INFESTANTI E SICUREZZA ALIMENTARE: GLI OSPITI INDESIDERATI CHE È MEGLIO LASCIARE FUORI



Un topo in magazzino non ha prenotato una stanza.

Eppure, senza volerlo, potremmo avergli preparato un alloggio con tutti i comfort: scaffali pieni di merce, confezioni aperte, qualche briciola sul pavimento e un angolo poco frequentato dove rifugiarsi. Per un roditore è praticamente il posto ideale. Per un’attività alimentare, invece, diventa un problema serio.
Quando si parla di sicurezza alimentare, si pensa subito alla conservazione degli alimenti, alle temperature, alle scadenze e alla pulizia delle superfici. Aspetti fondamentali, ma non sono gli unici da tenere sotto controllo. C’è un altro elemento che spesso passa in secondo piano, finché non si presenta il problema: la presenza degli infestanti.
Topi, scarafaggi, mosche e formiche non sono soltanto ospiti poco graditi. Possono contaminare alimenti, attrezzature e superfici di lavoro, trasportando microrganismi attraverso il contatto diretto o lasciando tracce della loro presenza. E scacciarli quando li vediamo non è sufficiente. Il problema comincia prima di accorgersene.
Una blatta attraversa il pavimento della cucina; qualcuno la vede, prende una paletta e cerca di risolvere la situazione nel modo più veloce possibile. Nel frattempo, il responsabile si chiede da dove sia arrivata. È una domanda da porsi, ma arriva un po’ tardi. Quando un infestante diventa visibile, infatti, potrebbe essere già presente da tempo. La sua comparsa è il segnale di condizioni favorevoli al suo insediamento o di punti di accesso che non sono stati individuati e protetti adeguatamente.
A volte basta poco: una porta lasciata aperta, una crepa vicino alle tubature, un deposito disordinato o un’area con rifiuti accumulati. Presi singolarmente, questi dettagli possono sembrare insignificanti. Insieme, però, possono creare le condizioni ideali per attirare gli infestanti e favorirne la presenza. È proprio da qui che dovrebbe partire la prevenzione: individuare i punti deboli dell’ambiente prima che il problema diventi evidente.
Pensiamo a un magazzino alimentare con sacchi di farina appoggiati sul pavimento, cartoni accumulati lungo le pareti, confezioni danneggiate e scaffali così pieni da impedire controlli e pulizie efficaci. Per chi deve conservare le materie prime in sicurezza, questa non è certo la situazione ideale. Gli infestanti cercano tre cose: cibo, acqua e riparo. Se trovano queste tre condizioni nello stesso ambiente, si stabilizzano e trovano il luogo adatto per riprodursi.
Per questo mantenere il magazzino in ordine non è soltanto una questione estetica. Le merci devono essere disposte in modo da facilitare le operazioni di pulizia e le ispezioni periodiche. Le confezioni rotte devono essere individuate ed eliminate, mentre residui alimentari e fuoriuscite devono essere rimossi tempestivamente. Anche i materiali inutilizzati, se accumulati, possono diventare nascondigli difficili da controllare. In fondo, quello che per noi è un semplice cartone dimenticato in un angolo, per un infestante può trasformarsi in un rifugio perfetto.
Le mosche sono un esempio evidente di infestanti che entrano direttamente da porte e finestre, soprattutto quando trovano accessi facili e ambienti favorevoli. Possono frequentare rifiuti e materiali contaminati per poi posarsi su alimenti esposti, macchinari o superfici, contribuendo alla diffusione di contaminanti. Per ridurre questo rischio è importante proteggere le aperture, gestire correttamente i rifiuti, mantenere le strutture in buone condizioni e utilizzare dispositivi di controllo adeguati all’ambiente. Anche una semplice finestra lasciata aperta durante una giornata calda può diventare una via d’accesso facile. L’aria fresca è piacevole per tutti, ma non è detto che sia l’unica cosa a entrare.
Quando compare un insetto, il gesto istintivo è quello di cercare uno spray e abbatterlo. È comprensibile, ma non sempre è la soluzione giusta. L’impiego scorretto di prodotti chimici nei locali in cui si preparano o si conservano alimenti può introdurre ulteriori rischi di contaminazione. Per questo è importante rispettare le istruzioni d’uso, le precauzioni indicate e le condizioni previste per ciascun prodotto.
Non tutti i formulati sono adatti a ogni ambiente e non tutti gli interventi possono essere gestiti autonomamente dal personale. Un programma efficace di controllo degli infestanti richiede misure proporzionate al rischio, prodotti autorizzati per l’uso previsto e, quando necessario, il supporto di professionisti qualificati. L’obiettivo non è utilizzare più prodotto, ma individuare la causa del problema e intervenire in modo sicuro ed efficace. Eliminare un insetto e contaminare una superficie destinata agli alimenti significherebbe sostituire un problema con un altro.
Nel sistema HACCP c’è un’attività che può sembrare quasi paradossale: cercare con regolarità qualcosa che, naturalmente, si spera di non trovare. Il monitoraggio degli infestanti serve proprio a questo. Permette di individuare eventuali segnali di presenza, verificare l’efficacia delle misure preventive e capire se sia necessario intervenire.
Trappole e altri dispositivi di controllo devono essere scelti e collocati in base alle caratteristiche dei locali e ai rischi individuati. La loro installazione, però, non è sufficiente.

Occorre controllarli con costanza, documentare le verifiche previste dalle procedure e valutare eventuali anomalie. Un dispositivo lasciato per mesi senza controlli perde progressivamente la propria utilità. A quel punto diventa soltanto un oggetto in più nell’ambiente. E non è certamente questo lo scopo del monitoraggio.
Per accorgersi della presenza di un infestante non è sempre necessario vedere l’animale. A volte bastano alcuni segnali: confezioni rosicchiate, escrementi, insetti morti o residui sospetti. Questi indizi meritano attenzione, soprattutto nelle aree in cui vengono conservate le materie prime.
Una confezione apparentemente integra potrebbe presentare minuscoli danneggiamenti. Un imballaggio potrebbe essere stato compromesso durante il trasporto e un alimento potrebbe non essere più utilizzabile in sicurezza. In questi casi non basta pulire o eliminare ciò che si vede. È fondamentale valutare i prodotti coinvolti, separarli e individuare l’origine del problema prima di riprendere le attività quotidiane. Pulire il pavimento senza capire da dove provengano le tracce significa intervenire sulla conseguenza, lasciando irrisolta la causa.
Affidarsi a un’azienda specializzata nella disinfestazione è una scelta importante, soprattutto quando il problema richiede competenze e interventi specifici. Questo, però, non significa delegare a terzi la gestione degli infestanti. L’operatore del settore alimentare resta responsabile delle misure necessarie a garantire la sicurezza degli alimenti nella propria attività, nel rispetto della normativa applicabile, compreso il Regolamento (CE) n. 852/2004.
Anche il personale svolge un ruolo fondamentale. Chi lavora ogni giorno in cucina, nei locali di produzione o nei magazzini può essere il primo ad accorgersi che qualcosa non va. Una confezione danneggiata, un insetto o una traccia vicino a uno scaffale possono sembrare dettagli di poco conto, ma sono segnali che vanno comunicati tempestivamente. Per questo è importante che tutti conoscano le procedure da seguire e sappiano a chi segnalare eventuali anomalie.
Aspettare il prossimo intervento della ditta senza fare nulla significa perdere tempo. E, quando si parla di sicurezza alimentare, intervenire rapidamente può fare la differenza.
La vera efficacia dell’HACCP si vede anche quando non succede nulla. Quando in un’attività alimentare non si riscontrano infestazioni, il risultato non dovrebbe essere considerato una coincidenza. È il frutto di un lavoro costante fatto di pulizia, manutenzione, corretta gestione dei rifiuti, controlli periodici, formazione del personale e attenzione ai punti critici della struttura.
Sono attività che raramente attirano l’attenzione dei clienti. Nessuno entra in un ristorante per ammirare una porta ben sigillata o un magazzino perfettamente organizzato. Eppure, proprio questi accorgimenti contribuiscono a proteggere gli alimenti e a mantenere adeguate condizioni igieniche.
La prevenzione funziona soprattutto quando si riesce a evitare che il problema si presenti, anziché limitarsi a gestirlo quando ormai è evidente. Ciò significa osservare, controllare, riconoscere i segnali e intervenire in tempo.
Perché un ristorante può avere una cucina impeccabile, un servizio eccellente e perfino le stelle Michelin. Ma topi, insetti e altri ospiti indesiderati è decisamente meglio lasciarli fuori.

RINCARI A DANNO DELLE PMI: UN PESO SEMPRE PIÙ GRAVOSO SUL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO



Le piccole e medie imprese (PMI) italiane stanno affrontando una fase particolarmente complessa, caratterizzata da una serie di rincari che incidono direttamente sulla competitività, sulla redditività e sulla capacità di investimento.

Negli ultimi anni l’aumento dei costi energetici, delle materie prime, dei trasporti, dei servizi finanziari e degli adempimenti burocratici ha generato una pressione crescente sui bilanci aziendali, colpendo soprattutto quelle realtà che dispongono di minori margini di manovra rispetto alle grandi imprese. Le PMI, che rappresentano il cuore del tessuto produttivo italiano, si trovano così a dover sostenere spese sempre più elevate senza poter trasferire integralmente tali aumenti sui prezzi finali, per il timore di perdere quote di mercato o clienti consolidati.
Uno dei fattori che maggiormente ha contribuito all’aumento dei costi è stato il rincaro dell’energia. Le imprese manifatturiere, artigianali e commerciali hanno visto crescere notevolmente le bollette di elettricità e gas, con ripercussioni immediate sui costi di produzione. In molti settori ad alta intensità energetica, l’incremento delle spese ha ridotto drasticamente i margini di profitto, costringendo alcune aziende a rivedere i turni di lavoro, rinviare investimenti o addirittura ridurre la produzione. A questo si è aggiunto l’aumento dei prezzi dei carburanti, che ha inciso sui costi logistici e di distribuzione, rendendo più oneroso il trasporto delle merci lungo l’intera filiera.
Parallelamente, i rincari delle materie prime hanno aggravato ulteriormente la situazione. Settori come l’edilizia, la meccanica, l’arredamento e l’agroalimentare hanno registrato aumenti significativi nei costi di acquisto di acciaio, legno, plastica, cereali e altri materiali essenziali. Le difficoltà di approvvigionamento e le tensioni sui mercati internazionali hanno contribuito a una volatilità dei prezzi che rende sempre più difficile programmare investimenti e definire strategie di medio-lungo periodo. Molte PMI si trovano così a operare in un contesto di forte incertezza, dove la pianificazione economica risulta continuamente esposta a variazioni improvvise dei costi.
Anche il costo del denaro rappresenta un elemento di preoccupazione. L’aumento dei tassi di interesse ha reso più costoso l’accesso al credito, una risorsa fondamentale per le piccole imprese che spesso finanziano la crescita e la liquidità aziendale attraverso prestiti bancari. Rate più elevate e condizioni di finanziamento meno favorevoli riducono la capacità delle aziende di investire in innovazione, digitalizzazione e ampliamento produttivo.

Le imprese più fragili rischiano inoltre di trovarsi in difficoltà nella gestione della liquidità, soprattutto in presenza di ritardi nei pagamenti o di un rallentamento della domanda. Non meno rilevanti sono i costi indiretti derivanti dagli adempimenti amministrativi e normativi. La crescente complessità delle procedure burocratiche, degli obblighi fiscali, delle normative ambientali e delle disposizioni in materia di sicurezza comporta per le PMI un impiego significativo di risorse economiche e professionali. Sebbene molti di questi interventi siano finalizzati a garantire maggiore trasparenza e sostenibilità, il loro impatto risulta spesso più gravoso per le realtà di dimensioni ridotte, che non dispongono di strutture interne dedicate e devono ricorrere a consulenze esterne.
Le conseguenze di questa spirale di rincari si riflettono sull’intero sistema economico. Molte imprese rinviano investimenti strategici, riducono le assunzioni o limitano i programmi di formazione del personale. Alcune sono costrette ad aumentare i prezzi dei propri prodotti e servizi, alimentando ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Altre, invece, assorbono parte dei costi pur di mantenere la competitività, con effetti negativi sulla redditività e sulla solidità finanziaria.
Per contrastare tali difficoltà, numerose associazioni di categoria chiedono interventi mirati a sostegno delle PMI, attraverso una riduzione del costo dell’energia, incentivi agli investimenti, agevolazioni fiscali, semplificazione burocratica e strumenti di accesso al credito più favorevoli. In un contesto economico caratterizzato da elevata incertezza, il sostegno alle piccole e medie imprese assume infatti un ruolo strategico non solo per la salvaguardia dell’occupazione, ma anche per la crescita e la competitività dell’intero sistema produttivo nazionale. Garantire condizioni più sostenibili per chi produce, investe e crea valore sul territorio significa preservare uno dei principali motori dell’economia italiana e favorire uno sviluppo più equilibrato e duraturo nel tempo.

RINCARI A DANNO DELLE PMI: UN PESO SEMPRE PIÙ GRAVOSO SUL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO



Le piccole e medie imprese (PMI) italiane stanno affrontando una fase particolarmente complessa, caratterizzata da una serie di rincari che incidono direttamente sulla competitività, sulla redditività e sulla capacità di investimento.

Negli ultimi anni l’aumento dei costi energetici, delle materie prime, dei trasporti, dei servizi finanziari e degli adempimenti burocratici ha generato una pressione crescente sui bilanci aziendali, colpendo soprattutto quelle realtà che dispongono di minori margini di manovra rispetto alle grandi imprese. Le PMI, che rappresentano il cuore del tessuto produttivo italiano, si trovano così a dover sostenere spese sempre più elevate senza poter trasferire integralmente tali aumenti sui prezzi finali, per il timore di perdere quote di mercato o clienti consolidati.
Uno dei fattori che maggiormente ha contribuito all’aumento dei costi è stato il rincaro dell’energia. Le imprese manifatturiere, artigianali e commerciali hanno visto crescere notevolmente le bollette di elettricità e gas, con ripercussioni immediate sui costi di produzione. In molti settori ad alta intensità energetica, l’incremento delle spese ha ridotto drasticamente i margini di profitto, costringendo alcune aziende a rivedere i turni di lavoro, rinviare investimenti o addirittura ridurre la produzione. A questo si è aggiunto l’aumento dei prezzi dei carburanti, che ha inciso sui costi logistici e di distribuzione, rendendo più oneroso il trasporto delle merci lungo l’intera filiera.
Parallelamente, i rincari delle materie prime hanno aggravato ulteriormente la situazione. Settori come l’edilizia, la meccanica, l’arredamento e l’agroalimentare hanno registrato aumenti significativi nei costi di acquisto di acciaio, legno, plastica, cereali e altri materiali essenziali. Le difficoltà di approvvigionamento e le tensioni sui mercati internazionali hanno contribuito a una volatilità dei prezzi che rende sempre più difficile programmare investimenti e definire strategie di medio-lungo periodo. Molte PMI si trovano così a operare in un contesto di forte incertezza, dove la pianificazione economica risulta continuamente esposta a variazioni improvvise dei costi.
Anche il costo del denaro rappresenta un elemento di preoccupazione. L’aumento dei tassi di interesse ha reso più costoso l’accesso al credito, una risorsa fondamentale per le piccole imprese che spesso finanziano la crescita e la liquidità aziendale attraverso prestiti bancari. Rate più elevate e condizioni di finanziamento meno favorevoli riducono la capacità delle aziende di investire in innovazione, digitalizzazione e ampliamento produttivo.

Le imprese più fragili rischiano inoltre di trovarsi in difficoltà nella gestione della liquidità, soprattutto in presenza di ritardi nei pagamenti o di un rallentamento della domanda. Non meno rilevanti sono i costi indiretti derivanti dagli adempimenti amministrativi e normativi. La crescente complessità delle procedure burocratiche, degli obblighi fiscali, delle normative ambientali e delle disposizioni in materia di sicurezza comporta per le PMI un impiego significativo di risorse economiche e professionali. Sebbene molti di questi interventi siano finalizzati a garantire maggiore trasparenza e sostenibilità, il loro impatto risulta spesso più gravoso per le realtà di dimensioni ridotte, che non dispongono di strutture interne dedicate e devono ricorrere a consulenze esterne.
Le conseguenze di questa spirale di rincari si riflettono sull’intero sistema economico. Molte imprese rinviano investimenti strategici, riducono le assunzioni o limitano i programmi di formazione del personale. Alcune sono costrette ad aumentare i prezzi dei propri prodotti e servizi, alimentando ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Altre, invece, assorbono parte dei costi pur di mantenere la competitività, con effetti negativi sulla redditività e sulla solidità finanziaria.
Per contrastare tali difficoltà, numerose associazioni di categoria chiedono interventi mirati a sostegno delle PMI, attraverso una riduzione del costo dell’energia, incentivi agli investimenti, agevolazioni fiscali, semplificazione burocratica e strumenti di accesso al credito più favorevoli. In un contesto economico caratterizzato da elevata incertezza, il sostegno alle piccole e medie imprese assume infatti un ruolo strategico non solo per la salvaguardia dell’occupazione, ma anche per la crescita e la competitività dell’intero sistema produttivo nazionale. Garantire condizioni più sostenibili per chi produce, investe e crea valore sul territorio significa preservare uno dei principali motori dell’economia italiana e favorire uno sviluppo più equilibrato e duraturo nel tempo.

RINCARI A DANNO DELLE PMI: UN PESO SEMPRE PIÙ GRAVOSO SUL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO



Le piccole e medie imprese (PMI) italiane stanno affrontando una fase particolarmente complessa, caratterizzata da una serie di rincari che incidono direttamente sulla competitività, sulla redditività e sulla capacità di investimento.

Negli ultimi anni l’aumento dei costi energetici, delle materie prime, dei trasporti, dei servizi finanziari e degli adempimenti burocratici ha generato una pressione crescente sui bilanci aziendali, colpendo soprattutto quelle realtà che dispongono di minori margini di manovra rispetto alle grandi imprese. Le PMI, che rappresentano il cuore del tessuto produttivo italiano, si trovano così a dover sostenere spese sempre più elevate senza poter trasferire integralmente tali aumenti sui prezzi finali, per il timore di perdere quote di mercato o clienti consolidati.
Uno dei fattori che maggiormente ha contribuito all’aumento dei costi è stato il rincaro dell’energia. Le imprese manifatturiere, artigianali e commerciali hanno visto crescere notevolmente le bollette di elettricità e gas, con ripercussioni immediate sui costi di produzione. In molti settori ad alta intensità energetica, l’incremento delle spese ha ridotto drasticamente i margini di profitto, costringendo alcune aziende a rivedere i turni di lavoro, rinviare investimenti o addirittura ridurre la produzione. A questo si è aggiunto l’aumento dei prezzi dei carburanti, che ha inciso sui costi logistici e di distribuzione, rendendo più oneroso il trasporto delle merci lungo l’intera filiera.
Parallelamente, i rincari delle materie prime hanno aggravato ulteriormente la situazione. Settori come l’edilizia, la meccanica, l’arredamento e l’agroalimentare hanno registrato aumenti significativi nei costi di acquisto di acciaio, legno, plastica, cereali e altri materiali essenziali. Le difficoltà di approvvigionamento e le tensioni sui mercati internazionali hanno contribuito a una volatilità dei prezzi che rende sempre più difficile programmare investimenti e definire strategie di medio-lungo periodo. Molte PMI si trovano così a operare in un contesto di forte incertezza, dove la pianificazione economica risulta continuamente esposta a variazioni improvvise dei costi.
Anche il costo del denaro rappresenta un elemento di preoccupazione. L’aumento dei tassi di interesse ha reso più costoso l’accesso al credito, una risorsa fondamentale per le piccole imprese che spesso finanziano la crescita e la liquidità aziendale attraverso prestiti bancari. Rate più elevate e condizioni di finanziamento meno favorevoli riducono la capacità delle aziende di investire in innovazione, digitalizzazione e ampliamento produttivo.

Le imprese più fragili rischiano inoltre di trovarsi in difficoltà nella gestione della liquidità, soprattutto in presenza di ritardi nei pagamenti o di un rallentamento della domanda. Non meno rilevanti sono i costi indiretti derivanti dagli adempimenti amministrativi e normativi. La crescente complessità delle procedure burocratiche, degli obblighi fiscali, delle normative ambientali e delle disposizioni in materia di sicurezza comporta per le PMI un impiego significativo di risorse economiche e professionali. Sebbene molti di questi interventi siano finalizzati a garantire maggiore trasparenza e sostenibilità, il loro impatto risulta spesso più gravoso per le realtà di dimensioni ridotte, che non dispongono di strutture interne dedicate e devono ricorrere a consulenze esterne.
Le conseguenze di questa spirale di rincari si riflettono sull’intero sistema economico. Molte imprese rinviano investimenti strategici, riducono le assunzioni o limitano i programmi di formazione del personale. Alcune sono costrette ad aumentare i prezzi dei propri prodotti e servizi, alimentando ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Altre, invece, assorbono parte dei costi pur di mantenere la competitività, con effetti negativi sulla redditività e sulla solidità finanziaria.
Per contrastare tali difficoltà, numerose associazioni di categoria chiedono interventi mirati a sostegno delle PMI, attraverso una riduzione del costo dell’energia, incentivi agli investimenti, agevolazioni fiscali, semplificazione burocratica e strumenti di accesso al credito più favorevoli. In un contesto economico caratterizzato da elevata incertezza, il sostegno alle piccole e medie imprese assume infatti un ruolo strategico non solo per la salvaguardia dell’occupazione, ma anche per la crescita e la competitività dell’intero sistema produttivo nazionale. Garantire condizioni più sostenibili per chi produce, investe e crea valore sul territorio significa preservare uno dei principali motori dell’economia italiana e favorire uno sviluppo più equilibrato e duraturo nel tempo.

A ROMA DEBUTTANO I CONAPI NEXUM AWARDS: UN RICONOSCIMENTO A CHI GENERA CRESCITA CONDIVISA



Nascono i CONAPI NEXUM AWARDS 2026, un nuovo e prestigioso riconoscimento istituito in occasione del XX Anniversario di CONAPI Nazionale per celebrare quelle imprese, quei professionisti e quelle organizzazioni che, attraverso competenza, impegno e visione strategica, contribuiscono ogni giorno alla crescita del sistema economico e sociale del Paese.

Un premio che non vuole essere soltanto un simbolo del successo raggiunto, ma soprattutto una testimonianza concreta della capacità di creare connessioni, generare fiducia e promuovere uno sviluppo sostenibile fondato sui valori della collaborazione e della responsabilità condivisa.
I CONAPI NEXUM AWARDS rappresentano infatti un’occasione unica per valorizzare realtà che si distinguono non solo per i risultati ottenuti, ma anche per il loro impatto positivo sulle persone, sui territori e sulle comunità di riferimento. In un contesto economico e sociale sempre più complesso, caratterizzato da rapide trasformazioni e nuove sfide, emerge con forza l’importanza di costruire relazioni solide, reti professionali affidabili e percorsi capaci di favorire crescita, innovazione e inclusione. È proprio in questa visione che trova il suo significato il termine NEXUM, scelto come elemento distintivo del premio.
La parola richiama il latino nectere, che significa legare, intrecciare, unire, collegare. Un concetto che interpreta perfettamente la missione di CONAPI e il ruolo che da vent’anni svolge al fianco delle imprese italiane. NEXUM rappresenta il filo invisibile che collega le persone alle opportunità, il sapere allo sviluppo, l’esperienza all’innovazione e le imprese ai territori nei quali operano. È la forza delle relazioni che genera valore duraturo e che trasforma le competenze individuali in patrimonio collettivo.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di mettere in luce modelli virtuosi, esperienze di eccellenza e percorsi capaci di ispirare altre realtà imprenditoriali e professionali. Attraverso questo riconoscimento, CONAPI intende promuovere una cultura orientata alla cooperazione, alla crescita condivisa e alla creazione di valore per l’intera società. Saranno premiati coloro che hanno saputo interpretare il cambiamento come opportunità, affrontando le sfide del mercato con coraggio, responsabilità e una visione di lungo periodo.
I CONAPI NEXUM AWARDS vogliono inoltre sottolineare l’importanza del capitale umano come motore di ogni successo. Dietro ogni impresa, ogni progetto e ogni risultato esistono infatti persone che dedicano energia, conoscenze e passione alla costruzione del futuro.

Riconoscere queste esperienze significa raccontare storie di impegno, valorizzare il merito e diffondere esempi positivi in grado di generare nuove opportunità di crescita economica e sociale.
La prima edizione del premio si svolgerà il 24 ottobre a Roma, nell’ambito della Convention nazionale “20 anni al fianco delle imprese”, evento che celebrerà due decenni di attività, di supporto e di presenza costante accanto al mondo produttivo italiano. Sarà un momento di incontro, confronto e condivisione durante il quale istituzioni, imprese, professionisti e stakeholder potranno ripercorrere il cammino compiuto e guardare insieme alle sfide dei prossimi anni.
L’importante anniversario rappresenta non solo l’occasione per ricordare il percorso svolto da CONAPI Nazionale, ma anche per rilanciare una visione orientata al futuro. Vent’anni di esperienza hanno dimostrato come la crescita più autentica nasca dalla capacità di fare rete, di valorizzare le competenze e di favorire il dialogo tra soggetti diversi accomunati dalla volontà di creare valore. I CONAPI NEXUM AWARDS si inseriscono in questo percorso come un nuovo strumento per dare voce alle eccellenze, favorire nuove sinergie e rafforzare quel patrimonio di relazioni che costituisce il vero motore dello sviluppo.
Il premio nasce inoltre con l’ambizione di diventare un punto di riferimento per il mondo delle professioni, dell’impresa e dell’innovazione, premiando chi riesce a coniugare risultati economici, sostenibilità, crescita occupazionale e attenzione al territorio. In un’epoca in cui la competitività passa sempre più attraverso la capacità di creare network, condividere competenze e costruire alleanze strategiche, il valore delle relazioni assume un ruolo centrale per il successo di qualsiasi organizzazione.
Con questa iniziativa, CONAPI ribadisce il proprio impegno nel promuovere una cultura fondata sulla fiducia, sulla condivisione delle conoscenze e sulla centralità delle persone. Perché il successo non si misura soltanto attraverso i risultati economici, ma anche nella capacità di generare opportunità, costruire legami duraturi e lasciare un impatto positivo nel tempo. I CONAPI NEXUM AWARDS 2026 nascono proprio per raccontare queste storie di eccellenza, mettendo in luce coloro che contribuiscono concretamente alla crescita del tessuto produttivo e sociale del Paese.
Vent’anni di storia, esperienza e crescita. Nuovi legami, nuove opportunità e nuove sfide da affrontare insieme. Questo è lo spirito dei CONAPI NEXUM AWARDS 2026: il valore che unisce e costruisce il futuro.

MOBBING SUL LAVORO: COME RICONOSCERLO, PREVENIRLO E TUTELARSI



Il mobbing sul lavoro rappresenta un fenomeno complesso che può compromettere profondamente il benessere psicologico, la dignità e la vita professionale di una persona.

Si manifesta attraverso una serie di comportamenti ostili e ripetuti, messi in atto da superiori o colleghi, che finiscono per creare un ambiente lavorativo difficile da sostenere. In molti casi, il lavoratore viene progressivamente isolato, svalutato o privato delle proprie responsabilità, fino a vivere una condizione di disagio tale da compromettere il rapporto con il lavoro e, talvolta, da indurlo a lasciare volontariamente il proprio impiego.
Non ogni conflitto che si verifica in azienda può essere definito mobbing. Possono esserci incomprensioni, divergenze professionali o discussioni occasionali che, pur creando tensioni, non costituiscono necessariamente una forma di persecuzione. Per parlare di mobbing è generalmente necessario individuare una condotta caratterizzata da ripetitività, durata nel tempo e finalità o effetti persecutori. Non esiste, tuttavia, una soglia temporale fissa valida in ogni situazione: la valutazione dipende dalle circostanze concrete e dagli elementi che possono essere dimostrati.
Il fenomeno può assumere forme differenti. Si parla di mobbing verticale quando le azioni ostili provengono da un superiore gerarchico o dal datore di lavoro, che può utilizzare la propria posizione per umiliare, penalizzare o mettere sotto pressione un dipendente. Il mobbing ascendente si verifica, invece, quando uno o più lavoratori assumono atteggiamenti persecutori nei confronti di un responsabile. Nel mobbing orizzontale, le condotte provengono da colleghi che occupano una posizione gerarchica simile a quella della vittima. A queste situazioni si affianca lo straining, una condizione di stress lavorativo provocata da comportamenti ostili che possono anche essere isolati, ma capaci di produrre conseguenze durature. Si tratta di fenomeni distinti, sebbene entrambi possano incidere negativamente sulla salute del lavoratore.
Le manifestazioni del mobbing sono numerose e non sempre immediatamente riconoscibili. Tra le più frequenti rientra il demansionamento, cioè l’assegnazione di compiti inferiori rispetto al ruolo ricoperto o la sottrazione ingiustificata di responsabilità. Altre situazioni riguardano l’esclusione dalle riunioni, la mancata comunicazione di informazioni necessarie per svolgere il proprio lavoro, le critiche continue e le umiliazioni davanti ai colleghi. In alcuni casi, il dipendente viene sottoposto a carichi di lavoro eccessivi e difficili da gestire; in altri, gli vengono sottratte le attività abituali, lasciandolo senza incarichi significativi.

Questi comportamenti possono generare un senso di inadeguatezza, isolamento e perdita di fiducia nelle proprie capacità.
Le conseguenze non si limitano alla sfera professionale. Chi subisce mobbing può sviluppare ansia, insonnia, difficoltà di concentrazione e una costante sensazione di tensione. Il disagio può estendersi alla vita privata, influenzando le relazioni familiari e sociali. Per questo motivo, la prevenzione e il riconoscimento tempestivo del problema sono fondamentali, sia per proteggere la salute individuale sia per favorire un ambiente di lavoro rispettoso e produttivo.
In Italia, la principale forma di tutela trova riferimento nell’articolo 2087 del Codice civile, che obbliga il datore di lavoro ad adottare le misure necessarie per proteggere l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti. Il mobbing non costituisce, di per sé, uno specifico reato autonomo, ma determinate condotte possono assumere rilevanza penale quando ricorrono gli elementi previsti dalla legge. Sul piano civile, il lavoratore può chiedere il risarcimento dei danni subiti, purché riesca a dimostrare i comportamenti contestati, il pregiudizio effettivamente patito e il collegamento tra le condotte e il danno.
Per affrontare una situazione sospetta è importante non sottovalutare gli episodi e raccogliere con attenzione gli elementi utili a ricostruire quanto accaduto. Può essere utile annotare date, circostanze e persone presenti, conservando comunicazioni aziendali, email e altri documenti pertinenti acquisiti legittimamente. È inoltre consigliabile rivolgersi al medico qualora compaiano sintomi legati allo stress e valutare il supporto di uno psicologo. Un sindacato o un avvocato specializzato in diritto del lavoro può aiutare a comprendere quali strumenti siano concretamente disponibili e come procedere. Prima di prendere decisioni importanti, come presentare le dimissioni, è opportuno valutare attentamente le possibili conseguenze giuridiche ed economiche.
Il mobbing è un problema che richiede attenzione, consapevolezza e interventi adeguati. Promuovere relazioni professionali basate sul rispetto, garantire condizioni di lavoro dignitose e intervenire di fronte a comportamenti discriminatori o persecutori significa tutelare non soltanto il singolo lavoratore, ma anche la qualità dell’intero ambiente lavorativo.

INCIDENTI OPERAI E CULTURA DELLA SICUREZZA: L’APPELLO DI CONAPI E DEL PRESIDENTE BASILIO MINICHIELLO


Conapi nazionale, sotto la guida del presidente Basilio Minichiello, continua a richiamare con fermezza l’attenzione su una delle questioni più delicate e strutturali del sistema produttivo italiano: la sicurezza degli operai nei luoghi di lavoro.

Un tema che non riguarda soltanto le statistiche, ma la vita quotidiana di migliaia di persone impegnate nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini, nelle filiere agroalimentari e nei servizi essenziali. Minichiello ribadisce che la tutela dei lavoratori non può essere considerata un elemento accessorio o un capitolo da comprimere nei bilanci aziendali, ma un fondamento imprescindibile di ogni organizzazione che voglia definirsi moderna, responsabile e competitiva. Gli incidenti che continuano a verificarsi nei diversi comparti produttivi mostrano infatti quanto la sicurezza resti una sfida aperta e complessa: cadute dall’alto dovute a impalcature non adeguatamente verificate, schiacciamenti causati da manovre errate o da macchinari privi di manutenzione, malori legati a turni eccessivi o a condizioni climatiche estreme, esposizioni prolungate a sostanze nocive, errori derivanti da una formazione insufficiente o non aggiornata. Ogni episodio racconta la fragilità di un sistema che, pur dotato di normative avanzate, fatica a garantire standard omogenei e controlli realmente efficaci. La posizione di Conapi è chiara e non ammette ambiguità: la sicurezza deve essere costruita attraverso procedure rigorose, dispositivi certificati, supervisione competente e una formazione che non sia un mero adempimento burocratico, ma un investimento reale sulla consapevolezza dei lavoratori. Minichiello sottolinea che gli operai rappresentano il cuore pulsante delle filiere produttive, la base materiale su cui si regge l’intero sistema economico. Ogni incidente non è una fatalità, ma il risultato di omissioni, ritardi, sottovalutazioni o modelli organizzativi insufficienti.

Per questo richiama imprese, istituzioni, enti di controllo e reti territoriali a un impegno condiviso che trasformi la prevenzione in una pratica quotidiana, non in un obbligo da assolvere per evitare sanzioni.

La competitività, afferma, non può essere costruita sacrificando la vita o la salute di chi contribuisce alla crescita del Paese. Un sistema produttivo che tollera incidenti ricorrenti è un sistema che rinuncia alla propria credibilità e alla propria responsabilità sociale. Ogni ferito, ogni vita spezzata, ogni famiglia colpita ricorda che il lavoro non è solo produzione, ma relazione, dignità, futuro. Proteggere gli operai significa proteggere il sistema produttivo stesso, garantire continuità, qualità, stabilità. Significa affermare una cultura in cui la sicurezza diventa valore, non ostacolo; investimento, non costo; visione, non formalità. È su questo terreno che Conapi e il presidente Minichiello chiedono un salto di qualità: più formazione, più controlli, più responsabilità, più coordinamento tra imprese e istituzioni, più attenzione alle nuove tecnologie di prevenzione, più ascolto dei lavoratori che vivono ogni giorno i rischi reali dei reparti e dei cantieri. Solo così la sicurezza potrà diventare un elemento strutturale e non un tema da affrontare dopo l’ennesimo incidente.

Lavoro e longevità: il ruolo delle imprese accanto a chi assiste un familiare


L’invecchiamento della popolazione italiana non è un fenomeno periferico, né una variabile da affidare a qualche previsione statistica.

È già dentro la vita quotidiana delle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle comunità locali e nelle scelte che imprese e istituzioni sono chiamate a compiere. Le ultime stime dell’Istat indicano una popolazione residente in calo dai 58,9 milioni del 2025 ai 55 milioni del 2050, fino a 45,8 milioni nel 2080. Nello stesso arco di tempo crescerà in modo rilevante il peso della popolazione anziana, mentre diminuiranno le persone in età lavorativa, destinate a passare dal 63,4% del totale al 55,3% entro il 2050.
Non siamo di fronte a un semplice mutamento della piramide delle età. A cambiare è la società e, con essa, il rapporto fra lavoro, famiglia e cura. Aumentano le persone anziane, si riducono le reti familiari tradizionali, crescono le famiglie unipersonali e, con esse, il rischio che la fragilità venga vissuta nella solitudine. Nel 2025, su dieci milioni di persone che vivono sole, 4,6 milioni hanno almeno 65 anni; entro il 2050 tale quota potrebbe raggiungere il 57%. Gli ultrasettantacinquenni soli, secondo le previsioni, potrebbero arrivare a 4,7 milioni.
Dietro questi dati vi sono donne e uomini che lavorano, che spesso hanno figli ancora da accompagnare nella costruzione della loro autonomia e genitori anziani da assistere. Sono lavoratori che devono conciliare tempi professionali, visite mediche, urgenze, pratiche amministrative, bisogni di presenza e di ascolto. La condizione del caregiver familiare non è sempre visibile, perché tende a nascondersi nella dimensione privata. Eppure incide sulla continuità lavorativa, sulla serenità della persona, sulla salute mentale, sulla qualità delle relazioni e sulla possibilità stessa di restare attivi nel mercato del lavoro.
Per questa ragione il welfare aziendale non può essere considerato soltanto un insieme di vantaggi aggiuntivi, né uno strumento utile a rendere più attrattivo il rapporto di lavoro. Esso assume un significato più ampio quando riconosce che il lavoratore non entra in azienda lasciando fuori dalla porta la propria vita familiare, le responsabilità di cura, le preoccupazioni che attraversano le sue giornate. Un’impresa che guarda alla persona nella sua interezza comprende che sostenere chi assiste un genitore non autosufficiente, un figlio in difficoltà o un familiare fragile non costituisce un costo estraneo al lavoro, ma un investimento nella dignità, nella stabilità e nella qualità delle relazioni professionali.
Questo non significa attribuire alle imprese compiti che, in genere, spettano allo Stato o alle famiglie. La non autosufficienza non può essere affidata alla buona volontà di chi lavora, né trasformata in un problema esclusivamente domestico. Richiede politiche pubbliche programmate, servizi territoriali adeguati, assistenza sanitaria e sociale integrata, sostegni economici e percorsi capaci di accompagnare le famiglie lungo il tempo della cura. Tuttavia, proprio perché il cambiamento demografico attraversa anche il mondo produttivo, le imprese non possono restare spettatrici.

Occorre interrogarsi su organizzazioni del lavoro più attente ai tempi di vita, su forme di flessibilità realmente praticabili, su servizi di orientamento e accompagnamento per le famiglie, su strumenti contrattuali che consentano di affrontare le fasi più difficili senza costringere le persone a scegliere tra lavoro e il prendersi cura di una persona. In questa prospettiva, il welfare aziendale può diventare un luogo di responsabilità sociale concreta, soprattutto quando non si riduce a una risposta occasionale, ma viene costruito ascoltando i bisogni reali dei lavoratori e dei territori.
Gli enti bilaterali, come più volte scritto su questo Magazine possono svolgere un compito importante. Per la loro prossimità al tessuto produttivo, alle parti sociali e alle comunità locali, possono contribuire a trasformare la contrattazione in uno spazio di tutela effettiva. Non soltanto prestazioni, ma informazioni accessibili, accompagnamento, servizi e misure capaci di sostenere la conciliazione tra lavoro e cura. La bilateralità può aiutare in particolare le piccole e medie imprese, spesso prive di strumenti organizzativi e finanziari per costruire autonomamente risposte articolate, ma non per questo estranee alla responsabilità di prendersi cura delle persone che vi lavorano.
Una società che invecchia chiede anche alle imprese di ripensare il proprio posto nella comunità. Non basta domandare ai lavoratori di adattarsi a famiglie più piccole, a genitori più longevi e a bisogni assistenziali più complessi. Bisogna prepararsi per tempo, costruendo alleanze tra politica, imprese, corpi intermedi, famiglie e servizi territoriali.
Prendersi cura di chi si prende cura non è soltanto una questione organizzativa. È il punto nel quale si misura l’idea di impresa che vogliamo difendere e la qualità della comunità che intendiamo lasciare alle generazioni che verranno.

LAVORO E LONGEVITA’: IL RUOLO DELLE IMPRESE ACCANTO A CHI ASSISTE UN FAMILIARE


L’invecchiamento della popolazione italiana non è un fenomeno periferico, né una variabile da affidare a qualche previsione statistica.

È già dentro la vita quotidiana delle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle comunità locali e nelle scelte che imprese e istituzioni sono chiamate a compiere. Le ultime stime dell’Istat indicano una popolazione residente in calo dai 58,9 milioni del 2025 ai 55 milioni del 2050, fino a 45,8 milioni nel 2080. Nello stesso arco di tempo crescerà in modo rilevante il peso della popolazione anziana, mentre diminuiranno le persone in età lavorativa, destinate a passare dal 63,4% del totale al 55,3% entro il 2050.
Non siamo di fronte a un semplice mutamento della piramide delle età. A cambiare è la società e, con essa, il rapporto fra lavoro, famiglia e cura. Aumentano le persone anziane, si riducono le reti familiari tradizionali, crescono le famiglie unipersonali e, con esse, il rischio che la fragilità venga vissuta nella solitudine. Nel 2025, su dieci milioni di persone che vivono sole, 4,6 milioni hanno almeno 65 anni; entro il 2050 tale quota potrebbe raggiungere il 57%. Gli ultrasettantacinquenni soli, secondo le previsioni, potrebbero arrivare a 4,7 milioni.
Dietro questi dati vi sono donne e uomini che lavorano, che spesso hanno figli ancora da accompagnare nella costruzione della loro autonomia e genitori anziani da assistere. Sono lavoratori che devono conciliare tempi professionali, visite mediche, urgenze, pratiche amministrative, bisogni di presenza e di ascolto. La condizione del caregiver familiare non è sempre visibile, perché tende a nascondersi nella dimensione privata. Eppure incide sulla continuità lavorativa, sulla serenità della persona, sulla salute mentale, sulla qualità delle relazioni e sulla possibilità stessa di restare attivi nel mercato del lavoro.
Per questa ragione il welfare aziendale non può essere considerato soltanto un insieme di vantaggi aggiuntivi, né uno strumento utile a rendere più attrattivo il rapporto di lavoro. Esso assume un significato più ampio quando riconosce che il lavoratore non entra in azienda lasciando fuori dalla porta la propria vita familiare, le responsabilità di cura, le preoccupazioni che attraversano le sue giornate. Un’impresa che guarda alla persona nella sua interezza comprende che sostenere chi assiste un genitore non autosufficiente, un figlio in difficoltà o un familiare fragile non costituisce un costo estraneo al lavoro, ma un investimento nella dignità, nella stabilità e nella qualità delle relazioni professionali.
Questo non significa attribuire alle imprese compiti che, in genere, spettano allo Stato o alle famiglie. La non autosufficienza non può essere affidata alla buona volontà di chi lavora, né trasformata in un problema esclusivamente domestico. Richiede politiche pubbliche programmate, servizi territoriali adeguati, assistenza sanitaria e sociale integrata, sostegni economici e percorsi capaci di accompagnare le famiglie lungo il tempo della cura. Tuttavia, proprio perché il cambiamento demografico attraversa anche il mondo produttivo, le imprese non possono restare spettatrici.

Occorre interrogarsi su organizzazioni del lavoro più attente ai tempi di vita, su forme di flessibilità realmente praticabili, su servizi di orientamento e accompagnamento per le famiglie, su strumenti contrattuali che consentano di affrontare le fasi più difficili senza costringere le persone a scegliere tra lavoro e il prendersi cura di una persona. In questa prospettiva, il welfare aziendale può diventare un luogo di responsabilità sociale concreta, soprattutto quando non si riduce a una risposta occasionale, ma viene costruito ascoltando i bisogni reali dei lavoratori e dei territori.
Gli enti bilaterali, come più volte scritto su questo Magazine possono svolgere un compito importante. Per la loro prossimità al tessuto produttivo, alle parti sociali e alle comunità locali, possono contribuire a trasformare la contrattazione in uno spazio di tutela effettiva. Non soltanto prestazioni, ma informazioni accessibili, accompagnamento, servizi e misure capaci di sostenere la conciliazione tra lavoro e cura. La bilateralità può aiutare in particolare le piccole e medie imprese, spesso prive di strumenti organizzativi e finanziari per costruire autonomamente risposte articolate, ma non per questo estranee alla responsabilità di prendersi cura delle persone che vi lavorano.
Una società che invecchia chiede anche alle imprese di ripensare il proprio posto nella comunità. Non basta domandare ai lavoratori di adattarsi a famiglie più piccole, a genitori più longevi e a bisogni assistenziali più complessi. Bisogna prepararsi per tempo, costruendo alleanze tra politica, imprese, corpi intermedi, famiglie e servizi territoriali.
Prendersi cura di chi si prende cura non è soltanto una questione organizzativa. È il punto nel quale si misura l’idea di impresa che vogliamo difendere e la qualità della comunità che intendiamo lasciare alle generazioni che verranno.

NASCE E.LAV. BENEVENTO-SANNIO: CONCILIAZIONI IN SEDE PROTETTA, WELFARE E FORMAZIONE PER IMPRESE E LAVORATORI


BENEVENTO – Nasce ufficialmente E.LAV.

Benevento-Sannio, articolazione territoriale dell’Ente Bilaterale dei Lavoratori (in sigla “E.LAV.), per offrire alle imprese e ai lavoratori del Sannio un punto di riferimento vicino, qualificato e capace di rispondere alle esigenze del territorio. La nuova struttura si inserisce nella rete di E.LAV. nazionale, organismo paritetico senza scopo di lucro costituito da Co.N.A.P.I. Nazionale e F.I.LA., e opera in raccordo con l’Ente per promuovere servizi, tutele e opportunità a sostegno della qualità del lavoro e del benessere delle persone.
A guidare la struttura territoriale è stato eletto il presidente Filiberto Parente, esperto nelle tutele del lavoro, nei servizi al cittadino e nel welfare di prossimità, impegnato nella promozione di un modello fondato sul dialogo, sulla prevenzione del contenzioso e sulla ricerca di soluzioni condivise tra le parti.
E.LAV. Benevento-Sannio intende facilitare l’accesso territoriale al sistema di servizi alla bilateralità: welfare e assistenza sanitaria integrativa, formazione e aggiornamento professionale, informazione e supporto in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, studi e ricerche, assistenza contrattuale, certificazione dei contratti e soprattutto conciliazione delle controversie di lavoro in sede protetta. Le attività saranno sviluppate nel quadro della convenzione con E.LAV. nazionale e delle condizioni previste per i singoli servizi, con attenzione ai bisogni delle imprese e dei lavoratori del territorio e in collaborazione con i consulenti del lavoro e gli studi professionali.
In questo quadro, particolare rilievo sarà riservato alle conciliazioni sindacali in sede protetta, attraverso il coinvolgimento di professionalità qualificate e il rafforzamento delle competenze dedicate alla gestione delle controversie di lavoro.
Accanto al presidente opera il vicepresidente, avvocato Carlo Luongo, con il supporto di esperti di diritto, consulenti del lavoro e commercialisti: competenze multidisciplinari che consentono un approccio trasversale e un’assistenza qualificata nelle diverse problematiche del mondo del lavoro.
La conciliazione in sede protetta rappresenta uno strumento di particolare rilevanza per affrontare le controversie e definire accordi nel rispetto delle norme e dei diritti delle parti coinvolte. L’obiettivo è favorire soluzioni condivise attraverso l’ascolto, l’assistenza qualificata e il dialogo tra lavoratori e imprese.


«L’obiettivo dell’E.LAV. Benevento Sannio è quello di mettere a disposizione del territorio professionalità, competenza e servizi concreti, contribuendo alla tutela dei lavoratori e alla crescita delle imprese attraverso il dialogo e la cultura della conciliazione», dichiara il presidente Filiberto Parente.
Lo stesso presidente ha inoltre espresso un sentito ringraziamento al dott. Basilio Minichiello, presidente nazionale di E.LAV. e fondatore e presidente della Co.N.A.P.I. Nazionale, la Confederazione Nazionale Artigiani e Piccoli Imprenditori. Il prossimo 24 ottobre, a Roma, la Confederazione celebrerà il proprio ventennale con la Convention «20 anni al fianco delle imprese», un appuntamento che valorizza il percorso e l’impegno della Co.N.A.P.I. a sostegno dell’artigianato e della piccola imprenditoria su tutto il territorio nazionale.
«Desidero rivolgere un particolare ringraziamento al Presidente Nazionale Basilio Minichiello per la fiducia accordata e per il costante sostegno alle attività territoriali. La sua visione e il suo impegno rappresentano un punto di riferimento per tutti coloro che operano quotidianamente a favore dei lavoratori, delle imprese e dello sviluppo delle comunità locali», afferma Filiberto Parente.
E.LAV. Benevento-Sannio si propone così come punto di riferimento per l’accesso ai servizi della bilateralità, la conciliazione e la tutela del lavoro, mettendo al centro competenza, ascolto e responsabilità sociale.
La sede operativa è situata in via Francesco Flora 31, a Benevento.