di intrattenimento e svago, come sale da ballo, sale da gioco, locali notturni e stabilimenti balneari, realtà che spesso lavorano con ritmi intensi e con un ricambio di personale particolarmente frequente. Rientrano inoltre gli esercizi che offrono bevande e prodotti alimentari ma non servono alcolici, una categoria che comprende molte attività di piccole dimensioni e a conduzione familiare.


L’obiettivo della nuova disciplina è quello di trovare un equilibrio tra due esigenze fondamentali: da un lato la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, che rimane un principio irrinunciabile, e dall’altro la necessità delle imprese di operare con continuità, soprattutto nei momenti in cui la domanda cresce improvvisamente e richiede l’ingresso immediato di nuovo personale. La formazione resta obbligatoria e deve essere svolta da tutti i lavoratori, ma la possibilità di completarla entro un mese consente alle aziende di programmare meglio le attività, evitare sovraccarichi organizzativi e garantire comunque un percorso formativo completo e adeguato.
Questa scelta tiene conto delle caratteristiche peculiari del settore, che si distingue per la forte stagionalità, per la presenza di contratti brevi e per la necessità di rispondere rapidamente alle esigenze dei clienti. In molti casi, infatti, le imprese devono assumere personale con pochissimo preavviso, e l’obbligo di completare immediatamente la formazione può rappresentare un ostacolo difficile da superare. Con la nuova possibilità, invece, si permette alle aziende di inserire subito i lavoratori, affiancarli nelle prime fasi e organizzare la formazione in tempi più gestibili, senza rinunciare alla qualità e alla completezza dei contenuti.
In questo modo si favorisce un approccio più realistico e funzionale, che non riduce l’importanza della sicurezza ma la integra meglio nelle dinamiche operative quotidiane. Le imprese possono così garantire un ambiente di lavoro più sicuro e allo stesso tempo mantenere la flessibilità necessaria per affrontare i picchi di attività, le variazioni improvvise del personale e le esigenze tipiche di un settore che vive di ritmi intensi e di contatto diretto con il pubblico.

2026: L’ ANNO PER INVESTIRE NELLE COMPETENZE CHE FANNO BENE


Le aziende hanno bisogno di affrontare il nuovo anno con nuove skills

Il 2026 non sarà un anno come gli altri. Le trasformazioni del lavoro, l’accelerazione tecnologica, l’aumento dei carichi cognitivi e la crescente complessità dei mercati stanno ridisegnando le priorità delle organizzazioni. In questo scenario, un dato è ormai evidente: le imprese che prosperano sono quelle che investono nelle persone.

E non si tratta di un’affermazione astratta. I numeri, che abbiamo più volte riportato in questa nostra rubrica, parlano chiaro:

  • 1 lavoratore su 5 è a rischio burnout,
  • solo il 6% si sente realmente coinvolto nel proprio lavoro,
  • le aziende che investono in benessere e engagement registrano +30% di produttività e -50% di turnover.
    Questi dati raccontano una realtà che nessuna impresa può più permettersi di ignorare.

Il 2026, c’è da dire, segna un punto di svolta per almeno tre motivi. In primo luogo è cresciuta la pressione competitiva, le imprese si trovano a operare in mercati sempre più saturi, veloci e imprevedibili. La differenza non la fanno più solo i prodotti o i servizi, ma la qualità delle competenze interne. In secondo luogo le persone chiedono ambienti più sani: lavoro non è più solo un luogo di produzione: è un ecosistema psicologico. I talenti scelgono aziende che investono nel loro benessere, nella loro crescita e nella loro motivazione. In ultima istanza perché la trasformazione digitale richiede nuove abilità umane e paradossalmente, più la tecnologia avanza, più diventano centrali le competenze “umanistiche”: comunicazione, gestione delle emozioni, collaborazione, decision making.

Il nuovo pacchetto formativo di Co.N.A.P.I. Italia: competenze che fanno bene davvero

È per tutti questi elementi che Co.N.A.P.I. Italia, l’ente di formazione della Co.N.A.P.I. Nazionale, con il supporto di Mentifricio ETS, ha deciso di lanciare un nuovo pacchetto formativo sulle “Competenze che fanno bene”, incentrato sul potenziamento delle soft skills e, più, in generale sul benessere dei lavoratori in azienda.

Cosa offre il pacchetto formativo?

  • Programmi modulari e personalizzabili
  • Formazione attiva e partecipata
  • Focus su soft skills e salute mentale

– Applicazioni immediate nel lavoro quotidiano

I quattro moduli principali:

  1. Benessere psicologico
  • Gestione dello stress
  • Prevenzione del burnout
  • Mindfulness e regolazione emotiva
    Un modulo essenziale in un’epoca in cui la pressione lavorativa è una delle principali cause di assenze, turnover e calo di performance.
  1. Motivazione e mindset
  • Motivazione intrinseca
  • Autoefficacia
  • Goal setting
    Perché senza motivazione non c’è innovazione, e senza mindset non c’è cambiamento.
  1. Soft skills relazionali
  • Comunicazione assertiva
  • Team building
  • Gestione dei conflitti
    Le relazioni sono il cuore di ogni organizzazione. Saper comunicare e collaborare è oggi una competenza strategica.
  1. Soft skills performative
  • Problem solving
  • Time management sostenibile
  • Decision making
    Competenze che aumentano l’efficienza senza sacrificare il benessere.

Il nuovo anno chiede alle imprese una scelta di visione: continuare a rincorrere le emergenze oppure costruire, con consapevolezza, le basi per un futuro più solido e sostenibile. Investire nelle competenze che fanno bene non è un costo: è un vantaggio competitivo, un atto di responsabilità e un acceleratore di crescita.
Co.N.A.P.I. Italia invita le aziende a fare questo passo: costruiamo insieme le competenze che fanno bene.

L’IMPORTANZA DELLA SICUREZZA E DELLA FORMAZIONE NEI LUOGHI DI LAVORO – IL MONITO DI BASILIO MINICHIELLO ALLA LUCE DI CRANS-MONTANA


I drammi si possono evitare applicando misure necessarie con formazione per la sicurezza

La tragedia avvenuta a Crans-Montana nella notte di Capodanno, con un incendio che ha provocato numerose vittime e decine di feriti, rappresenta un monito severo per ogni azienda, ente e luogo di lavoro. Le prime ricostruzioni parlano di materiali infiammabili, vie di fuga insufficienti, un’unica uscita, personale ridotto e misure di prevenzione non adeguate a fronteggiare un imprevisto tanto rapido quanto devastante. È un evento che supera i confini geografici e riguarda tutti: riguarda la cultura della sicurezza, la responsabilità organizzativa e la consapevolezza che la tutela della vita non può mai essere considerata un adempimento formale.
La sicurezza non è un costo, ma un valore. Quando le norme vengono rispettate e applicate con rigore, incidenti di questa portata diventano estremamente improbabili. Vie di fuga libere, impianti manutentati, materiali certificati, dispositivi antincendio funzionanti e personale formato sono elementi che non si vedono, non fanno notizia, ma costituiscono la differenza tra un’emergenza gestibile e una tragedia irreversibile. Crans-Montana dimostra che basta una sola leggerezza, un singolo elemento fuori posto, per trasformare un ambiente di lavoro o di svago in un luogo di pericolo.
La formazione è il primo strumento di prevenzione. Le norme, da sole, non bastano: servono persone capaci di riconoscere un rischio, intervenire con tempestività, gestire un’evacuazione, mantenere la calma e applicare correttamente le procedure. La preparazione del personale non è un corso da archiviare, ma un processo continuo che deve accompagnare l’intera vita di un’organizzazione. Le direttive europee e nazionali insistono proprio su questo: la sicurezza è un sistema che vive attraverso le competenze delle persone.

In questo quadro, uno degli obiettivi centrali del Co.N.A.P.I. è proprio quello di richiamare costantemente l’attenzione delle imprese sull’importanza della formazione e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Il presidente Basilio Minichiello ne ha fatto una questione di rispetto e di principio, convinto che la tutela della vita umana non possa mai essere subordinata a logiche economiche o a semplificazioni operative. Ogni monito, ogni iniziativa, ogni percorso formativo promosso dall’ente nasce dalla consapevolezza che la prevenzione è un dovere collettivo e che la responsabilità non può essere delegata o rimandata.
Ogni datore di lavoro ha un obbligo morale e giuridico: garantire un ambiente sicuro. Non si tratta di un’opzione, né di un favore ai dipendenti, ma di un dovere che riguarda la gestione, la manutenzione, la vigilanza e la prevenzione. Le indagini su Crans-Montana si stanno concentrando su autorizzazioni, materiali, misure antincendio, numero di persone presenti, vie di evacuazione: tutti elementi che, se trascurati, diventano responsabilità dirette. La sicurezza non è mai un dettaglio, ma un sistema complesso che richiede investimenti, controlli e aggiornamenti costanti.
La lezione che questa tragedia ci consegna è chiara: la sicurezza non è mai garantita una volta per tutte; la formazione non può essere episodica; la prevenzione non è un lusso, ma la base stessa della vita lavorativa; la responsabilità non appartiene solo ai tecnici, ma a tutta la catena organizzativa. Ogni norma esiste per guadagnare secondi preziosi, centimetri di spazio, possibilità di fuga. E quei secondi, quei centimetri, possono salvare vite.
Crans-Montana non è un fatto lontano. È un richiamo diretto a ogni azienda, a ogni amministrazione, a ogni luogo in cui persone lavorano, si incontrano e vivono. La sicurezza è un patto collettivo, la formazione è la sua garanzia, la prevenzione è l’unico modo per evitare che il dolore di oggi diventi la cronaca di domani.

CAPODANNO, FORMAZIONE E STRATEGIA: LA SKILL DELLA PROGRAMMAZIONE


Programmare le proprie attività e quelle aziendali per una maggiore efficienza

Il passaggio da un anno all’altro è un momento simbolico, ma nel mondo del lavoro assume un valore ancora più concreto: è il tempo in cui molte organizzazioni si fermano, osservano ciò che è stato fatto e decidono come ripartire. Si tratta, a ben vedere, di un esercizio di consapevolezza che non riguarda solo i numeri o i risultati, ma soprattutto la capacità di immaginare e costruire il futuro.
In questo scenario, una competenza emerge come fondamento di ogni processo di crescita: la programmazione.

Ma che cos’è la programmazione? Di certo non si tratta di una semplice abilità operativa, né di un’attività confinata ai project manager. Programmare significa dare forma al cambiamento, trasformare le intenzioni in direzioni, i propositi in strategie, le strategie in azioni, e proprio per questo dovrebbe essere considerata una competenza chiave da coltivare nella formazione aziendale.

Programmare: la bussola che orienta

Programmare per persone e organizzazioni, in un contesto economico caratterizzato da incertezza, volatilità e trasformazioni rapide, significa infatti definire obiettivi chiari, realistici e misurabili ma anche stabilire priorità, evitando dispersioni e sovraccarichi. Programmare, poi, significa allocare risorse in modo strategico, prevedere scenari alternativi, mantenendo flessibilità, monitorare i progressi e correggere la rotta quando necessario.

Questo ci fa capire come la programmazione sia ciò che permette alle aziende di non subire il cambiamento, ma di anticiparlo.

Il Capodanno, con la sua carica simbolica, offre un’occasione preziosa per trasformare i desideri in impegni concreti.
Molte organizzazioni, in questo periodo, formulano propositi ambiziosi: innovare, crescere, migliorare il benessere interno, investire in sostenibilità, rafforzare la cultura aziendale. Ma senza una programmazione strutturata, questi propositi rischiano di restare dichiarazioni d’intenti.
La domanda chiave a questo punto diventa: come trasformare un proposito in un percorso?

La risposta passa da tre passaggi fondamentali:

  • Chiarezza: comprendere perché un obiettivo è importante e quale impatto avrà.
  • Traduzione operativa: definire attività, tempi, responsabilità.
  • Monitoraggio: costruire un sistema che permetta di verificare l’avanzamento e adattare le scelte.

In questo senso, il Capodanno non è solo un momento di bilancio, ma un vero e proprio laboratorio di strategia.
Attenzione, però. L’attitudine a una buona programmazione può non essere una competenza innata e quindi è necessario apprenderla, allenarla, affinarla.
Per questo dovrebbe essere parte integrante dei percorsi formativi aziendali, non come modulo tecnico, ma come competenza trasversale che coinvolge tutti i livelli dell’organizzazione.

Ecco alcune modalità efficaci per integrarla:

  1. Formazione sulla gestione del tempo e delle priorità: aiuta le persone a distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante, a pianificare in modo realistico e a ridurre lo stress operativo.
  2. Laboratori di project management:
    Trasformano gli obiettivi in piani concreti, introducendo strumenti come Gantt, roadmap, canvas strategici.
  3. Workshop di visione strategica:
    Permettono ai team di collegare i propositi aziendali ai trend del settore, alle evoluzioni del mercato e alle esigenze dei clienti.
  4. Percorsi di leadership e responsabilizzazione: perché programmare significa anche saper guidare, delegare, comunicare e mantenere la rotta.
  5. Cultura del feedback e della revisione continua: la programmazione non è un documento statico, ma un processo dinamico che vive di aggiustamenti e apprendimento.

Integrare queste competenze nella formazione significa costruire un’organizzazione più consapevole, più autonoma e più capace di affrontare la complessità.

Se il Capodanno è il tempo dei buoni propositi, allora il mondo del lavoro può cogliere questa energia per fare un passo in più: trasformare la programmazione in una competenza diffusa, condivisa e strategica.

L’IMPORTANZA DELL’EMOZIONE NELLA FORMAZIONE AZIENDALE


La formazione emozionale è in grado di rafforzare il team aziendale e di renderlo più produttivo

Per anni la formazione aziendale è stata percepita come un processo tecnico: corsi, slide, procedure, manuali. Oggi, però, non è più così e un ruolo fondamentale in questo ribaltamento di percezione è stato giocato da neuroscienze e psicologia. Queste discipline, infatti, hanno dimostrato che l’apprendimento non è mai neutro e che senza emozione la conoscenza resta sterile.
È proprio sulla base di queste consapevolezze che oggi le imprese più innovative hanno compreso che la vera leva per trasformare competenze in comportamenti è la capacità di coinvolgere emotivamente le persone.
Le emozioni sono ciò che ci rende umani, diceva qualcuno. Ma volendo andare oltre la “poesia”, possiamo individuare i fattori tecnici che rendono l’emozione un importante volano per l’apprendimento. Le emozioni, infatti, attivano aree cerebrali che rafforzano la memoria: un contenuto legato a un’esperienza emotiva, per esempio, viene senz’altro ricordato più a lungo. C’è poi anche un fattore che gioca sulla motivazione: un tipo di formazione che suscita entusiasmo, curiosità o senso di appartenenza stimola la partecipazione attiva.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che solo le emozioni possono determinare un pieno cambiamento culturale favorendo l’adozione di nuovi comportamenti, questo perché sanno trasformare la conoscenza in esperienza vissuta.
Nel settore della formazione aziendale esistono già case history di aziende che passando da modelli didattici tradizionali a formazioni esperienziali, attingendo a simulazioni, role play, storytelling.
Partiamo dallo storytelling. Lo storytelling è uno strumento particolarmente potente perché – parliamoci chiaro – un racconto ben costruito genera empatia, permette di immedesimarsi e di comprendere valori e obiettivi aziendali. Funzionano molto, sempre in questa direzione, le cosiddette esperienze immersive, come workshop creativi, gamification e realtà aumentata, perché stimolano emozioni positive che rendono l’apprendimento più naturale e duraturo.
Ricordiamoci, poi, che la formazione non riguarda solo l’individuo, ma anche il gruppo. Creare contesti in cui si vivano delle emozioni condivise rafforza la coesione del team. La dimensione emotiva, inoltre, crea fiducia e senso di comunità, elementi indispensabili per affrontare sfide complesse.
Soprattutto in un’epoca di smart working e digitalizzazione, la formazione emotiva può diventare un antidoto alla frammentazione.

Assodato questo, la sfida per le aziende è quindi integrare competenze tecniche e intelligenza emotiva, cercando di inculcare non solo il “cosa fare” ma anche il preziosissimo “perché farlo”. In quest’ottica, leader e formatori devono diventare architetti di emozioni, capaci di creare ambienti di apprendimento che ispirino: solo in questo modo l’emozione diventa un vantaggio competitivo, un modo attraverso cui circondarsi persone più motivate, resilienti e creative.
Ricordiamo, come spesso facciamo in questi articoli, che una formazione di questo tipo più che un costo rappresenta un investimento strategico. Studi alla mano, la formazione “emozionale, è capace di creare engagement, con dipendenti coinvolti emotivamente che hanno tassi di retention più alti e maggiore produttività. Questo tipo di formazione, poi, rappresenta anche un segnale di innovazione che permette emozioni positive che stimolano curiosità, laboriosità e fiducia. E poi c’è il tanto ambito benessere organizzativo: è un fatto assodato che la formazione emotiva riduce stress e il temuto burnout, favorendo un clima aziendale più sano.
La formazione aziendale, in conclusione, non è più solo da concepire come un trasferimento di conoscenze, ma come un viaggio emotivo. Le emozioni, d’altronde, sono il motore che trasforma l’informazione in azione, la competenza in cultura, il singolo in comunità.

IL CAPITALE INVISIBILE: UN PO’ DI NUMERI SULLA FORMAZIONE CONTINUA


Dati e percentuali evidenziano l’importanza crescente della formazione in azienda

Nel mondo delle aziende c’è chi decide di prosperare e chi, invece, decide di restare indietro. Chi prospera, si sa, mette in campo il suo capitale che però non va solo inteso nel senso più tradizionale, e allo stesso tempo restrittivo, del termine. Con la parola capitale, infatti, come la Co.N.A.P.I. Nazionale insegna, si può indicare anche e soprattutto il capitale umano costituito dai lavoratori o, come strettamente legato ad esso, quel capitale invisibile che ha a che fare con la formazione continua degli stessi lavoratori.
Si tratta di un capitale che forse non è possibile misurare nell’immediatezza ma che, in ultima istanza, è ciò che rende un’organizzazione davvero solida, innovativa e capace di affrontare il futuro.
Il mondo del lavoro, lo sappiamo, è profondamente cambiato e aspetti come la digitalizzazione, la transizione ecologica e le nuove normative ci hanno fatto capire che le competenze acquisite una volta per tutte non bastano più. Allo stato attuale, il sapere ha infatti una scadenza breve: ciò che è utile oggi rischia di essere obsoleto domani.

Ecco perché la formazione continua è diventata la leva strategica delle imprese: non è solo un fatto di aggiornamento dei dipendenti, ma la vera e propria costruzione di un ecosistema di apprendimento permanente che accompagna l’azienda nella sua evoluzione.

Ma, come promesso dal titolo, è il momento di fornire un po’ di numeri che ci permettano di capire la portata del fenomeno. Secondo indagini recenti, che implicano un incrocio di dati forniti dall’Istat, oltre il 57% delle imprese italiane ha investito in programmi di formazione nel 2021, facendo registrare un aumento significativo rispetto agli anni precedenti (nel 2020 erano il 49%). Ad accelerare questa tendenza è stata la pandemia che ha imposto nuovi modelli di lavoro e l’adozione di tecnologie digitali. La percentuale del 57% ci fa ad ogni modo comprendere comprendere quanto la consapevolezza sull’importanza della formazione sia cresciuta, anche grazie a risultati concreti ottenuti anno dopo anno.

Ancora qualche numero

Una ricerca della Corporate Education Community del Politecnico di Milano ha mostrato poi che il 93% delle aziende considera la formazione rilevante per raggiungere gli obiettivi strategici, e più della metà la ritiene addirittura cruciale. Questo perché, come più volte abbiamo ribadito nei nostri articoli, le imprese che investono in formazione registrano incrementi di produttività e riduzione del turnover, con ritorni misurabili anche in termini di redditività.
Qualcuno ha parlato di formazione continua come un “dividendo indivisibile”, che non si vede subito ma si accumula nel tempo. È, in poche parole, ciò che permette alle imprese di reagire alle crisi, di reinventarsi e di restare rilevanti in un mercato che non aspetta.

Ma parliamo ancora di numeri: nel 2023 il tasso di partecipazione alla formazione degli adulti, ossia dei soggetti con età compresa tra i 25-64 anni, ha raggiunto l’11,6%, il valore più alto mai registrato. Un dato che dimostra quanto la cultura dell’apprendimento permanente stia crescendo, nonostante le forti diseguaglianze a livello territoriale, con il Mezzogirono ancora particolarmente svantaggiato.
Uno svantaggio, quello delle aziende del Sud, che putroppo si traduce nella perdita di benefici concreti connessi alla formazione come, per esempio, l’aggiornamento costante, la produttività più alta, la maggiore fidelizzazione, l’innovazione e l’attrattività per i migliori talenti sul mercato.
Un vero peccato visto che, ricorrendo ancora ai numeri, molti studi interni evidenziano che i dipendenti che completano percorsi formativi hanno un tasso di promozione superiore del 35% rispetto ai colleghi non formati.
Un dato su cui riflettere.