LA NUOVA CULTURA DELLA SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO


Il panorama della sicurezza sul lavoro in Italia sta attraversando una profonda evoluzione strutturale e culturale che sposta definitivamente il baricentro dall’adempimento burocratico alla tutela globale della persona.

La salute nei luoghi di lavoro non si riduce più alla sola assenza di infortuni fisici o al rispetto formale di parametri tecnici industriali, ma si riconnette alla sua definizione più nobile, sancita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intesa come il mantenimento e la promozione di un equilibrio dinamico biologico, psicologico e sociale del lavoratore. Questa transizione etica e normativa si riflette in modo sinergico sulla gestione del tempo di lavoro, sull’ampliamento della prevenzione medica e sulle risposte organizzative necessarie per governare la fluidità dei moderni modelli professionali.

Il primo pilastro di questo cambiamento riguarda il riconoscimento del valore del tempo dedicato alla salute. Il principio secondo cui la sorveglianza sanitaria debba realizzarsi durante l’orario di lavoro, storicamente radicato nell’articolo 18 del Decreto Legge 81/08, è stato blindato in modo definitivo dal recente Decreto Sicurezza, che ha eliminato ogni zona d’ombra interpretativa per evitare condotte elusive o abusi. Di conseguenza, tutte le visite mediche obbligatorie, comprese quelle preventive, periodiche, per cambio mansione o prima del rientro da un’assenza per motivi di salute superiore a sessanta giorni, costituiscono a tutti gli effetti tempo di lavoro effettivo.

L’unica linea di demarcazione netta è tracciata per la visita pre-assuntiva effettuata prima della stipula del contratto, in cui l’assenza di un vincolo o di un turno attivo esclude il diritto alla retribuzione oraria, fermo restando che il costo della prestazione medica e degli accertamenti diagnostici deve rimanere totalmente a carico del futuro datore di lavoro.

Se la gestione del tempo sancisce la tutela del dipendente, la vera svolta culturale si realizza nell’estensione della missione del Medico Competente attraverso l’introduzione della prevenzione oncologica su base volontaria. Superando la visione tradizionale limitata al solo monitoraggio dei fattori di rischio esogeni e industriali, come l’esposizione ad amianto o agenti chimici cancerogeni, il medico aziendale si trasforma in un avamposto strategico della sanità pubblica sul territorio, capace di intercettare la popolazione attiva nei luoghi dove trascorre la maggior parte della propria giornata. Questa collaborazione si articola attraverso campagne di screening interno per esami non invasivi nei locali aziendali in sinergia con le ASL e il Terzo Settore, mediante la promozione di stili di vita sani che contrastano i fattori di rischio modificabili intervenendo sulla sedentarietà e sulle opzioni alimentari delle mense, e infine tramite una consulenza personalizzata che integra le visite obbligatorie con uno spazio orientativo basato sull’età, sul genere e sulla familiarità genetica del lavoratore.

Questo approccio integrato alla persona diventa indispensabile di fronte alla flessibilità dei modelli organizzativi. La conversione in legge del Decreto Legge 159 risponde proprio alla necessità di governare gli effetti collaterali dello smart working, che rischia di erodere i confini fisici e temporali tra vita professionale e privata, favorendo rischi emergenti e nuove patologie stress-correlate.

Per questo motivo, le aziende sono oggi tenute a configurare il lavoro agile come un ambiente a rischio specifico, aggiornando il Documento di Valutazione dei Rischi in collaborazione con l’RSPP e il Medico Competente per integrare i rischi ergonomici legati alle postazioni domestiche non standardizzate e i pericoli psicosociali, tra cui spiccano il tecnostress da sovraccarico informativo, l’isolamento sociale e il senso di reperibilità permanente.

A tutela del lavoratore viene quindi esplicitamente normato un diritto alla disconnessione reale all’interno degli accordi individuali e contrattuali, che garantisce la facoltà di non rispondere a comunicazioni fuori dall’orario pattuito senza subire sanzioni disciplinari o pregiudizi professionali. Parallelamente, l’impresa ha l’obbligo di erogare percorsi di formazione e sensibilizzazione mirati a due target aziendali distinti, istruendo i lavoratori sull’autogestione del tempo e sull’allestimento ergonomico della postazione di casa, e guidando i manager verso una transizione culturale incentrata sulla leadership per obiettivi e risultati, abbandonando i vecchi schemi basati sul controllo visivo diretto e sulla pretesa di una costante presenza online. La sfida del futuro per le imprese risiede proprio nella capacità di governare questa complessità, trasformando la conformità normativa in un investimento strategico sul capitale umano, unico vero garante della sostenibilità, dell’attrattività e della resilienza dell’intero sistema produttivo.

GIOVANI E IMPRENDITORIALITÀ: ROMA DIVENTA CAPITALE DEL NUOVO ECOSISTEMA INNOVATIVO


Roma sta vivendo una stagione di trasformazione che la sta portando a diventare uno dei principali poli italiani per l’imprenditorialità giovanile, un ruolo che fino a pochi anni fa sembrava appannaggio quasi esclusivo di Milano e delle grandi città del Nord.

La capitale sta invece consolidando un ecosistema fatto di incubatori, spazi di coworking, programmi di accelerazione, investimenti pubblici e privati, iniziative universitarie e reti associative che stanno attirando un numero crescente di giovani pronti a mettersi in gioco con idee, competenze e progetti innovativi. Il fermento nasce da una combinazione di fattori: la presenza di un vasto bacino universitario, la crescita delle imprese creative e digitali, l’arrivo di fondi dedicati alle startup e una nuova attenzione istituzionale verso le politiche giovanili. In questo contesto, Roma sta diventando un laboratorio aperto dove i giovani possono sperimentare modelli di impresa che uniscono tecnologia, cultura, sostenibilità e servizi avanzati, generando un impatto che va oltre il semplice avvio di nuove attività economiche. La città si sta affermando come un punto di riferimento per chi vuole costruire percorsi imprenditoriali legati all’innovazione sociale, alla rigenerazione urbana, alla transizione ecologica e alla valorizzazione del patrimonio culturale, settori in cui la creatività giovanile trova terreno fertile.

Le iniziative pubbliche stanno contribuendo a rafforzare questo processo: bandi dedicati, incentivi per l’autoimprenditorialità, programmi di formazione e percorsi di accompagnamento stanno creando un ambiente più favorevole alla nascita e alla crescita di nuove imprese. Allo stesso tempo, il settore privato sta investendo in spazi e servizi che facilitano l’incontro tra idee e capitali, mentre le università stanno potenziando i loro centri di innovazione per trasformare la ricerca in opportunità concrete. Roma diventa così un luogo in cui i giovani non solo trovano strumenti e supporto, ma anche una comunità dinamica e collaborativa che favorisce la condivisione di competenze e la nascita di reti professionali solide. La capitale si propone come un ecosistema in cui l’imprenditorialità giovanile non è un fenomeno isolato, ma un elemento strutturale della crescita economica e culturale della città, capace di generare valore, occupazione e nuove prospettive per un’intera generazione.


GIOVANI E IMPRENDITORIALITÀ: ROMA DIVENTA CAPITALE DEL NUOVO ECOSISTEMA INNOVATIVO


Roma sta vivendo una stagione di trasformazione che la sta portando a diventare uno dei principali poli italiani per l’imprenditorialità giovanile, un ruolo che fino a pochi anni fa sembrava appannaggio quasi esclusivo di Milano e delle grandi città del Nord.

La capitale sta invece consolidando un ecosistema fatto di incubatori, spazi di coworking, programmi di accelerazione, investimenti pubblici e privati, iniziative universitarie e reti associative che stanno attirando un numero crescente di giovani pronti a mettersi in gioco con idee, competenze e progetti innovativi. Il fermento nasce da una combinazione di fattori: la presenza di un vasto bacino universitario, la crescita delle imprese creative e digitali, l’arrivo di fondi dedicati alle startup e una nuova attenzione istituzionale verso le politiche giovanili. In questo contesto, Roma sta diventando un laboratorio aperto dove i giovani possono sperimentare modelli di impresa che uniscono tecnologia, cultura, sostenibilità e servizi avanzati, generando un impatto che va oltre il semplice avvio di nuove attività economiche. La città si sta affermando come un punto di riferimento per chi vuole costruire percorsi imprenditoriali legati all’innovazione sociale, alla rigenerazione urbana, alla transizione ecologica e alla valorizzazione del patrimonio culturale, settori in cui la creatività giovanile trova terreno fertile.

Le iniziative pubbliche stanno contribuendo a rafforzare questo processo: bandi dedicati, incentivi per l’autoimprenditorialità, programmi di formazione e percorsi di accompagnamento stanno creando un ambiente più favorevole alla nascita e alla crescita di nuove imprese. Allo stesso tempo, il settore privato sta investendo in spazi e servizi che facilitano l’incontro tra idee e capitali, mentre le università stanno potenziando i loro centri di innovazione per trasformare la ricerca in opportunità concrete. Roma diventa così un luogo in cui i giovani non solo trovano strumenti e supporto, ma anche una comunità dinamica e collaborativa che favorisce la condivisione di competenze e la nascita di reti professionali solide. La capitale si propone come un ecosistema in cui l’imprenditorialità giovanile non è un fenomeno isolato, ma un elemento strutturale della crescita economica e culturale della città, capace di generare valore, occupazione e nuove prospettive per un’intera generazione.


E.LAV. E LA BILATERALITÀ DI PROSSIMITÀ. LA RETE CHE RENDE LA BILATERALITÀ VICINA, ACCESSIBILE E UTILE NELLA VITA QUOTIDIANA DEL LAVORO


La bilateralità, nel nostro ordinamento, non è un formalismo previsto dalla contrattazione collettiva perché richiesto dalle Parti sociali. È, al contrario, un modo concreto di prendersi cura del lavoro umano: un luogo in cui imprese e lavoratori mettono in comune responsabilità, risorse e visione, per costruire tutele e servizi.

Un ente bilaterale nasce proprio da questa scelta. Non è un soggetto neutro che amministra risorse economiche, ma la casa organizzata di un patto bilaterale nella capacità di trasformare ciò che il contratto collettivo prevede come onere economico in welfare, formazione, sicurezza, benessere, sostegno alla persona e alla vita quotidiana dell’impresa. Dentro questa logica si colloca l’Ente Bilaterale dei Lavoratori E.LAV., che sceglie di interpretare la bilateralità non come adempimento, ma come relazione reale tra chi produce lavoro e chi lo realizza ogni giorno. E.LAV. è pensato come partner. C’è una struttura nazionale che garantisce regole chiare e servizi centrali, con l’obiettivo di gestire correttamente i rapporti di lavoro. E c’è poi una rete di coordinamenti territoriali e di Sportelli del Lavoro che porta tutto questo vicino alle persone: luoghi fisici, volti, relazioni, qualcuno che ascolta e accompagna, che aiuta il consulente del lavoro a dare risposte pratiche a imprese e lavoratori anche nei passaggi più delicati. Il criterio di prossimità è, in questo senso, il cuore del progetto di E.LAV. Prossimità significa esserci quando un’impresa si interroga su come organizzare sicurezza e formazione, ma anche quando un lavoratore ha bisogno di una tutela sanitaria, di un orientamento, di un sostegno in un momento di difficoltà.

Vuol dire che le risorse previste dalla contrattazione collettiva non restano una voce di costo, ma rientrano nel sistema della bilateralità come servizi di welfare territoriale, percorsi di benessere nei luoghi di lavoro, strumenti di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, con un’attenzione particolare ai giovani, alle donne e alle situazioni più fragili. Per l’impresa, aderire a un ente bilaterale significa smettere di vivere la bilateralità come un peso inevitabile e iniziare a usarla come leva di qualità: più ordine gestionale, più cura delle persone, più credibilità verso clienti e comunità. Per il lavoratore, significa sapere che dietro il proprio contratto c’è una rete che lavora affinché benessere, welfare, salute, competenze e tutele diventino opportunità reali e facilmente accessibili. Per il consulente del lavoro e per lo studio professionale, un ente bilaterale come E.LAV. è un alleato quotidiano: consente di affiancare agli adempimenti servizi di valore, aprire Sportelli sul territorio, co‑progettare soluzioni con le aziende assistite e contribuire alla crescita del territorio. In questa prospettiva gli enti bilaterali rappresentano una scelta di campo a favore di una bilateralità concreta e vicina, capace di tenere insieme dignità del lavoro, competitività dell’impresa e sviluppo dei territori.

LA FORMAZIONE NELL’APPRENDISTATO PROFESSIONALIZZANTE: DURATA E CONTENUTI


Il percorso formativo costituisce un elemento essenziale del contratto di apprendistato professionalizzante ed è rivolto all’acquisizione delle competenze di base, trasversali e tecnico professionali funzionali alla qualifica di “approdo” cui è destinato l’apprendista nel contratto di lavoro.

La figura di riferimento dell’apprendista è il tutor aziendale, indicata nel piano formativo e che deve essere una persona, interna o esterna alla struttura, che sia in possesso di specifica qualificazione professionale e di competenze adeguate al percorso professionalizzante indicato.

La durata del periodo formativo si differenzia sulla base del titolo di studio posseduto dall’apprendista al momento dell’assunzione e può essere riassunta come segue: a) 120 ore per gli apprendisti privi di titolo di studio, ovvero in possesso di licenza elementare o di licenza media; b) 80 ore per gli apprendisti in possesso di diploma di scuola secondaria di II grado o di qualifica o diploma di istruzione e formazione professionale; c) 40 ore per gli apprendisti in possesso di laurea o titolo equivalente.

Le attività formative che vengono svolte presso più datori di lavoro, oppure presso gli Enti di formazione o presso gli Enti Bilaterali, si cumulano ai fini dell’assolvimento degli obblighi formativi. Il datore di lavoro può altresì anticipare in tutto o in parte le ore di formazione previste per gli anni successivi.

L’offerta formativa viene distinta tra formazione di base e trasversale, disciplinata dalle leggi regionali, e formazione tecnico-professionale e specialistica, disciplinata invece dai contratti collettivi nazionali di riferimento.

Le attività formative a carattere trasversale di base dovranno essere effettuate, come detto, in coerenza con le previsioni normative regionali e che vengono di norma definite in cinque ambiti specifici, ovvero: a) accoglienza, valutazione del livello di ingresso e definizione del patto formativo; b) competenze relazionali; c) organizzazione ed economia; d) disciplina del rapporto di lavoro ed e) sicurezza sul lavoro.

Le attività formative specifiche per la mansione da conseguire sono indirizzate, come detto, all’acquisizione delle distinte competenze tecnico-professionali del lavoratore e vengono individuate dai CCNL e dagli accordi interconfederali. In via esemplificativa, le stesse possono essere definite sulla base dei seguenti obiettivi formativi: a) conoscenza dei prodotti e dei servizi di settore e contesto aziendale; b) conoscenza e applicazione delle basi tecniche e scientifiche della professionalità; c) conoscenza delle tecniche e metodi di lavoro; d) conoscenza ed utilizzo degli strumenti e delle tecnologie di lavoro; e) conoscenza ed utilizzo delle misure di sicurezza individuale e di tutela ambientale ed f) conoscenza delle innovazioni di prodotto, di processo e di contesto.

LA LIBERTÀ DI SCEGLIERE HA IL SAPORE DEL NEGOZIO SOTTO CASA


Un confronto tra due cocomeri diventa il punto di partenza per riflettere sul valore del commercio di prossimità e sulla qualità delle scelte quotidiane.

Due cocomeri acquistati nello stesso giorno, due esperienze completamente diverse. Uno comprato in un supermercato della grande distribuzione, l’altro presso un fruttivendolo locale. Il risultato? Una differenza evidente di qualità, freschezza e sapore, nettamente a favore del commercio di prossimità.
Potrebbe sembrare un semplice episodio di vita quotidiana, ma in realtà offre uno spunto di riflessione molto più ampio sul nostro modo di consumare e sul ruolo che svolgono le piccole attività commerciali nelle nostre comunità.
Quando entriamo in un negozio tradizionale, non acquistiamo soltanto un prodotto. Troviamo competenza, esperienza e un rapporto diretto con chi ogni giorno seleziona personalmente la merce da offrire ai clienti.
Il fruttivendolo, il macellaio, il panettiere e gli altri commercianti di prossimità mettono la propria reputazione in ciò che vendono.
La qualità del prodotto è spesso il risultato di una scelta accurata e consapevole.
Nella grande distribuzione organizzata, invece, i prodotti arrivano al consumatore attraverso processi standardizzati e centralizzati. Le decisioni sugli assortimenti, sui fornitori e sulle caratteristiche della merce vengono prese lontano dai territori e dalle esigenze specifiche delle comunità locali.

Il consumatore può scegliere tra ciò che trova sugli scaffali, ma raramente partecipa davvero alla selezione dell’offerta.
La differenza non riguarda soltanto il sapore di un cocomero. Riguarda un modello economico e sociale. Ogni acquisto effettuato presso un’attività locale contribuisce a sostenere piccole imprese, famiglie, artigiani e commercianti che investono nel territorio, creano occupazione e mantengono vivi i centri urbani e i quartieri.
Difendere il commercio di prossimità significa anche difendere la libertà di scelta dei consumatori. Significa preservare la possibilità di trovare prodotti diversi, selezionati con cura e spesso legati alle produzioni locali e stagionali. Significa valorizzare il rapporto umano e la fiducia reciproca tra chi vende e chi acquista.
In un’epoca in cui tutto tende ad uniformarsi, il negozio sotto casa continua a rappresentare un presidio di qualità, identità e libertà. E a volte basta il sapore di un semplice cocomero per ricordarcelo.
Sostenere i venditori locali non è soltanto una scelta economica. È una scelta di qualità, di consapevolezza e di futuro per le nostre comunità.

BENEFICI ECONOMICI E VALORE SOCIALE DI PARRUCCHIERI ED ESTETISTI


Le figure dei parrucchieri e degli estetisti rappresentano oggi un settore economico solido e in continua crescita, capace di generare valore, occupazione e innovazione all’interno delle comunità locali.

Ogni salone e ogni centro estetico è una microimpresa che investe in formazione, attrezzature professionali, prodotti di qualità e aggiornamento costante, alimentando un indotto che coinvolge aziende cosmetiche, scuole specializzate, fornitori di tecnologie e servizi collegati. La loro attività contribuisce alla vitalità dei centri urbani, sostiene il commercio di prossimità e crea un’economia circolare basata sulla relazione diretta con i clienti, sulla fidelizzazione e sulla qualità del servizio. Accanto ai professionisti affermati cresce una nuova generazione di giovani che vede in questo settore un’opportunità concreta di realizzazione professionale e imprenditoriale.

Portano competenze digitali, nuove tecniche, attenzione alla sostenibilità e una visione moderna della bellezza, rendendo il comparto più competitivo e capace di rispondere alle evoluzioni del mercato. L’incontro tra esperienza e innovazione crea un ecosistema produttivo dinamico, in cui la creatività si traduce in valore economico e la cura della persona diventa un motore di sviluppo locale. In questo equilibrio virtuoso, parrucchieri ed estetisti confermano il loro ruolo non solo come professionisti della bellezza, ma come protagonisti di un’economia che cresce attraverso competenza, relazione e capacità di interpretare il cambiamento.

I GIOVANI SONO DEFINITI LE NUOVE TERRE RARE, RISORSE STRATEGICHE PER LA CREAZIONE DI NUOVE IMPRESE, MA SERVE FORMAZIONE MIRATA


I giovani preziosi per il futuro.


Nel dibattito economico contemporaneo i giovani vengono sempre più spesso descritti come le nuove terre rare, una metafora che restituisce con precisione il loro valore strategico in un mercato del lavoro attraversato da trasformazioni profonde e da una crescente domanda di competenze avanzate. Come le terre rare, fondamentali per la tecnologia e difficili da reperire, anche i giovani rappresentano una risorsa preziosa ma non automaticamente disponibile: la loro presenza non basta, occorre che siano formati, accompagnati e messi nelle condizioni di trasformare il proprio potenziale in iniziativa imprenditoriale concreta. La capacità di creare nuove imprese, infatti, non dipende solo dall’intuizione o dalla creatività, ma da un insieme di competenze tecniche, digitali, gestionali e relazionali che richiedono percorsi formativi mirati e continui.

In Italia, dove il divario tra domanda e offerta di competenze resta elevato, la mancanza di formazione adeguata rischia di trasformare questa risorsa in un’occasione mancata, con giovani talenti che faticano a inserirsi nei settori più dinamici o a dare vita a progetti innovativi. La nuova imprenditorialità giovanile nasce invece dall’incontro tra conoscenze solide, ecosistemi favorevoli e opportunità di sperimentazione: incubatori, acceleratori, spazi di coworking, programmi universitari e politiche pubbliche devono convergere per creare un ambiente in cui le idee possano diventare imprese e le imprese possano crescere. La formazione mirata diventa così il vero fattore abilitante, capace di trasformare una generazione in motore di sviluppo, innovazione e competitività. Senza un investimento strutturale nelle competenze, il rischio è che i giovani restino una risorsa potenziale ma non pienamente utilizzata, mentre con percorsi formativi adeguati possono diventare protagonisti di una nuova stagione economica, contribuendo alla modernizzazione del Paese e alla costruzione di un tessuto imprenditoriale più dinamico, sostenibile e internazionale.


I GIOVANI SONO DEFINITI LE NUOVE TERRE RARE, RISORSE STRATEGICHE PER LA CREAZIONE DI NUOVE IMPRESE, MA SERVE FORMAZIONE MIRATA


I giovani preziosi per il futuro.


Nel dibattito economico contemporaneo i giovani vengono sempre più spesso descritti come le nuove terre rare, una metafora che restituisce con precisione il loro valore strategico in un mercato del lavoro attraversato da trasformazioni profonde e da una crescente domanda di competenze avanzate. Come le terre rare, fondamentali per la tecnologia e difficili da reperire, anche i giovani rappresentano una risorsa preziosa ma non automaticamente disponibile: la loro presenza non basta, occorre che siano formati, accompagnati e messi nelle condizioni di trasformare il proprio potenziale in iniziativa imprenditoriale concreta. La capacità di creare nuove imprese, infatti, non dipende solo dall’intuizione o dalla creatività, ma da un insieme di competenze tecniche, digitali, gestionali e relazionali che richiedono percorsi formativi mirati e continui.

In Italia, dove il divario tra domanda e offerta di competenze resta elevato, la mancanza di formazione adeguata rischia di trasformare questa risorsa in un’occasione mancata, con giovani talenti che faticano a inserirsi nei settori più dinamici o a dare vita a progetti innovativi. La nuova imprenditorialità giovanile nasce invece dall’incontro tra conoscenze solide, ecosistemi favorevoli e opportunità di sperimentazione: incubatori, acceleratori, spazi di coworking, programmi universitari e politiche pubbliche devono convergere per creare un ambiente in cui le idee possano diventare imprese e le imprese possano crescere. La formazione mirata diventa così il vero fattore abilitante, capace di trasformare una generazione in motore di sviluppo, innovazione e competitività. Senza un investimento strutturale nelle competenze, il rischio è che i giovani restino una risorsa potenziale ma non pienamente utilizzata, mentre con percorsi formativi adeguati possono diventare protagonisti di una nuova stagione economica, contribuendo alla modernizzazione del Paese e alla costruzione di un tessuto imprenditoriale più dinamico, sostenibile e internazionale.


BENEFICI E NUOVE OPPORTUNITÀ PER GLI IMPRENDITORI E PER LE GIOVANI GENERAZIONI


Competenze, innovazione e nuove generazioni al centro della trasformazione del sistema produttivo

Nel panorama economico attuale, segnato da trasformazioni rapide e da una crescente richiesta di competenze innovative, il ruolo degli imprenditori assume un valore strategico non solo per la crescita delle imprese, ma per l’intero tessuto sociale. Le iniziative orientate al beneficio aziendale rappresentano oggi un motore essenziale di sviluppo: favoriscono competitività, migliorano l’organizzazione interna, rafforzano il benessere dei lavoratori e creano un ambiente più dinamico e attrattivo. In questo scenario i giovani emergono come una risorsa decisiva, capaci di portare visione, creatività e nuove modalità di affrontare le sfide del mercato. La loro presenza nelle imprese non è soltanto un investimento sul futuro, ma un vantaggio immediato: introducono linguaggi digitali, sensibilità ambientali, capacità di adattamento e una naturale propensione all’innovazione.

L’incontro tra imprenditori esperti e nuove generazioni produce un equilibrio virtuoso, in cui l’esperienza si unisce alla spinta verso il cambiamento, generando modelli organizzativi più solidi, aperti e competitivi. Le politiche di welfare aziendale, i percorsi di formazione continua, gli incentivi all’autoimprenditorialità e le misure di sostegno all’innovazione contribuiscono a creare un ecosistema favorevole, in cui le imprese possono crescere e i giovani possono trovare spazio per esprimere il proprio talento. È in questa sinergia che si costruisce un’economia più moderna, inclusiva e capace di affrontare le sfide globali con strumenti nuovi e una visione condivisa.