OCEANIA TORNA IN LIVE ACTION. L’AVVENTURA DI VAIANA DIVENTA REALTA’


Un’avventura più epica e autentica, in arrivo nei cinema italiani il 19 agosto 2026.

Disney riporta Oceania sul grande schermo in una nuova veste live action che promette di trasformare l’avventura di Vaiana e Maui in qualcosa di ancora più epico, tangibile e vicino al pubblico. A dieci anni dall’uscita del film d’animazione, l’eroina che ha conquistato milioni di spettatori sta per tornare al cinema in carne e ossa: l’uscita italiana è fissata per il 19 agosto 2026, e il primo teaser trailer ha già iniziato a circolare online, mostrando alcuni dei momenti iconici reinterpretati in chiave realistica. La nuova Vaiana ha il volto della giovane Catherine Lagaʻaia, scelta non solo per il talento ma anche per il legame autentico con la cultura polinesiana che ha ispirato l’intero universo narrativo della saga. Accanto a lei torna Dwayne Johnson nei panni del semidio Maui, un ruolo che l’attore aveva già contribuito a rendere celebre grazie al doppiaggio del film original. Il live action è diretto da Thomas Kail, già apprezzato per Hamilton, e punta a restituire una versione più fisica e sensoriale del viaggio di Vaiana, che per la prima volta attraverserà la barriera corallina della sua isola per riportare prosperità al suo popolo in un percorso che unisce coraggio, identità e tradizione.Le prime immagini mostrano un’attenzione particolare per l’autenticità culturale: paesaggi girati tra Hawaii e location che ricordano le isole del Pacifico, costumi che richiamano le tecniche artigianali locali, e un cast composto da interpreti con origini samoane e neozelandesi.

Oltre ai protagonisti, vedremo John Tui nel ruolo di Capo Tui, Frankie Adams nei panni di Sina e Rena Owen come la saggia nonna Tala, figura chiave nella crescita della giovane protagonista. Il progetto nasce con l’intenzione di rendere omaggio alla storia originale, ma evitando la semplice copia. L’impianto narrativo sembra leggermente ampliato, con un focus maggiore sul rapporto tra Vaiana e l’oceano, sulla tradizione dei navigatori polinesiani e sulla dimensione spirituale che ha sempre caratterizzato il personaggio. Anche la colonna sonora è uno degli elementi più attesi: alcune delle canzoni più amate potrebbero tornare con un nuovo trattamento musicale, rispettando però l’anima che le ha rese iconiche. Con una combinazione di nostalgia, grande cura visiva e una rappresentazione più radicata delle culture che hanno ispirato la storia, il nuovo Oceania si prepara a diventare uno dei titoli più attesi del 2026. Un ritorno che non guarda solo al passato, ma prova a espandere l’immaginario che ha reso Vaiana un simbolo di coraggio e autodeterminazione per una nuova generazione di spettatori.

FERRERO SOSPENDE GLI ACQUISTI DI NOCCIOLE TURCHE: CRISI GLOBALE E CROLLO DELLA PRODUZIONE IRPINA


Nocciole in crisi per scarsa produzione. la Ferrero rinuncia alla nocciola turca

Il colosso dolciario Ferrero ha deciso di sospendere temporaneamente gli acquisti di nocciole dalla Turchia, principale fornitore mondiale, a causa di un drastico aumento dei prezzi e di una crisi produttiva che ha colpito il settore.
La decisione arriva dopo una primavera segnata da condizioni climatiche estreme e da un’epidemia di parassiti che ha devastato i raccolti turchi. Una gelata fuori stagione ha compromesso la fioritura degli alberi, mentre la diffusione della cimice asiatica ha ulteriormente aggravato la situazione, riducendo drasticamente la quantità di frutta secca disponibile. Il risultato è stato un crollo della produzione sotto le 500mila tonnellate e un conseguente raddoppio dei prezzi rispetto all’inizio dell’estate.
Ferrero, che consuma circa il 25% della produzione mondiale di nocciole per prodotti come Nutella e Rocher, ha scelto di interrompere gli acquisti dalla Turchia per tutelarsi da ulteriori rincari e speculazioni. L’azienda ha attinto alle proprie scorte e ha avviato trattative per rifornirsi da altri mercati, tra cui Cile, Stati Uniti e Cina.
Ma la crisi non riguarda solo la Turchia. Anche l’Italia, secondo produttore europeo, è alle prese con una stagione drammatica.

In Irpinia, una delle aree più vocate alla corilicoltura, la produzione ha subito un crollo stimato tra il 60% e l’80% rispetto agli anni precedenti. Le cause sono molteplici: inverni troppo miti, piogge violente in primavera, ondate di calore e siccità estiva hanno messo in ginocchio i noccioleti. Il fenomeno della cascola precoce ha colpito duramente, con frutti svuotati, secchi o danneggiati da patologie non ancora identificate.
La produzione attesa nella provincia di Avellino non supererà le 4.000 tonnellate, un dato allarmante che sta generando forti preoccupazioni tra gli agricoltori locali. Le aziende agricole irpine, molte delle quali a conduzione familiare, si trovano ora in grave difficoltà economica. I costi di produzione sono aumentati, mentre i ricavi si sono ridotti drasticamente. Alcuni produttori stanno valutando la possibilità di abbandonare la coltivazione, mentre altri chiedono interventi urgenti da parte delle istituzioni per fronteggiare la crisi.
Questa doppia emergenza, turca e italiana, evidenzia la vulnerabilità delle filiere agroalimentari di fronte ai cambiamenti climatici e alle emergenze fitosanitarie. Ferrero, da parte sua, sembra intenzionata a rafforzare la propria rete internazionale, mantenendo al contempo un occhio vigile sulla situazione turca e italiana, nella speranza di un ritorno alla normalità.

LA FORMAZIONE AZIENDALE TRA AULA, DIGITALE E NUOVE CONTAMINAZIONI


La formazione è strategica ma com’è meglio farla? Scopriamolo

In questa nostra rubrica dedicata alla formazione aziendale, con particolare attenzione alla formazione “emozionale”, abbiamo più volte accennato alle modalità di erogazione dei corsi. In questo articolo andremo nel dettaglio, scoprendo tutte le forme che la formazione in azienda può assumere e i relativi pro e contro.

D’altronde ormai lo sappiamo: investire sulle competenze delle persone è una scelta strategica. Ma come si fa formazione oggi? Le modalità sono molteplici e raccontano un’evoluzione che va dall’aula tradizionale alle piattaforme digitali, fino a modelli ibridi che cercano di cogliere il meglio di entrambi i mondi.

Partiamo dall’aula. La formazione in presenza resta un punto fermo. Si tratta infatti della modalità che più di tutte valorizza la dimensione umana, prevedendo lo scambio diretto, il confronto immediato, la possibilità di costruire relazioni e di vivere esperienze pratiche. In aula si lavora spesso con simulazioni, esercitazioni e momenti di team building e queste sono attività che difficilmente possono avere lo stesso impatto nel digitale. Certo, la formazione in aula richiede investimenti in termini di tempo e logistica, ma continua a essere insostituibile soprattutto quando l’obiettivo è rafforzare la coesione del gruppo o sviluppare competenze che passano attraverso l’esperienza condivisa.

Accanto all’aula, la formazione online ha aperto scenari completamente nuovi. Grazie a piattaforme e-learning, webinar e contenuti multimediali, le aziende oggi possono raggiungere un numero elevato di dipendenti, ovunque si trovino, con costi ridotti e grande flessibilità. Quello digitale è un modello che si presta bene, per esempio, agli aggiornamenti normativi, ai corsi obbligatori e ai percorsi standardizzati ma, se non progettato con attenzione, rischia di trasformarsi in un’esperienza solitaria e poco coinvolgente. Per questo molte imprese arricchiscono l’e-learning con strumenti interattivi, forum, sessioni live e gamification, così da mantenere alta la motivazione e stimolare la partecipazione attiva.

E tra le due forme esiste anche una via di mezzo. Il riferimento è al blended learning che combina momenti in presenza e attività digitali e che è oggi considerato da molti la formula più efficace. Questa modalità formativa, infatti, permette di sfruttare la ricchezza del confronto faccia a faccia e, allo stesso tempo, la flessibilità del digitale. Quel che è certo è che richiede una progettazione accurata, perché non basta “aggiungere” qualche modulo online a un corso in aula: serve un disegno coerente, capace di integrare le due dimensioni in un percorso fluido e personalizzato. Quando questo avviene, il blended diventa un potente strumento di crescita, in grado di adattarsi alle diverse esigenze e di mantenere alto il livello di engagement.

Le nuove frontiere

Guardando avanti, la formazione aziendale si muove verso modelli sempre più dinamici e personalizzati. Facciamo qualche esempio:

  • microlearning: con pillole brevi e mirate, si risponde alla necessità di apprendere in tempi rapidi e compatibili con la quotidianità lavorativa,
  • gamification: introducendo elementi di gioco si rende l’apprendimento più coinvolgente, mobile learning: si concede al dipendente la possibilità di studiare direttamente da smartphone e tablet, rendendo la formazione davvero “on the go”,
  • intelligenza artificiale: si permette di analizzare i dati e suggerire percorsi su misura, calibrati sulle competenze e sugli obiettivi di ciascun dipendente.

Una volta conosciute un po’ più a fondo le diverse modalità di formazione disponibili è possibile non tanto scegliere quella ritenuta migliore a scapito di altre quanto costruire un mix intelligente. Ogni azienda deve valutare i propri obiettivi, il budget e il tipo di competenze da sviluppare ricordandosi che la formazione in presenza rimane insostituibile per la relazione e l’esperienza, l’online garantisce accessibilità e scalabilità, il blended rappresenta un equilibrio strategico.
Le imprese più innovative lo hanno capito: la formazione non è un evento isolato, ma un processo continuo, che deve accompagnare la crescita delle persone e dell’organizzazione.

STROMBOLI DIVENTA PANDORA. L’ISOLA VULCANICA ENTRA NEL NUOVO AVATAR DI JAMES CAMERON


L’Eolie diventano scenario reale per il terzo capitolo della saga: qui nascono le ambientazioni del Popolo delle Ceneri, la nuova tribù Na’vi .

Stromboli entrerà ufficialmente nel mondo di Pandora: l’isola vulcanica delle Eolie diventa uno dei volti del nuovo film della saga di Avatar, prodotto da Disney e diretto da James Cameron. Nel terzo capitolo, l’universo narrativo si sposta verso territori più oscuri e intensi e introduce una nuova tribù Na’vi, gli Ash People, il cosiddetto Popolo delle Ceneri, guidato dal guerriero Varang. Questa fazione vive in zone dominate da attività vulcanica estrema e, a differenza degli altri clan, si è allontanata da Eywa, la forza spirituale che armonizza ogni forma di vita su Pandora. Il loro mondo è fatto di cenere, calore e confini instabili: un ambiente che richiede autenticità visiva e un realismo che la computer grafica da sola non può offrire. È proprio qui che entra in gioco Stromboli. L’isola è stata scelta per la sua natura irripetibile: un vulcano in continua attività, un paesaggio modellato dalla lava, notti illuminate dalle eruzioni come fossero effetti speciali spontanei.

La produzione ha individuato in questo luogo una dimensione già “pandoriana” di per sé, ideale per catturare quelle atmosfere incandescenti che definiranno la nuova direzione del film. Non si tratta di ricostruire tutto in digitale, ma di partire dal reale: a Stromboli verranno girate riprese naturali aggiuntive pensate per registrare la luce vera, i movimenti del vulcano, il dinamismo dell’aria calda e la consistenza del terreno, elementi che verranno poi integrati e ampliati con la tecnologia visiva di Avatar.In questo modo, l’isola siciliana diventa una fonte diretta di immagini e sensazioni, un ponte fra il nostro pianeta e un mondo lontano che, paradossalmente, trova proprio nella Terra le sue radici più profonde. Il risultato sarà un Pandora che continua a espandersi, ma restando ancorato a fenomeni naturali reali, con Stromboli chiamata a rappresentare il cuore selvaggio e instabile del territorio degli Ash People. Una scelta che conferma come certi paesaggi italiani possano diventare protagonisti anche quando non interpretano sé stessi, ma un altrove immaginario destinato a milioni di spettatori.

ESONERO CONTRIBUTIVO PER NUOVE IMPRESE AGGREGATE: LA MISURA SPERIMENTALE 2024-2025


Nel biennio 2024-2025 è previsto un esonero contributivo per nuove imprese nate da operazioni straordinarie con almeno 1.000 dipendenti.

Il legislatore ha introdotto un esonero contributivo fino al 100% per favorire la nascita di nuove imprese derivanti da fusioni, acquisizioni o conferimenti. La misura, di carattere sperimentale, punta a sostenere processi di riorganizzazione aziendale con un forte impegno nella formazione e nella tutela occupazionale. L’esonero è riconosciuto alle imprese che, a seguito dell’operazione straordinaria, raggiungono una soglia minima di 1.000 dipendenti. Il beneficio si articola in due fasi: per i primi 24 mesi è previsto uno sgravio fino a 3.500 euro annui per ciascun lavoratore, seguito da ulteriori 12 mesi con un tetto massimo di 2.000 euro annui. Complessivamente, l’impresa può beneficiare di un esonero fino a 8.500 euro per lavoratore nell’arco di tre anni.

Per accedere all’agevolazione, è necessario rispettare precisi requisiti: ogni lavoratore deve ricevere almeno 200 ore di formazione e l’impresa deve garantire il mantenimento dei livelli occupazionali per almeno 48 mesi. Il progetto industriale presentato deve includere azioni concrete di politica attiva del lavoro. La misura è soggetta a controlli rigorosi. In caso di violazioni degli obblighi formativi o di interruzioni illegittime dei rapporti di lavoro, l’esonero viene revocato e l’impresa può essere sanzionata fino al doppio dell’importo fruito. Le modalità operative per la fruizione del beneficio sono state definite dall’INPS, con istruzioni dettagliate per la corretta esposizione nei flussi UniEmens.Questa iniziativa rappresenta un’opportunità per le imprese che intendono rafforzarsi attraverso operazioni di aggregazione, promuovendo al contempo la crescita professionale dei lavoratori e la stabilità occupazionale.

DRACULA – L’AMORE PERDUTO


Luc Besson trasforma il mito del vampiro in una tragedia sull’eternità del sentimento

Non è la solita leggenda gotica, e nemmeno l’ennesimo ritorno del vampiro immortale. Con Dracula – L’amore perduto, Luc Besson strappa via il mantello al conte e gli lascia addosso solo la pelle dell’uomo. Il suo Dracula non è più il predatore elegante che si nutre di sangue, ma un’anima smarrita che si nutre di ricordi. L’immortalità non è un dono: è una punizione. Vivere per sempre significa non poter dimenticare mai.
Il film comincia come un sogno che si sgretola. I paesaggi sembrano appartenere a un mondo fuori dal tempo: distese di neve, cieli metallici, castelli che non sono più dimora ma prigione. In questo spazio sospeso, l’amore diventa la vera forza soprannaturale. L’oggetto del desiderio non è più la vita altrui, ma il passato stesso. Dracula è un uomo che ama così profondamente da voler sconfiggere la morte — e finisce per condannarsi a un’eternità di solitudine. Nel cuore del film risuonano parole che restano impresse: “Pensi di salvarla o la stai rovinando? Se la ami davvero, lasciala andare, per tornare alla vita e voi a Dio.” È la voce della fede che si oppone all’ossessione, la luce che tenta di entrare nel buio di un amore malato. Besson intreccia continuamente i due poli — amore e fede — come se fossero le due metà di un’unica dannazione.
E quando il protagonista sussurra “Dio è amore, non può chiedere che si uccidano le sue creature. Se hai ucciso, l’hai fatto per te stesso”, il mito si spoglia di ogni romanticismo gotico e diventa confessione, resa, preghiera.

Dracula non è più un mostro: è un uomo che ha smarrito Dio nel tentativo di trattenere ciò che amava. Besson costruisce un film che parla più con le immagini che con le parole. La luce taglia i volti come una memoria che ritorna, il rosso del sangue diventa quello della nostalgia. Ogni inquadratura è lenta, pittorica, densa di malinconia. La paura non nasce dal buio, ma dal rimpianto; non dalle zanne, ma dal silenzio. E nel suo dolore eterno, Dracula diventa simbolo dell’uomo che si ostina a non lasciar andare il passato. Ma la sua condanna, come già scriveva la tradizione, è quella del vampiro: “Il vampiro continua a vivere e non può morire… può acquistare forza… sembra quasi che si rinnovi.” È la maledizione dell’amore che si ostina a sopravvivere, anche quando tutto dovrebbe finire.
In questo senso, Dracula – L’amore perduto non è un film sull’immortalità, ma sulla persistenza del sentimento. È una parabola sull’uomo moderno, che confonde l’eternità con il possesso e la fede con la paura di perdere.
Dracula – L’amore perduto è, in fondo, una confessione più che un racconto. Besson non ci chiede di avere paura, ma di ricordare cosa significa desiderare ciò che non può tornare. Ci mostra che l’eternità, senza amore, è solo un interminabile rimpianto. E che forse l’unica vera maledizione non è vivere per sempre, ma non riuscire mai a dimenticare.

RIPRESA DEL MERCATO FASHION IN ITALIA: TRA QUALITÀ, PROMOZIONI E MADE IN ITALY


Dopo anni di difficoltà, il settore moda italiano mostra segnali di rilancio. Il biennio 2026–2027 si prospetta decisivo per una nuova fase di crescita.

Dopo un lungo periodo di contrazione, il settore della moda in Italia si prepara a vivere una nuova fase di crescita. Secondo le previsioni, il biennio 2026–2027 segnerà una ripresa significativa dei consumi, trainata da una rinnovata attenzione alla qualità dei prodotti, alle strategie promozionali e alla valorizzazione del Made in Italy. Il comparto fashion, duramente colpito dalla crisi economica e dai cambiamenti nelle abitudini di acquisto, sta ridefinendo le proprie priorità per riconquistare il pubblico nazionale e internazionale.
Le aziende italiane stanno investendo in innovazione, sostenibilità e comunicazione, puntando su collezioni che uniscono tradizione artigianale e design contemporaneo. Il consumatore post-pandemia è più consapevole, selettivo e attento al valore reale di ciò che acquista. Per questo, le promozioni mirate e la trasparenza nella filiera produttiva diventano strumenti fondamentali per fidelizzare il cliente e stimolare la domanda.

Il Made in Italy, da sempre sinonimo di eccellenza, torna al centro delle strategie di rilancio. Tessuti pregiati, lavorazioni curate e stile riconoscibile sono gli elementi su cui si costruisce la nuova narrazione del fashion italiano. Anche il digitale gioca un ruolo cruciale: e-commerce, social media e piattaforme immersive permettono di raggiungere nuovi mercati e di raccontare il prodotto in modo coinvolgente.
La ripresa non sarà uniforme, ma i segnali sono incoraggianti. Le fiere di settore, come Pitti Uomo e Milano Fashion Week, registrano un aumento di partecipazione e interesse. I piccoli brand emergenti trovano spazio accanto ai grandi nomi, contribuendo a rendere il panorama più dinamico e inclusivo. Il biennio 2026–27 potrebbe dunque rappresentare un punto di svolta, in cui la moda italiana riscopre la propria forza identitaria e la trasforma in motore di crescita economica e culturale.

VITICOLTURA SOSTENIBILE ED ENOTURISMO: IL FUTURO DEL MADE IN ITALY.


Il Merano Wine Festival ha offerto al Centro Studi della Co.N.A.P.I. Nazionale un’occasione preziosa per confrontarsi con le imprese del settore vitivinicolo. In questo contesto, il Direttore Dott. Zizza riflette sull’evoluzione dell’enoturismo, sull’importanza dell’economia circolare e sui risultati del recente Rapporto dedicato alla sostenibilità.

Dott. Zizza, dopo la partecipazione della Co.N.A.P.I. Nazionale al Merano Wine Festival, quali impressioni porta con sé come Direttore del Centro Studi? Il Merano Wine Festival, giunto alla sua XXXIV edizione, è uno dei contesti più significativi per osservare da vicino l’evoluzione del comparto vitivinicolo italiano e internazionale. Non è soltanto una rassegna dedicata al vino, ma uno spazio imprenditoriale e culturale, un laboratorio di idee e un punto d’incontro tra imprese, ricercatori, operatori del settore e territori. Come Confederazione Nazionale Artigiani e Piccoli Imprenditori (Co.N.A.P.I.) e come Centro Studi e Ricerche abbiamo colto questa opportunità per dialogare con numerose aziende, raccogliere esperienze e confrontarci sui cambiamenti in atto. Considero il Festival di Merano un momento di confronto prezioso e di studio sul campo: un’occasione per osservare direttamente la realtà produttiva e verificare, attraverso il contatto umano, i risultati emersi dalla nostra indagine nazionale con l’obbiettivo di leggere i tempi e accompagnare le imprese.
Il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale ha recentemente pubblicato il Rapporto sulla “Viticoltura sostenibile ed enoturismo”. Qual è l’obiettivo di questo lavoro? Il Rapporto nasce con l’intento di offrire una fotografia aggiornata e scientificamente fondata del settore vitivinicolo, analizzando i temi della sostenibilità, dell’innovazione, dell’enoturismo e della formazione professionale. Come abbiamo detto altre volte, è il risultato di un’indagine nazionale condotta su un campione rappresentativo di micro e piccole imprese provenienti da tutte le regioni italiane.

L’obiettivo è duplice: da un lato evidenziare le criticità strutturali del comparto; dall’altro valorizzare le potenzialità di crescita legate a un modello d’impresa sostenibile e circolare, capace di unire competitività, cultura e dimensione sociale del lavoro. Per leggere il Rapporto, vi invito a consultare il nostro sito ufficiale: http://www.conapinazionale.it . Durante il Festival avete incontrato aziende che avevano partecipato alla vostra indagine dello scorso anno? Che riscontro avete ricevuto? Si, è stato stimolante anche perché l’incontro e il riscontro con le aziende è stato molto positivo. Molte imprese presenti al Merano Wine Festival avevano già aderito al nostro questionario e si sono riconosciute nei risultati emersi. Diversi imprenditori, infatti, ci hanno raccontato come, in un solo anno, l’enoturismo sia diventato una componente essenziale delle loro strategie aziendali. Se nel 2024 poco più della metà delle aziende dichiarava di offrire servizi di accoglienza, oggi oltre il 90% pratica forme strutturate di enoturismo. È un segnale chiaro di evoluzione culturale, maturità imprenditoriale e capacità di interpretare i nuovi orientamenti del mercato.
L’enoturismo è quindi una leva strategica per la competitività del settore? Senza dubbio. Come abbiamo rilevato nel Rapporto, l’Enoturismo rappresenta una delle espressioni più efficaci di economia circolare, perché genera valore non solo economico, ma anche sociale e culturale. Consente alle imprese di raccontare la propria storia, valorizzare i territori e proporre esperienze autentiche che coinvolgono comunità, visitatori e produttori. In questa prospettiva, il vino diventa linguaggio identitario e strumento di connessione tra persone, luoghi e culture. È inoltre un elemento decisivo per la vitalità delle aree rurali del Paese, spesso motori silenziosi di sviluppo locale che talvolta rischiano di spopolarsi.

Nel Rapporto il tema dell’economia circolare è centrale. In che modo si declina nel comparto vitivinicolo? L’economia circolare è la chiave per coniugare sostenibilità, innovazione e competitività. Significa ridurre gli sprechi, valorizzare le risorse locali, promuovere l’uso di energie rinnovabili e rafforzare le sinergie tra imprese agricole, artigiane, turistiche e culturali, in collaborazione con le autonomie locali, queste ultime ritenute fondamentali in un sistema di sviluppo circolare. Così, l’azienda vitivinicola non è più soltanto produttrice di vino, ma diventa parte di un sistema territoriale integrato, capace di generare benessere diffuso e coesione sociale. È questo il modello d’impresa che, come Centro Studi, consideriamo strategico per il futuro del Made in Italy.
Quale messaggio desidera lasciare ai lettori e agli operatori del settore? La forza della viticoltura italiana risiede nella capacità di innovare restando fedele alle proprie radici. Il Merano Wine Festival ci ricorda che il futuro del vino nasce dal dialogo tra tradizione, ricerca, innovazione e impresa. Come Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale continueremo a sostenere le aziende in questo percorso, promuovendo una visione d’impresa umana, sostenibile e circolare, in cui la crescita economica proceda di pari passo con la valorizzazione delle persone e dei territori.

GIOVANI TALENTI COME MOTORE DELL’ECONOMIA: IL CASO ANTONIO SALVATORE


Ogni giorno si mette in evidenza il valore dei giovani come risorsa strategica per la crescita economica e gli esempi concreti come Antonio Salvatore che trasforma creatività e radici culturali in impresa e innovazione.

Il mondo del lavoro, in continua evoluzione e sempre più competitivo, è costantemente alla ricerca di nuove energie e prospettive fresche. In questo scenario dinamico, i giovani talenti rappresentano una risorsa fondamentale e un motore di innovazione insostituibile. Le aziende guardano con crescente interesse a queste nuove generazioni, non solo per le loro competenze digitali native e la familiarità con le nuove tecnologie, ma anche per la loro creatività, la capacità di pensiero critico e l’approccio orientato alla sostenibilità e all’inclusione.
Investire sui giovani talenti non è solo una scelta etica, ma una strategia lungimirante che garantisce vitalità, adattabilità e crescita futura alle organizzazioni. Riconoscere e valorizzare queste nuove leve significa dar voce a chi, con passione e idee innovative, è pronto a scrivere il futuro del settore. Il quotidiano Il Mattino ha saputo riconoscere un talento giovanile e di lui scrive: Antonio Salvatore da Carife a Milano: la moda come resistenza e memoria giovani irpini che si fanno strada. Antonio Salvatore, giovane creativo originario di Carife, ha scelto di raccontare la sua terra attraverso la moda, trasformando il tessuto in narrazione e il design in atto politico. Dopo aver completato gli studi in Fashion Design presso l’Accademia IUAD di Napoli, con specializzazione in Business & Management, ha intrapreso un percorso professionale che lo ha portato a lavorare come assistente sviluppo prodotto pelletteria presso Demiurgo, brand di Solofra noto per la sua produzione artigianale in pelle.

La sua prima collezione, “Fate Presto”, presentata a Base Milano durante Fashion Graduate Italia, è un omaggio al brigantaggio postunitario, reinterpretato come simbolo di resistenza e identità. Antonio ha voluto riscrivere una narrazione storica deformata, restituendo dignità a figure marginalizzate dalla Storia ufficiale. Il brigante, nella sua visione, non è un fuorilegge ma un ribelle consapevole, un difensore di valori e radici. I suoi capi sono il risultato di una ricerca profonda sui materiali e sulle simbologie: denim giapponese cimosato, lana gessata vintage, lino irlandese e pelli provenienti da scarti di maison di lusso come Miu Miu. Ogni tessuto è scelto per evocare povertà e nobiltà, terra e rito, in un equilibrio che parla di autenticità. La sfilata ha coinvolto i migliori studenti delle accademie italiane e internazionali, in un’atmosfera sospesa tra realtà e memoria. Il progetto ha ricevuto il patrocinio del Comune di Milano e il sostegno della Regione Lombardia, con il contributo di partner istituzionali come Confindustria Moda, Lineapelle, Pitti Immagine, CNA Federmoda e Unicredit. Antonio ha dimostrato che la moda può essere strumento di riflessione, mezzo per dare voce a chi è stato silenziato, ponte tra passato e presente. Il suo lavoro è radicato nell’Irpinia, ma guarda al mondo con uno sguardo critico e poetico. In un panorama spesso dominato da tendenze effimere, la sua visione si distingue per profondità e coerenza. Antonio Salvatore è uno dei volti nuovi della moda italiana, capace di coniugare estetica e contenuto, stile e memoria. Il suo percorso è solo all’inizio, ma già promette di lasciare un segno duraturo. Con “Fate Presto” ha acceso un faro sulla sua terra, trasformando il passato in ispirazione e il presente in azione. La sua voce creativa è forte, autentica, necessaria.

LO PSICOLOGO AZIENDALE: UNA RISORSA DA VALUTARE


La presenza di uno psicologo in azienda può garantire salute individuale e organizzativa

Stress, burnout, difficoltà relazionali, calo della motivazione e disallineamento tra valori personali e aziendali: parole forse complesse eppure semplicemente alla base della tenuta, o meno, di un’azienda.
Si tratta infatti di alcune delle problematiche che possono compromettere la salute organizzativa e la produttività di un’impresa, minandone la sopravvivenza stessa.
E, in virtù di questo, poter contare su una figura che si occupi del benessere psicologico dei lavoratori può essere non solo utile ma addirittura strategica.

Negli appuntamenti settimanali di questa rubrica abbiamo parlato soprattutto di competenze da sviluppare e formare, ma oggi ci dedichiamo a una figura, diversa da quella del formatore, che può comunque svolgere un ruolo di primaria importanza sul posto di lavoro: lo psicologo aziendale.

Lo psicologo aziendale è un professionista laureato in psicologia con una specializzazione in psicologia del lavoro e delle organizzazioni che, a differenza dello psicologo clinico che si occupa prevalentemente del disagio individuale in ambito privato o sanitario, opera all’interno (o in collaborazione con) le imprese, con l’obiettivo di promuovere il benessere psicologico, migliorare le dinamiche relazionali e supportare lo sviluppo organizzativo.

Il suo intervento può essere a carattere individuale, ossia a supporto di dipendenti e manager per affrontare stress, ansia, difficoltà relazionali, gestione del tempo e del carico di lavoro, o di gruppo, e quindi a vantaggio del team building, della gestione dei conflitti, dello sviluppo della comunicazione efficace e della collaborazione. La sua azione può avere, poi, carattere organizzativo e quindi tradursi in un lavoro di analisi del clima aziendale, come nella promozione della cultura del benessere e della sostenibilità psicosociale.

Le attività dello psicologo aziendale

Nel concreto, uno psicologo aziendale può fattivamente occuparsi dell’analisi del clima organizzativo attraverso questionari, interviste e focus group, così da individuare punti di forza e criticità del contesto lavorativo. Attraverso un’attività di formazione e sviluppo, può anche progettare e condurre percorsi formativi su soft skills, leadership, gestione dello stress, intelligenza emotiva e comunicazione assertiva. Chiaramente può offrire sportelli di ascolto per i dipendenti, in presenza o online, in forma riservata e volontaria, e dedicarsi alla gestione dei cambiamenti, accompagnando l’azienda nei processi di trasformazione (digitalizzazione, riorganizzazione, smart working). La sua presenza, inoltre, assicura un’ottima prevenzione del rischio psicosociale in azienda, soprattutto se in collaborazione con le risorse umane per individuare e mitigare i fattori di rischio legati a stress lavoro-correlato, mobbing, burnout.

Certamente la presenza di uno psicologo aziendare sul luogo di lavoro rappresenta un costo ma, ancor più certamente, comporta benefici documentati:

  • Aumento della produttività: lavoratori più sereni e motivati sono anche più efficienti, creativi e proattivi.
  • Riduzione dell’assenteismo e del turnover: il benessere psicologico riduce le assenze per malattia e la fuga dei talenti.
  • Miglioramento del clima aziendale: relazioni più sane e comunicazione più efficace favoriscono la coesione e la collaborazione.
  • Prevenzione dei conflitti e delle crisi: l’intervento precoce evita escalation dannose e costose.
  • Employer branding: un’azienda che si prende cura delle persone attrae e fidelizza i migliori professionisti.
    Oltre alla presenza dello psicologo, è fondamentale diffondere una cultura della salute mentale e della consapevolezza psicologica. La formazione su questi temi, infatti, è uno strumento potente per sensibilizzare, responsabilizzare e prevenire promuovendo comportamenti salutari e strategie di coping efficaci prima che il disagio diventi patologia.

Psicologo interno o consulente esterno?

Non tutte le aziende, però, possono o vogliono inserire uno psicologo nel proprio organico. Tuttavia, esistono diverse modalità di collaborazione come la consulenza periodica, in cui lo psicologo interviene su progetti specifici o in momenti critici; lo sportello di ascolto temporaneo, attivabile in occasione di eventi stressanti (es. ristrutturazioni, emergenze); le attività di formazione e coaching, con percorsi su misura per manager, HR e team; e infine la partnership continuativa per le aziende che vogliono integrare stabilmente la dimensione psicologica nella propria governance.

Negli ultimi anni, anche grazie alla pandemia, la consapevolezza dell’importanza della salute mentale sul lavoro è cresciuta. Sempre più aziende, anche in Italia, stanno investendo in programmi di wellbeing, supporto psicologico e formazione emotiva. Lo psicologo aziendale non è più visto come “l’ultima spiaggia” per gestire le crisi, ma come un partner strategico per costruire ambienti di lavoro più umani, sostenibili e performanti.