VOLONTARIATO: LE COMPETENZE CHE FANNO CURRICULUM


Il Ministero del Lavoro ha introdotto nuove misure per valorizzare le competenze acquisite attraverso il volontariato.

Un riconoscimento che trasforma l’impegno civico in un’opportunità concreta per studenti e lavoratori.
Il volontariato non è più soltanto un gesto di generosità o un’esperienza personale da raccontare. Con una nuova iniziativa del Ministero del Lavoro, le competenze maturate durante attività di volontariato potranno essere riconosciute ufficialmente sia nel percorso scolastico che in quello professionale. Si tratta di un cambiamento significativo che punta a valorizzare l’impegno civico come strumento di crescita e qualificazione.
L’obiettivo è duplice: da un lato, promuovere il volontariato tra i giovani come esperienza formativa e arricchente; dall’altro, offrire a chi ha svolto attività di volontariato la possibilità di vedere riconosciute le competenze acquisite, rendendole spendibili in ambiti concreti come la scuola e il lavoro. Questo riconoscimento non riguarda solo le abilità tecniche, ma anche quelle trasversali: capacità organizzative, comunicative, relazionali, problem solving, gestione del tempo, lavoro in team. Tutti elementi che oggi sono sempre più richiesti e apprezzati nei contesti professionali.
Il provvedimento stabilisce criteri chiari per individuare e certificare queste competenze. Gli enti del Terzo Settore potranno collaborare con le istituzioni scolastiche e con i servizi per l’impiego per attivare percorsi di valutazione e certificazione.

In questo modo, il volontariato diventa una risorsa concreta, non solo per chi lo pratica, ma anche per il sistema educativo e produttivo, che può contare su persone più consapevoli, preparate e motivate.
Per gli studenti, il volontariato potrà tradursi in crediti formativi, arricchendo il curriculum scolastico e offrendo nuove opportunità di orientamento. Per chi cerca lavoro, invece, le competenze certificate potranno rappresentare un valore aggiunto, utile per distinguersi nei processi di selezione o per accedere a percorsi di formazione professionale.
Questa iniziativa segna un passo importante verso una società che riconosce il valore dell’impegno civico e lo integra nei percorsi di crescita individuale. Il volontariato non è più relegato alla sfera del tempo libero o della beneficenza, ma viene riconosciuto come esperienza qualificante, capace di formare cittadini attivi e professionisti competenti.
In un momento storico in cui il mondo del lavoro richiede sempre più flessibilità, spirito di iniziativa e capacità di adattamento, il volontariato si rivela una palestra ideale per sviluppare queste qualità. E ora, grazie a questo riconoscimento formale, chi ha scelto di mettersi al servizio degli altri potrà vedere valorizzato il proprio impegno anche sul piano scolastico e professionale.
Il messaggio è chiaro: fare volontariato non è solo fare del bene, è anche investire su sé stessi. E da oggi, questo investimento potrà essere riconosciuto, certificato e trasformato in nuove opportunità.

VOLONTARIATO: LE COMPETENZE CHE FANNO CURRICULUM


Il Ministero del Lavoro ha introdotto nuove misure per valorizzare le competenze acquisite attraverso il volontariato. Un riconoscimento che trasforma l’impegno civico in un’opportunità concreta per studenti e lavoratori.

Il volontariato non è più soltanto un gesto di generosità o un’esperienza personale da raccontare. Con una nuova iniziativa del Ministero del Lavoro, le competenze maturate durante attività di volontariato potranno essere riconosciute ufficialmente sia nel percorso scolastico che in quello professionale. Si tratta di un cambiamento significativo che punta a valorizzare l’impegno civico come strumento di crescita e qualificazione.
L’obiettivo è duplice: da un lato, promuovere il volontariato tra i giovani come esperienza formativa e arricchente; dall’altro, offrire a chi ha svolto attività di volontariato la possibilità di vedere riconosciute le competenze acquisite, rendendole spendibili in ambiti concreti come la scuola e il lavoro. Questo riconoscimento non riguarda solo le abilità tecniche, ma anche quelle trasversali: capacità organizzative, comunicative, relazionali, problem solving, gestione del tempo, lavoro in team. Tutti elementi che oggi sono sempre più richiesti e apprezzati nei contesti professionali.
Il provvedimento stabilisce criteri chiari per individuare e certificare queste competenze. Gli enti del Terzo Settore potranno collaborare con le istituzioni scolastiche e con i servizi per l’impiego per attivare percorsi di valutazione e certificazione. In questo modo, il volontariato diventa una risorsa concreta, non solo per chi lo pratica, ma anche per il sistema educativo e produttivo, che può contare su persone più consapevoli, preparate e motivate.
Per gli studenti, il volontariato potrà tradursi in crediti formativi, arricchendo il curriculum scolastico e offrendo nuove opportunità di orientamento.

Per chi cerca lavoro, invece, le competenze certificate potranno rappresentare un valore aggiunto, utile per distinguersi nei processi di selezione o per accedere a percorsi di formazione professionale.
Questa iniziativa segna un passo importante verso una società che riconosce il valore dell’impegno civico e lo integra nei percorsi di crescita individuale. Il volontariato non è più relegato alla sfera del tempo libero o della beneficenza, ma viene riconosciuto come esperienza qualificante, capace di formare cittadini attivi e professionisti competenti.
In un momento storico in cui il mondo del lavoro richiede sempre più flessibilità, spirito di iniziativa e capacità di adattamento, il volontariato si rivela una palestra ideale per sviluppare queste qualità. E ora, grazie a questo riconoscimento formale, chi ha scelto di mettersi al servizio degli altri potrà vedere valorizzato il proprio impegno anche sul piano scolastico e professionale.
Il messaggio è chiaro: fare volontariato non è solo fare del bene, è anche investire su sé stessi. E da oggi, questo investimento potrà essere riconosciuto, certificato e trasformato in nuove opportunità.

IL LAVORO NON SI TROVA: SI COSTRUISCE


Il lavoro si trova solo se si costruisce con impegno, competenze ed esperienza.

“Mi trovi un lavoro?” Quante volte amici e parenti ci hanno rivolto questa domanda, quasi come se bastasse una raccomandazione o qualche voce di corridoio per ottenere un impiego. In realtà, il lavoro non si “trova” semplicemente: si costruisce, passo dopo passo, con competenze, esperienza e professionalità.
Un tempo esisteva la figura dell’operaio generico, che metteva a disposizione soltanto la propria forza fisica. Oggi, invece, il mondo del lavoro richiede sempre più competenze tecniche e intellettuali. Saper fare bene il proprio mestiere è la condizione essenziale per aprirsi le giuste porte: senza preparazione, il rischio è di ricevere soltanto tanti “le faremo sapere”.

La scuola offre una base importante, ma non è sufficiente. Serve un percorso formativo in azienda, spesso più di uno, per crescere davvero e imparare ciò che nessun libro può insegnare: la credibilità e la professionalità, che si conquistano solo sul campo.
E questo vale per tutti: dipendenti, liberi professionisti e imprenditori. Per avviare un’attività in proprio, come per costruirsi una carriera solida, servono impegno, ambizione e sacrificio. Solo così, con costanza e determinazione, si può raggiungere il successo professionale.

HARD E SOFT SKILLS: INVESTIRE SULLE COMPETENZE


La formazione aziendale ha a che fare sia con le competenze tecniche sia con quelle trasversali

È un fatto assodato: la formazione è importante e determina, oggi più che e mai, la sopravvivenza e la crescita di un’azienda (inserire link a precedente articolo “Formo dunque sono”).
Ma la formazione su cosa deve concentrarsi? Quali sono le competenze su cui investire?

In quest’ottica, è prima di tutto necessario distinguere tra competenze tecniche e competenze trasversali, meglio conosciute come hard e soft skills: due facce della stessa medaglia, entrambe fondamentali per il successo individuale e organizzativo.
Le hard skills sono competenze tecniche e specifiche, facilmente misurabili e spesso acquisite tramite studio, corsi o esperienza pratica. Sono insomma quelle skills che consentono di fare uno specifico lavoro, di diventare un professionista in una determinata materia. Per fare qualche esempio pratico, in ambito sanitario le competenze tecniche hanno a che fare con la conoscenza dei protocolli medici o l’uso degli strumenti diagnostici, mentre in ambito informatico hanno a che vedere con la capacità di programmazione o con l’uso di software complessi.
Le soft skills sono tutt’altra cosa. Sono competenze legate al comportamento, alla comunicazione e all’intelligenza emotiva. Non si imparano a scuola o all’università: sono innate o si sviluppano nel tempo, spesso attraverso esperienze formative, personali e professionali.

Sono quindi le capacità che più che con il professionista hanno a che fare con la persona. E si tratta di competenze preziose per le aziende. A chi non serve personale capace di lavorare in team o di risolvere problemi? E non si tratta solo di problem solving. Alle aziende servono risorse che abbiano una buona adattabilità, uno spiccato pensiero critico, uno spirito empatico e, in diversi casi, un’attitudine alla leadership. E queste sono tutte soft skills.

Entrambe le tipologie di competenze sono essenziali – le hard skills garantiscono competenza tecnica e produttività, le soft skills favoriscono la collaborazione, la resilienza e l’innovazione – e spesso le soft skills sono persino più ricercate. Numerosi studi HR, infatti, rivelano che le competenze trasversali sono più difficili da trovare e più preziose nel lungo termine.

Un futuro ibrido tra hard e soft skills

La vera forza di un professionista sta dunque nell’equilibrio tra hard e soft skills. Ma questo bilanciamento non può riguardare soltanto l’impegno personale del singolo lavoratore. Le aziende più lungimiranti, infatti, condividono questo compito investendo in programmi di formazione che includono entrambi gli aspetti, consapevoli che il talento non è solo sapere cosa fare, ma anche come farlo insieme agli altri.

A proposito di “fare”. Quando si parla di soft skills si fa spesso riferimento all’importante trittico fare, saper fare e saper essere.
Il fare è la dimensione che riguarda ciò che una persona fa concretamente nel contesto lavorativo, ciò che si manifesta nei comportamenti osservabili, come collaborare attivamente in un team, comunicare in modo chiaro e rispettoso, gestire i conflitti con diplomazia, prendere decisioni in situazioni complesse.
Il saper fare indica la capacità di applicare le soft skills in modo consapevole e strategico. Non basta agire, bisogna sapere come agire. E quindi si parla di competenze come saper negoziare con empatia, saper motivare un team in difficoltà, saper gestire il tempo e le priorità, sapersi adattare ai cambiamenti.
C’è poi, infine, il saper essere , la dimensione più profonda che ha a che fare con l’atteggiamento, i valori e la consapevolezza di sé e quindi con tutto quello che rende autentiche le soft skills. Qualche esempio? Essere affidabili e coerenti, essere aperti al feedback, essere curiosi e proattivi, essere rispettosi e inclusivi.

Sì, è vero che molto spesso si tratta di caratteristiche innate. Ma altrettanto spesso si tratta di competenze che possono essere sviluppate, allenate, potenziate attraverso una formazione mirata ed efficace.

E quindi, alla fine di questo articolo, come in un circolo virtuoso, torniamo alla prima frase: è un fatto assodato: la formazione è importante.
Di come farla al meglio, poi, parleremo nei prossimi articoli.

PRODUTTIVITÀ E FORMAZIONE: LE VERE CHIAVI PER RIDURRE IL GAP SALARIALE ITALIANO

In Italia, il vero ostacolo ai salari bassi non è solo la pressione fiscale, ma la scarsa produttività del lavoro, legata a un diffuso skill gap. La mancanza di formazione adeguata, sia tra i lavoratori che nei ruoli dirigenziali, limita l’efficienza e la competitività delle imprese. Secondo CONAPI, solo investendo in competenze trasversali e aggiornamento continuo si può ridurre il divario con l’Europa e aumentare i salari. Formazione e produttività sono ormai le leve fondamentali per una crescita economica sostenibile ed equa.

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IL GOVERNO ITALIANO INCONTRA GLI IMPRENDITORI PER DISCUTERE FORMAZIONE E SVILUPPO DELLE COMPETENZE

Il governo italiano ha incontrato gli imprenditori per affrontare la carenza di lavoratori qualificati, puntando su formazione e competenze. Si prevede un forte fabbisogno occupazionale nei settori tecnologici entro il 2027. Si promuovono strumenti come ITS e liceo del made in Italy per facilitare l’inserimento lavorativo. Le parti chiedono riforme rapide per sostenere la crescita economica.

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IL SELF-CONTROL: LA QUALITA’ FONDAMENTALE PER OGNI IMPRENDITORE DI SUCCESSO


IL SELF-CONTROL È LA QUALITÀ FONDAMENTALE CHE DISTINGUE UN IMPRENDITORE DI SUCCESSO. IN UN MONDO FATTO DI INCERTEZZE E SFIDE QUOTIDIANE, LA CAPACITÀ DI MANTENERE LA CALMA E LA LUCIDITÀ SOTTO PRESSIONE DIVENTA LA CHIAVE PER SUPERARE GLI OSTACOLI E TRASFORMARLI IN OPPORTUNITÀ DI CRESCITA.

Nel vasto e complesso mondo dell’imprenditoria, molte sono le qualità richieste a chi decide di intraprendere il cammino della gestione aziendale: visione strategica, capacità di leadership, competenze tecniche e organizzative. Tuttavia, tra tutte queste, una risalta come la più cruciale e spesso sottovalutata: il self-control.

La capacità di mantenere il controllo di sé, soprattutto nelle situazioni di crisi o incertezza, è il vero pilastro su cui si fonda la solidità di un imprenditore. Gestire un’azienda significa inevitabilmente confrontarsi con l’imponderabile. Gli imprevisti non solo sono una possibilità, ma rappresentano una costante che, per quanto si possa ridurre con l’esperienza e la pianificazione, non può mai essere completamente eliminata.

C’è chi sostiene che l’imprenditorialità sia una dote innata e chi invece ritiene che possa essere acquisita con il tempo. La verità sta probabilmente nel mezzo. Alcuni tratti caratteriali possono facilitare il percorso, ma è innegabile che l’esperienza, unita alla formazione e alla capacità di apprendere dai propri errori, giochi un ruolo fondamentale nel plasmare un imprenditore di successo.

Tuttavia, il self-control non è qualcosa che si acquisisce automaticamente. È una disciplina, un esercizio costante che richiede consapevolezza e determinazione. Ogni evento inaspettato è un banco di prova: la reazione emotiva immediata è naturale, ma l’imprenditore deve imparare a mettere da parte l’istinto e a far prevalere la razionalità.

Quando si verifica un evento improvviso che minaccia la stabilità o addirittura l’esistenza dell’azienda, la responsabilità ricade inevitabilmente sul vertice. È in questi momenti che l’imprenditore si ritrova a dover prendere decisioni critiche, spesso in solitudine. Questo senso di isolamento può essere schiacciante, ma è fondamentale non lasciarsi sopraffare.

La tentazione di cedere all’ira o di cercare colpevoli è forte, ma inefficace. Non è il momento per rivendicazioni o sfoghi emotivi. La priorità è analizzare la situazione con freddezza, facendo leva sull’esperienza accumulata e sulla capacità di valutare ogni opzione con lucidità. Il self-control diventa quindi la bussola che guida attraverso la tempesta, permettendo di mantenere la rotta anche quando tutto sembra crollare.

Affrontare un imprevisto con calma e determinazione non solo consente di risolvere la situazione nel migliore dei modi, ma rafforza anche la fiducia in sé stessi e nella propria capacità decisionale. Ogni crisi superata diventa un tassello in più nel mosaico dell’esperienza imprenditoriale, rendendo l’imprenditore più forte e preparato per le sfide future.

E, quasi come per magia, passo dopo passo, problema dopo problema, la situazione si risolve. Non c’è nulla di soprannaturale in questo processo: è il frutto della combinazione tra preparazione, esperienza e, soprattutto, self-control. Ritrovandosi dall’altra parte della crisi, l’imprenditore non solo avrà salvaguardato l’azienda, ma avrà anche accresciuto la propria resilienza e quella del team.

Il mestiere dell’imprenditore è un viaggio costellato di sfide e incertezze. L’imprevedibilità degli eventi è una realtà con cui bisogna convivere. Tuttavia, la capacità di gestire queste situazioni con calma e lucidità fa la differenza tra chi subisce le difficoltà e chi le trasforma in opportunità di crescita.

Il self-control non è semplicemente una qualità utile, ma una necessità imprescindibile per chiunque voglia guidare un’azienda verso il successo. È la chiave che permette di affrontare ogni tempesta con la sicurezza di poterla superare, sapendo che, alla fine, ogni esperienza sarà un mattone in più nella costruzione di un futuro più solido e consapevole.