Il percorso formativo costituisce un elemento essenziale del contratto di apprendistato professionalizzante ed è rivolto all’acquisizione delle competenze di base, trasversali e tecnico professionali funzionali alla qualifica di “approdo” cui è destinato l’apprendista nel contratto di lavoro.
La figura di riferimento dell’apprendista è il tutor aziendale, indicata nel piano formativo e che deve essere una persona, interna o esterna alla struttura, che sia in possesso di specifica qualificazione professionale e di competenze adeguate al percorso professionalizzante indicato.
La durata del periodo formativo si differenzia sulla base del titolo di studio posseduto dall’apprendista al momento dell’assunzione e può essere riassunta come segue: a) 120 ore per gli apprendisti privi di titolo di studio, ovvero in possesso di licenza elementare o di licenza media; b) 80 ore per gli apprendisti in possesso di diploma di scuola secondaria di II grado o di qualifica o diploma di istruzione e formazione professionale; c) 40 ore per gli apprendisti in possesso di laurea o titolo equivalente.
Le attività formative che vengono svolte presso più datori di lavoro, oppure presso gli Enti di formazione o presso gli Enti Bilaterali, si cumulano ai fini dell’assolvimento degli obblighi formativi. Il datore di lavoro può altresì anticipare in tutto o in parte le ore di formazione previste per gli anni successivi.
L’offerta formativa viene distinta tra formazione di base e trasversale, disciplinata dalle leggi regionali, e formazione tecnico-professionale e specialistica, disciplinata invece dai contratti collettivi nazionali di riferimento.
Le attività formative a carattere trasversale di base dovranno essere effettuate, come detto, in coerenza con le previsioni normative regionali e che vengono di norma definite in cinque ambiti specifici, ovvero: a) accoglienza, valutazione del livello di ingresso e definizione del patto formativo; b) competenze relazionali; c) organizzazione ed economia; d) disciplina del rapporto di lavoro ed e) sicurezza sul lavoro.
Le attività formative specifiche per la mansione da conseguire sono indirizzate, come detto, all’acquisizione delle distinte competenze tecnico-professionali del lavoratore e vengono individuate dai CCNL e dagli accordi interconfederali. In via esemplificativa, le stesse possono essere definite sulla base dei seguenti obiettivi formativi: a) conoscenza dei prodotti e dei servizi di settore e contesto aziendale; b) conoscenza e applicazione delle basi tecniche e scientifiche della professionalità; c) conoscenza delle tecniche e metodi di lavoro; d) conoscenza ed utilizzo degli strumenti e delle tecnologie di lavoro; e) conoscenza ed utilizzo delle misure di sicurezza individuale e di tutela ambientale ed f) conoscenza delle innovazioni di prodotto, di processo e di contesto.
Nel dibattito economico contemporaneo i giovani vengono sempre più spesso descritti come le nuove terre rare, una metafora che restituisce con precisione il loro valore strategico in un mercato del lavoro attraversato da trasformazioni profonde e da una crescente domanda di competenze avanzate. Come le terre rare, fondamentali per la tecnologia e difficili da reperire, anche i giovani rappresentano una risorsa preziosa ma non automaticamente disponibile: la loro presenza non basta, occorre che siano formati, accompagnati e messi nelle condizioni di trasformare il proprio potenziale in iniziativa imprenditoriale concreta. La capacità di creare nuove imprese, infatti, non dipende solo dall’intuizione o dalla creatività, ma da un insieme di competenze tecniche, digitali, gestionali e relazionali che richiedono percorsi formativi mirati e continui.
In Italia, dove il divario tra domanda e offerta di competenze resta elevato, la mancanza di formazione adeguata rischia di trasformare questa risorsa in un’occasione mancata, con giovani talenti che faticano a inserirsi nei settori più dinamici o a dare vita a progetti innovativi. La nuova imprenditorialità giovanile nasce invece dall’incontro tra conoscenze solide, ecosistemi favorevoli e opportunità di sperimentazione: incubatori, acceleratori, spazi di coworking, programmi universitari e politiche pubbliche devono convergere per creare un ambiente in cui le idee possano diventare imprese e le imprese possano crescere. La formazione mirata diventa così il vero fattore abilitante, capace di trasformare una generazione in motore di sviluppo, innovazione e competitività. Senza un investimento strutturale nelle competenze, il rischio è che i giovani restino una risorsa potenziale ma non pienamente utilizzata, mentre con percorsi formativi adeguati possono diventare protagonisti di una nuova stagione economica, contribuendo alla modernizzazione del Paese e alla costruzione di un tessuto imprenditoriale più dinamico, sostenibile e internazionale.
Nel dibattito economico contemporaneo i giovani vengono sempre più spesso descritti come le nuove terre rare, una metafora che restituisce con precisione il loro valore strategico in un mercato del lavoro attraversato da trasformazioni profonde e da una crescente domanda di competenze avanzate. Come le terre rare, fondamentali per la tecnologia e difficili da reperire, anche i giovani rappresentano una risorsa preziosa ma non automaticamente disponibile: la loro presenza non basta, occorre che siano formati, accompagnati e messi nelle condizioni di trasformare il proprio potenziale in iniziativa imprenditoriale concreta. La capacità di creare nuove imprese, infatti, non dipende solo dall’intuizione o dalla creatività, ma da un insieme di competenze tecniche, digitali, gestionali e relazionali che richiedono percorsi formativi mirati e continui.
In Italia, dove il divario tra domanda e offerta di competenze resta elevato, la mancanza di formazione adeguata rischia di trasformare questa risorsa in un’occasione mancata, con giovani talenti che faticano a inserirsi nei settori più dinamici o a dare vita a progetti innovativi. La nuova imprenditorialità giovanile nasce invece dall’incontro tra conoscenze solide, ecosistemi favorevoli e opportunità di sperimentazione: incubatori, acceleratori, spazi di coworking, programmi universitari e politiche pubbliche devono convergere per creare un ambiente in cui le idee possano diventare imprese e le imprese possano crescere. La formazione mirata diventa così il vero fattore abilitante, capace di trasformare una generazione in motore di sviluppo, innovazione e competitività. Senza un investimento strutturale nelle competenze, il rischio è che i giovani restino una risorsa potenziale ma non pienamente utilizzata, mentre con percorsi formativi adeguati possono diventare protagonisti di una nuova stagione economica, contribuendo alla modernizzazione del Paese e alla costruzione di un tessuto imprenditoriale più dinamico, sostenibile e internazionale.
Competenze, obblighi e responsabilità del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione
Figura obbligatoria per ogni organizzazione che impieghi almeno un lavoratore, il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) rappresenta uno dei cardini del modello italiano di tutela della salute e sicurezza sul lavoro delineato dal D.Lgs. 81/2008. La sua nomina costituisce un obbligo personale e non delegabile del Datore di Lavoro, chiamato a individuare un professionista dotato delle competenze necessarie per supportarlo nella valutazione dei rischi e nella progettazione dell’intero sistema prevenzionistico aziendale. Per accedere a questa funzione è richiesto un titolo di studio almeno pari al diploma di scuola secondaria superiore e il completamento del percorso formativo previsto dall’Accordo Stato‑Regioni, articolato nei tre moduli A, B e C. Il Modulo A, della durata di 28 ore, fornisce le basi normative e concettuali della prevenzione; il Modulo B, pari a 48 ore, approfondisce la valutazione dei rischi nei diversi comparti produttivi, con specifiche integrazioni per i settori ad alto rischio; il Modulo C, di 24 ore, è dedicato alle competenze relazionali, alla comunicazione interna e alla progettazione della formazione. A questo impianto si aggiunge l’obbligo di aggiornamento quinquennale di 40 ore, necessario per mantenere la validità del ruolo.
La scelta del Datore di Lavoro può orientarsi verso un RSPP interno o esterno. L’articolo 31 del Testo Unico impone la presenza di un RSPP interno nelle realtà industriali complesse o ad alto rischio, come le aziende con oltre 200 lavoratori, le centrali termoelettriche e gli impianti nucleari. In questi contesti la presenza quotidiana del professionista consente una conoscenza diretta dei processi e una tempestività di intervento difficilmente replicabile dall’esterno. L’RSPP esterno, invece, offre un punto di vista indipendente, non condizionato dalle dinamiche interne, e porta con sé un patrimonio di esperienze maturate in contesti differenti, spesso utile nelle realtà meno strutturate.
Dal punto di vista operativo, l’RSPP non dispone di poteri decisionali o di spesa, ma agisce come consulente tecnico fiduciario del Datore di Lavoro. È responsabile dell’individuazione dei fattori di rischio lungo l’intero ciclo produttivo, della progettazione delle misure di prevenzione e protezione e della redazione del Documento di Valutazione dei Rischi, distinguendo con precisione tra prevenzione, intesa come insieme di azioni volte a ridurre la probabilità del verificarsi di un evento dannoso, e protezione, che mira invece a limitarne le conseguenze attraverso barriere fisiche, impianti antincendio e dispositivi di protezione individuale. Nelle realtà più articolate l’RSPP coordina un vero e proprio servizio di prevenzione, avvalendosi degli Addetti al Servizio di Prevenzione e Protezione e collaborando con il Medico Competente e con il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.
Il profilo di responsabilità giuridica dell’RSPP è peculiare. Il D.Lgs. 81/2008 non prevede sanzioni amministrative o contravvenzionali a suo carico, poiché la responsabilità formale ricade su Datore di Lavoro e Dirigenti, unici titolari del potere di spesa. Tuttavia, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha consolidato il principio della responsabilità colposa dell’RSPP in caso di infortunio grave o mortale quando l’evento derivi da una consulenza errata, incompleta o negligente, come l’omessa valutazione di un rischio evidente o l’indicazione di misure di sicurezza manifestamente insufficienti. In tali circostanze il professionista può essere chiamato a rispondere, insieme al Datore di Lavoro, dei reati di lesioni colpose o omicidio colposo.
L’RSPP contemporaneo non è più un mero compilatore di documenti né un controllore burocratico, ma un vero e proprio manager della sicurezza, capace di integrare obblighi normativi, innovazione tecnologica e dinamiche organizzative. La sua funzione si colloca oggi al crocevia tra tutela della salute, efficienza produttiva e sostenibilità aziendale, contribuendo in modo determinante alla qualità complessiva dei processi e alla competitività dell’impresa.
Il progetto del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale sui fabbisogni di competenze: metodologia, obiettivi e come partecipare
C’è un paradosso strutturale che chiunque operi nel campo delle politiche attive del lavoro conosce molto bene: le aziende cercano professionalità che faticano a trovare, i lavoratori inseguono occupazioni che ancora non esistono, mentre il sistema formativo si “affatica” nel rincorrere un mercato del lavoro che muta più velocemente di qualsiasi catalogo corsi. Il mismatch tra le competenze offerte e quelle effettivamente domandate non è un’anomalia congiunturale: è una “frattura” che, nell’attuale fase di doppia transizione – digitale ed ecologica, senza trascurare l’impatto generazionale – ha raggiunto una soglia critica, richiedendo risposte sistemiche e fondate sull’evidenza.
Partendo da simili presupposti, con il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale abbiamo scelto di affrontare questa sfida con il metodo che più sentiamo nostro, quello della ricerca empirica. Non semplici sondaggi d’opinione, né mere raccolte di dati preesistenti, ma un’indagine strutturata e rigorosa, capace di produrre conoscenza orientativa per le imprese, gli enti di formazione e i decisori delle politiche attive del lavoro.
Come diciamo sempre, la mission del Centro Studi è produrre conoscenza che non resti confinata nel perimetro accademico, ma che si traduca in indicazioni pratiche e concrete per chi vive il lavoro ogni giorno.
Un progetto diviso in più momenti
Il progetto “Fabbisogni Aziendali e Formativi”, avviato nei mesi scorsi, si articola in almeno due fasi consequenziali. Dopo l’individuazione dei Partner formativi e istituzionali, questo mese di marzo segna l’avvio della fase di rilevazione vera e propria, attraverso una consultazione strutturata rivolta agli operatori del sistema formativo e consulenziale.
Il questionario “Formazione e fabbisogni aziendali in Italia: la prospettiva degli enti di formazione e delle società di consulenza”, che può essere consultato al seguente link https://questionario.conapinazionale.it/, si rivolge principalmente a enti di formazione, società di consulenza, professionisti delle politiche attive, agenzie per il lavoro e fondi interprofessionali. La seconda fase, partendo dalle evidenze raccolte, prevede invece l’elaborazione di un nuovo strumento di rilevazione con l’obiettivo di portare la ricerca direttamente nelle imprese, indagandone sfide e opportunità.
I risultati delle due fasi confluiranno in un Rapporto nazionale sui fabbisogni aziendali e formativi, un documento di sintesi che il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale renderà pubblicamente disponibile per chiunque voglia consultarlo.
La logica che guida l’intero percorso è ben precisa: prima di interrogare le imprese su ciò che manca, occorre comprendere cosa osservano ogni giorno coloro che le affiancano. Chi forma, chi orienta, chi accompagna le transizioni professionali possiede una conoscenza diretta e incarnata che nessuna fonte statistica riesce a restituire con la stessa profondità. Sono gli enti di formazione, i responsabili delle risorse umane, gli esperti delle politiche attivi, i formatori professionali e i consulenti i veri intermediari cognitivi del mercato del lavoro: la nostra indagine, infatti, vuole partire proprio da questa conoscenza privilegiata.
Il questionario: cosa indaga e come è costruito
Il questionario “Formazione e fabbisogni aziendali in Italia: la prospettiva degli enti di formazione e delle società di consulenza” è lo strumento operativo di questa prima fase. Il suo obiettivo è analizzare l’offerta formativa esistente e mappare i gap di competenze nel sistema produttivo, con l’ambizione di fornire basi empiriche solide per l’orientamento delle future politiche attive del lavoro.
Lo strumento di rilevazione è un questionario scientifico articolato in otto sezioni tematiche – sei delle quali costituiscono il nucleo analitico centrale – accessibile online sulla piattaforma del Centro Studi:https://questionario.conapinazionale.it/.
Le aree di indagine coprono, o quantomeno ci provano, l’intero spettro dell’agire formativo, dall’identità e dalle caratteristiche dell’ente fino alle prospettive e ai fabbisogni emergenti. Nello specifico, nel questionario si parla di:
Offerta e modalità di erogazione: volumi formativi, ripartizione tra presenza, FAD sincrona e asincrona, categorie di destinatari raggiunti, programmi attivi per target specifici (giovani NEET, lavoratori over 50, persone con disabilità, stranieri).
Contenuti e innovazione: copertura degli ambiti formativi emergenti – intelligenza artificiale, green economy, transizione digitale, soft skills – e stato di integrazione nei repertori correnti.
Relazione con il sistema produttivo e associativo-sindacale: intensità della collaborazione con le imprese, sinergia con associazioni di categorie ed enti bilaterali, modalità di rilevazione dei fabbisogni, esperienze di co-progettazione e academy di filiera.
Esiti occupazionali: tassi di inserimento lavorativo, sistemi di monitoraggio adottati, strategie di efficacia per l’occupazione giovanile.
Formazione finanziata e fondi interprofessionali: criticità nell’accesso, tempistiche, oneri di rendicontazione, proposta di digitalizzazione dei processi.
Fabbisogni emergenti e proposte di riforma: una sezione qualitativa aperta che raccoglie la visione prospettica degli operatori sui trend che il sistema ancora non intercetta.
Il risultato non sarà una semplice raccolta di percentuali, ma una lettura multidimensionale capace di restituire sfumature e priorità che i dati aggregati da soli non riescono a cogliere.
Perché partecipare: il valore strategico della ricerca
Partecipare a questa ricerca non è un atto di generosità verso il nostro Centro Studi, quanto piuttosto una scelta strategica per le politiche attive contemporanee. Gli operatori che contribuiranno con le proprie risposte otterranno accesso prioritario ai risultati, acquisendo un vantaggio concreto nella pianificazione della propria offerta formativa con un orizzonte di medio periodo.
Nel dettaglio, per essere più precisi, i partecipanti riceveranno:
Anticipazione dei trend. Il Rapporto di sintesi sarà reso disponibile sui canali ufficiali della Co.N.A.P.I. Nazionale e inviato a chiunque ne faccia richiesta, con una lettura strutturata dei fabbisogni emergenti prima che diventino evidenti al mercato.
Dati utili per la pianificazione formativa. Evidenze empiriche – non percezioni soggettive – su cui orientare la programmazione annuale dell’offerta formativa, riducendo il rischio di progettare percorsi su competenze già obsolete.
Riduzione del mismatch. Una fotografia reale della domanda delle imprese, aggregata per settore, territorio e dimensione organizzativa.
Riconoscimento istituzionale per chi è Partner. Gli enti Partner Formativi che hanno sottoscritto apposito protocollo d’intesa, infatti, saranno citati nel Rapporto Nazionale 2026 e nei materiali ufficiali della Co.N.A.P.I. Nazionale, con esplicito riconoscimento del contributo scientifico.
Come partecipare
Il questionario è accessibile liberamente al link indicato di seguito: https://questionario.conapinazionale.it/. La compilazione richiede circa quindici minuti, può essere interrotta e ripresa in un momento successivo, e prevede il trattamento dei dati in forma anonima e aggregata ai sensi del Reg. (UE) 2016/679.
Invitiamo a diffonderlo all’interno delle proprie reti professionali: ogni contributo aggiuntivo consolida la solidità statistica dell’analisi.
Inoltre, per chi condivide la visione che anima questo progetto, è ancora aperta la candidatura come Partner Formativo: un ruolo attivo nella costruzione della ricerca, con accesso preferenziale ai dati e partecipazione ai tavoli di restituzione. Per candidarsi basta scrivere a csr@conapinazionale.it indicando nell’oggetto “Richiesta Partnership Formativa”. In alternativa, invitiamo sempre a consultare la piattaforma digitale del progetto di ricerca: https://www.conapinazionale.it/centrostudi/index.html.
In definitiva, per concludere, partecipare al questionario “Formazione e fabbisogni aziendali in Italia: la prospettiva degli enti di formazione e delle società di consulenza”, vuol dire garantire che ogni lavoratore e ogni impresa possa contare sulle competenze necessarie per affrontare le sfide della contemporaneità. La risposta degli operatori del settore sarà la misura concreta della vitalità di un sistema produttivo – a cominciare proprio da quello dell’artigianato e della piccola impresa che con orgoglio come Co.N.A.P.I. nazionale rappresentiamo – che indica la spina dorsale produttiva del nostro Paese.
L’IA rende la formazione aziendale richiede competenze, responsabilità e controllo umano. Per il Presidente Minichiello è un’opportunità strategica solo se accompagnata da una formazione adeguata.
L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente la formazione nelle aziende. In passato i corsi erano spesso uguali per tutti, poco personalizzati e non sempre collegati alle reali necessità dei lavoratori. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, l’apprendimento può diventare più semplice, più utile e più vicino alle attività quotidiane. Uno dei cambiamenti più importanti riguarda la possibilità di creare percorsi su misura. I sistemi basati sull’intelligenza artificiale analizzano le attività svolte dalle persone, le competenze richieste dal loro ruolo e gli obiettivi dell’azienda. In questo modo propongono contenuti adatti a ciascuno, evitando lezioni troppo generiche o troppo difficili. Ogni lavoratore può imparare con i propri tempi, ricevendo spiegazioni e suggerimenti che rispondono davvero ai suoi bisogni. L’intelligenza artificiale aiuta anche chi si occupa di progettare e gestire la formazione. Può creare materiali, esercizi e simulazioni in poco tempo, permettendo ai formatori di dedicarsi alle attività più importanti: ascoltare le persone, chiarire i dubbi, guidarle e accompagnarle nel loro percorso di crescita. La tecnologia non sostituisce il formatore, ma lo sostiene e lo libera da compiti ripetitivi. Un aspetto fondamentale riguarda la sicurezza e la responsabilità. Le nuove norme europee richiedono che chi utilizza strumenti basati sull’intelligenza artificiale sia adeguatamente preparato. Le aziende devono quindi formare i lavoratori affinché comprendano come funzionano questi sistemi, quali rischi possono comportare e come usarli in modo corretto.
È importante saper riconoscere eventuali errori, evitare discriminazioni involontarie e mantenere sempre un controllo umano sulle decisioni più delicate. Per affrontare questa trasformazione servono nuove competenze. Non basta saper usare un programma: è necessario sviluppare capacità di analisi, spirito critico e attenzione ai valori etici. Le persone devono imparare a valutare le informazioni ricevute, a capire quando la tecnologia può essere d’aiuto e quando invece è necessario intervenire direttamente. I vantaggi per le aziende che adottano questi strumenti sono evidenti. La formazione diventa più rapida, più efficace e più coinvolgente. I lavoratori si sentono sostenuti e valorizzati, mentre l’organizzazione può contare su competenze aggiornate e su una maggiore capacità di innovazione. Inoltre, grazie ai dati raccolti, è possibile capire quali percorsi funzionano meglio e migliorare continuamente l’offerta formativa. Naturalmente esistono anche delle sfide. È necessario introdurre queste tecnologie con attenzione, spiegando bene il loro funzionamento e garantendo trasparenza. Occorre evitare un uso eccessivo dell’automazione e mantenere sempre un equilibrio tra tecnologia e rapporto umano. La formazione deve accompagnare le persone nel cambiamento, aiutandole a superare eventuali timori e a sviluppare fiducia.
In conclusione, l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per rendere la formazione aziendale più moderna, utile e vicina alle esigenze reali. Le aziende che sapranno integrarla in modo consapevole costruiranno un ambiente di lavoro più preparato, più sicuro e più capace di affrontare il futuro. La tecnologia, se usata con attenzione, può diventare un prezioso alleato per la crescita delle persone e per il miglioramento della qualità del lavoro. Per il Presidente di Co.N.A.P.I. Basilio « ogni innovazione tecnologica che produce benefici concreti per le imprese, migliora i processi e rafforza la competitività del territorio rappresenta un investimento necessario. Anche l’intelligenza artificiale, se utilizzata con responsabilità e visione, può diventare uno strumento strategico per aumentare l’efficienza aziendale, sostenere le decisioni e creare nuove opportunità di sviluppo per tutto il sistema produttivo» ed ancora per il Presidente «è altrettanto importante investire nella formazione: senza competenze adeguate, nessuna tecnologia può generare valore. Preparare imprenditori, lavoratori e giovani all’uso consapevole degli strumenti digitali significa garantire continuità, crescita e un futuro più solido per le nostre imprese.»
La moda artigiana italiana è in crisi e servono interventi urgenti e investimenti sui giovani per salvarne competenze e futuro.
Il settore della moda artigiana italiana sta vivendo un periodo particolarmente difficile. Secondo un’indagine recente, molte imprese stanno registrando un calo del lavoro e dei ricavi, segno che la situazione non è più un semplice rallentamento ma una crisi che coinvolge tutta la filiera. Le aziende artigiane, spesso piccole realtà familiari che rappresentano il cuore del Made in Italy, faticano a sostenere costi sempre più alti e una domanda che non riesce a tornare ai livelli degli anni precedenti. La mancanza di liquidità, la riduzione degli ordini e le difficoltà nell’accedere a nuovi mercati stanno mettendo a rischio un patrimonio produttivo costruito in decenni di lavoro. Nonostante il peso economico e culturale della moda italiana, questo settore non ha mai ricevuto misure specifiche di sostegno. Per questo le associazioni che rappresentano le imprese hanno avanzato una serie di richieste al Governo, ritenute fondamentali per evitare un ulteriore peggioramento. Tra le proposte ci sono la sospensione per un anno dei versamenti fiscali e contributivi, così da permettere alle aziende di recuperare respiro, e l’introduzione di un sostegno al reddito per i lavoratori, utile a evitare licenziamenti e a proteggere competenze che fanno parte dell’identità produttiva del Paese.
È stata chiesta anche l’esenzione dalle quote di partecipazione alle fiere internazionali fino al prossimo luglio, un aiuto importante per continuare a mantenere una presenza all’estero in un momento in cui la domanda interna è debole. Accanto agli interventi immediati, però, emerge un altro tema fondamentale: la necessità di investire nelle nuove generazioni. La moda artigiana rischia di perdere non solo imprese, ma anche talenti. Molti giovani che vorrebbero entrare nel settore trovano percorsi formativi poco accessibili, laboratori che chiudono e opportunità limitate. Senza un ricambio generazionale, il rischio è che competenze uniche vadano disperse. Per questo diventa essenziale sostenere progetti dedicati ai giovani, favorire l’apertura di nuove attività, incentivare l’innovazione e creare spazi in cui tradizione e creatività possano incontrarsi. Investire nelle proposte giovanili significa dare al settore una prospettiva di futuro, valorizzare nuove idee e permettere alla moda italiana di evolversi senza perdere la sua identità. La crisi della moda artigiana non riguarda solo chi lavora nel settore, ma tocca l’intero sistema economico e culturale del Paese. La moda è uno dei simboli più riconosciuti dell’Italia nel mondo e perdere queste imprese significherebbe perdere una parte della nostra storia e della nostra capacità di innovare. Per questo è fondamentale intervenire con decisione, sostenere chi sta affrontando difficoltà e allo stesso tempo costruire le condizioni per un rilancio che coinvolga anche le nuove generazioni. Solo così la moda italiana potrà continuare a essere un motore di valore e creatività.
Il settore della pizza in Italia nel 2026 cresce e supera i 728 milioni di euro. Le aziende richiedono personale sempre più formato.
Il mercato della pizza in Italia continua a rappresentare uno dei pilastri più solidi e redditizi dell’intero comparto food & retail. Nel 2026 il valore complessivo del settore ha superato i 728 milioni di euro, confermando una crescita costante che non accenna a rallentare. La pizza, da sempre simbolo identitario del Paese, si è trasformata in un vero motore economico capace di generare occupazione, innovazione e un indotto che coinvolge agricoltura, logistica, turismo e industria alimentare. L’espansione del mercato è sostenuta da una domanda sempre più diversificata. I consumatori italiani mostrano un interesse crescente per impasti ad alta digeribilità, farine speciali, prodotti biologici e ingredienti certificati. Questa attenzione alla qualità ha spinto molte pizzerie a investire in formazione, ricerca e selezione delle materie prime, contribuendo a elevare ulteriormente gli standard del settore. Parallelamente, il segmento gourmet continua a guadagnare terreno: pizze elaborate, abbinamenti ricercati e tecniche di cottura innovative attirano un pubblico disposto a spendere di più per un’esperienza gastronomica completa. Il 2026 segna anche un consolidamento dei format ibridi e delle catene in franchising, che hanno saputo coniugare efficienza operativa e identità culinaria. Questi modelli, spesso supportati da investimenti tecnologici, hanno favorito l’apertura di nuovi punti vendita in città di medie dimensioni e in aree turistiche, ampliando la presenza del prodotto su tutto il territorio nazionale. Il delivery rimane un elemento centrale: la pizza continua a essere uno dei prodotti più ordinati online, e molte attività hanno sviluppato laboratori dedicati esclusivamente alla produzione per l’asporto, ottimizzando tempi e qualità.
Accanto alla crescita economica, il settore si distingue oggi per un’evoluzione significativa del mercato del lavoro. La pizza non è più soltanto una fonte di occupazione diffusa, ma richiede competenze sempre più specializzate. Le aziende cercano pizzaioli formati su tecniche di impasto avanzate, conoscenza delle farine, gestione delle lievitazioni e utilizzo di forni professionali di nuova generazione. Anche le figure manageriali e di sala devono possedere competenze aggiornate in ambito digitale, marketing, gestione dei flussi e customer experience. La formazione, un tempo considerata un valore aggiunto, è diventata un requisito essenziale per garantire qualità, efficienza e competitività. Un ruolo significativo è svolto anche dall’export. Le aziende italiane specializzate in basi pizza, ingredienti pronti e prodotti surgelati stanno registrando una crescita costante nei mercati europei e nordamericani, dove la domanda di Made in Italy rimane elevata. Questa espansione internazionale contribuisce a rafforzare l’immagine della pizza italiana come eccellenza globale, capace di competere con i grandi player dell’industria alimentare. Il 2026 conferma dunque che la pizza non è soltanto un patrimonio culturale, ma un settore economico maturo, competitivo e in continua evoluzione. La sua capacità di adattarsi ai trend globali, senza perdere autenticità, la rende un esempio virtuoso di come tradizione e innovazione possano convivere e generare valore. Se la tendenza attuale dovesse proseguire, la pizza continuerà a essere non solo un simbolo dell’Italia nel mondo, ma anche una delle sue risorse economiche più dinamiche.
Le aziende hanno bisogno di affrontare il nuovo anno con nuove skills
Il 2026 non sarà un anno come gli altri. Le trasformazioni del lavoro, l’accelerazione tecnologica, l’aumento dei carichi cognitivi e la crescente complessità dei mercati stanno ridisegnando le priorità delle organizzazioni. In questo scenario, un dato è ormai evidente: le imprese che prosperano sono quelle che investono nelle persone.
E non si tratta di un’affermazione astratta. I numeri, che abbiamo più volte riportato in questa nostra rubrica, parlano chiaro:
1 lavoratore su 5 è a rischio burnout,
solo il 6% si sente realmente coinvolto nel proprio lavoro,
le aziende che investono in benessere e engagement registrano +30% di produttività e -50% di turnover. Questi dati raccontano una realtà che nessuna impresa può più permettersi di ignorare.
Il 2026, c’è da dire, segna un punto di svolta per almeno tre motivi. In primo luogo è cresciuta la pressione competitiva, le imprese si trovano a operare in mercati sempre più saturi, veloci e imprevedibili. La differenza non la fanno più solo i prodotti o i servizi, ma la qualità delle competenze interne. In secondo luogo le persone chiedono ambienti più sani: lavoro non è più solo un luogo di produzione: è un ecosistema psicologico. I talenti scelgono aziende che investono nel loro benessere, nella loro crescita e nella loro motivazione. In ultima istanza perché la trasformazione digitale richiede nuove abilità umane e paradossalmente, più la tecnologia avanza, più diventano centrali le competenze “umanistiche”: comunicazione, gestione delle emozioni, collaborazione, decision making.
Il nuovo pacchetto formativo di Co.N.A.P.I. Italia: competenze che fanno bene davvero
È per tutti questi elementi che Co.N.A.P.I. Italia, l’ente di formazione della Co.N.A.P.I. Nazionale, con il supporto di Mentifricio ETS, ha deciso di lanciare un nuovo pacchetto formativo sulle “Competenze che fanno bene”, incentrato sul potenziamento delle soft skills e, più, in generale sul benessere dei lavoratori in azienda.
Cosa offre il pacchetto formativo?
Programmi modulari e personalizzabili
Formazione attiva e partecipata
Focus su soft skills e salute mentale
– Applicazioni immediate nel lavoro quotidiano
I quattro moduli principali:
Benessere psicologico
Gestione dello stress
Prevenzione del burnout
Mindfulness e regolazione emotiva Un modulo essenziale in un’epoca in cui la pressione lavorativa è una delle principali cause di assenze, turnover e calo di performance.
Motivazione e mindset
Motivazione intrinseca
Autoefficacia
Goal setting Perché senza motivazione non c’è innovazione, e senza mindset non c’è cambiamento.
Soft skills relazionali
Comunicazione assertiva
Team building
Gestione dei conflitti Le relazioni sono il cuore di ogni organizzazione. Saper comunicare e collaborare è oggi una competenza strategica.
Soft skills performative
Problem solving
Time management sostenibile
Decision making Competenze che aumentano l’efficienza senza sacrificare il benessere.
Il nuovo anno chiede alle imprese una scelta di visione: continuare a rincorrere le emergenze oppure costruire, con consapevolezza, le basi per un futuro più solido e sostenibile. Investire nelle competenze che fanno bene non è un costo: è un vantaggio competitivo, un atto di responsabilità e un acceleratore di crescita. Co.N.A.P.I. Italia invita le aziende a fare questo passo: costruiamo insieme le competenze che fanno bene.
Il Ministero del Lavoro ha introdotto nuove misure per valorizzare le competenze acquisite attraverso il volontariato.
Un riconoscimento che trasforma l’impegno civico in un’opportunità concreta per studenti e lavoratori. Il volontariato non è più soltanto un gesto di generosità o un’esperienza personale da raccontare. Con una nuova iniziativa del Ministero del Lavoro, le competenze maturate durante attività di volontariato potranno essere riconosciute ufficialmente sia nel percorso scolastico che in quello professionale. Si tratta di un cambiamento significativo che punta a valorizzare l’impegno civico come strumento di crescita e qualificazione. L’obiettivo è duplice: da un lato, promuovere il volontariato tra i giovani come esperienza formativa e arricchente; dall’altro, offrire a chi ha svolto attività di volontariato la possibilità di vedere riconosciute le competenze acquisite, rendendole spendibili in ambiti concreti come la scuola e il lavoro. Questo riconoscimento non riguarda solo le abilità tecniche, ma anche quelle trasversali: capacità organizzative, comunicative, relazionali, problem solving, gestione del tempo, lavoro in team. Tutti elementi che oggi sono sempre più richiesti e apprezzati nei contesti professionali. Il provvedimento stabilisce criteri chiari per individuare e certificare queste competenze. Gli enti del Terzo Settore potranno collaborare con le istituzioni scolastiche e con i servizi per l’impiego per attivare percorsi di valutazione e certificazione.
In questo modo, il volontariato diventa una risorsa concreta, non solo per chi lo pratica, ma anche per il sistema educativo e produttivo, che può contare su persone più consapevoli, preparate e motivate. Per gli studenti, il volontariato potrà tradursi in crediti formativi, arricchendo il curriculum scolastico e offrendo nuove opportunità di orientamento. Per chi cerca lavoro, invece, le competenze certificate potranno rappresentare un valore aggiunto, utile per distinguersi nei processi di selezione o per accedere a percorsi di formazione professionale. Questa iniziativa segna un passo importante verso una società che riconosce il valore dell’impegno civico e lo integra nei percorsi di crescita individuale. Il volontariato non è più relegato alla sfera del tempo libero o della beneficenza, ma viene riconosciuto come esperienza qualificante, capace di formare cittadini attivi e professionisti competenti. In un momento storico in cui il mondo del lavoro richiede sempre più flessibilità, spirito di iniziativa e capacità di adattamento, il volontariato si rivela una palestra ideale per sviluppare queste qualità. E ora, grazie a questo riconoscimento formale, chi ha scelto di mettersi al servizio degli altri potrà vedere valorizzato il proprio impegno anche sul piano scolastico e professionale. Il messaggio è chiaro: fare volontariato non è solo fare del bene, è anche investire su sé stessi. E da oggi, questo investimento potrà essere riconosciuto, certificato e trasformato in nuove opportunità.
Utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.