Dalla Grande Muraglia Cinese alle copertine di Marracash
Marina Abramović, ormai nota come “nonna della performance art”, avrebbe potuto incarnare l’immagine perfetta della disciplina e della tradizione familiare. Invece, ha scelto la ribellione. Il suo corpo è diventato un laboratorio vivente, un campo di prova per esplorare paura, dolore, resistenza e amore. Con Ulay, compagno di vita e di arte, ha realizzato alcune delle performance più intense del Novecento. In Relation in Time (1977) restano uniti per ore con i capelli intrecciati, simbolo di un legame tanto indissolubile quanto fragile. Ancora più drammatica è Rest Energy (1980): Marina regge un arco mentre Ulay tende la corda con una freccia puntata al cuore di lei. I battiti accelerati, amplificati nella stanza, trasformano il silenzio in tensione palpabile, sospeso tra amore e distruzione. La loro storia culmina nel 1988 con The Lovers: una camminata lungo la Grande Muraglia Cinese, partendo da estremi opposti per incontrarsi al centro.
Non fu l’inizio di una vita insieme, ma un addio poetico e doloroso. Ventidue anni dopo, al MoMA di New York, The Artist is Present (2010) trasforma l’incontro in leggenda: quando Ulay si presenta davanti a lei, il tempo sembra fermarsi, e poche lacrime silenziose diventano una delle scene più emozionanti dell’arte contemporanea. L’eredità di Abramović ha superato i confini dell’arte contemporanea, influenzando anche la cultura pop. Non a caso, la copertina di Noi, loro, gli altri di Marracash – in cui l’artista posa con Elodie – richiama la performance Rest Energy, segno di come il linguaggio radicale di Marina continui a risuonare nella sensibilità contemporanea. Nelle sue performance, l’arte smette di essere un oggetto da contemplare e diventa una prova da vivere: silenzio, dolore, resistenza. Un rituale che ci costringe a restare presenti e vulnerabili, senza possibilità di fuga.
Nostra intervista al Direttore del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I.
La viticoltura italiana non è soltanto un comparto produttivo: è un presidio culturale, sociale e territoriale che attraversa generazioni, paesaggi e comunità. In un momento storico segnato da trasformazioni profonde, il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. ha avviato un’indagine nazionale per comprendere le dinamiche, le criticità e le prospettive del settore vitivinicolo, raccogliendo testimonianze e dati da quasi un centinaio di imprese. In attesa della pubblicazione del Rapporto ufficiale, prevista per ottobre, il Direttore del Centro Studi ci offre una riflessione ampia e articolata sul ruolo della viticoltura oggi.
Direttore, qual è oggi il ruolo della viticoltura in Italia? La viticoltura rappresenta un settore strategico per l’economia agroalimentare italiana, ma va ben oltre la produzione di vino. Custodisce territori, tradizioni e l’antico mestiere del vignaiolo, che tramanda da sempre saperi, segreti e conoscenze di generazione in generazione. Ogni vitigno racconta un paesaggio, una comunità e una storia familiare, contribuendo all’identità culturale del Paese e questo, a parere mio, è fantastico.
Quali sono le principali criticità che il comparto deve affrontare? Nonostante l’impegno delle nuove generazioni di vignaioli, il settore si confronta con sfide importanti: cambiamenti climatici, riduzione dei consumi interni, accumulo di vino invenduto in molte cantine, aumento dei costi di produzione e tensioni commerciali internazionali legate ai dazi. A queste si aggiunge la necessità di valorizzare la dimensione sociale e culturale dell’impresa, spesso trascurata ma di fondamentale importanza.
Esistono prospettive di sviluppo per tale settore? Sì, certo che sì, anzi, esistono diverse prospettive di sviluppo, in grado di generare occupazione e progresso del territorio. Il mercato vitivinicolo si sta evolvendo verso un modello più integrato e innovativo. Ad esempio, l’enoturismo, insieme alla valorizzazione dei saperi artigianali e alla promozione dei territori, offre opportunità concrete e di sviluppo per l’imprenditoria contemporanea.
Qual è il valore sociale dell’impresa vitivinicola? Il valore sociale d’impresa consiste nella capacità di generare sviluppo sostenibile, promuovere coesione nelle comunità e valorizzare i territori, con particolare attenzione alla micro e piccola imprenditoria. Le imprese vitivinicole, a parere nostro e come scoprirete dai risultati del Questionario che pubblicheremo nei prossimi giorni, incarnano al proprio interno un grande valore sociale, immaginando prospettive di ampio raggio.
Quali sono i prossimi passi del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I.? Il nostro questionario, somministrato tra novembre 2024 e giugno 2025, ha raccolto preziose informazioni su quasi un centinaio di aziende in tutta Italia. Attualmente stiamo elaborando tutti i dati raccolti sinora tra gli imprenditori del comparto e per la prima metà di ottobre pubblicheremo il Rapporto che ne analizza i risultati, offrendo strumenti concreti per imprese, istituzioni e associazioni di categoria, prospettando servizi creati su misura per questo specifico comparto.
CoN.A.P.I. Nazionale reagisce ai dazi: nuove strategie e sostegni per proteggere agroalimentare e occupazione.
L’effetto dei dazi doganali comincia a farsi sentire anche per il settore agroalimentare, colonna portante dell’economia italiana e simbolo di eccellenza nel mondo. Nonostante l’indiscutibile appeal che il Made in Italy continua a esercitare sui consumatori statunitensi, la tenuta dei mercati non era affatto scontata e i primi segnali di difficoltà iniziano a emergere con chiarezza. La Confederazione Co.nA.P.I. Nazionale ha avviato un monitoraggio attento sull’andamento dei diversi comparti, con l’obiettivo di misurare l’entità del fenomeno e attivare misure in grado di contenere l’impatto sul mercato interno, evitando conseguenze irreversibili per imprese e lavoratori. Per fronteggiare le criticità, la Confederazione ha già messo in campo una serie di azioni mirate. In primo luogo, è stata attivata la nuova divisione dedicata all’“internazionalizzazione”, con lo scopo di aprire nuovi sbocchi commerciali, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, dove la domanda di prodotti di qualità e ad alto valore aggiunto è in forte crescita.
Parallelamente, Co.N.A.P.I.Nazionale sta partecipando alla costruzione di tavoli tecnici con le altre organizzazioni di categoria, finalizzati a presentare al governo un quadro unitario delle difficoltà e delle priorità. Tra queste spicca la richiesta di un intervento concreto a sostegno delle aziende più esposte, per garantire liquidità, preservare la competitività e difendere i livelli occupazionali. “La priorità assoluta è salvaguardare il mercato e l’occupazione”, sottolineano dalla Confederazione. Le preoccupazioni, infatti, non riguardano soltanto la tenuta delle esportazioni, ma anche l’effetto domino che le tensioni commerciali possono generare sull’intero sistema produttivo nazionale, dalla filiera agricola alla trasformazione industriale fino alla distribuzione. In un contesto internazionale sempre più complesso e segnato da nuove barriere commerciali, il settore agroalimentare italiano si trova dunque a un bivio: reagire con determinazione e visione strategica oppure rischiare di vedere erosi margini e competitività accumulati in decenni di successi sui mercati globali.
Dietro ogni taglio perfetto e ogni colore che valorizza, c’è una storia. Quella di Gianna è fatta di passione, determinazione e sogni realizzati con le forbici in mano. Imprenditrice nel mondo della bellezza, ha trasformato il suo salone in uno spazio dove stile e autenticità si incontrano. Con uno sguardo sempre attento alle tendenze e una sensibilità tutta femminile, Gianna non è solo una professionista: è una guida, un’ispirazione per tante donne che vogliono costruire qualcosa di proprio.
In questa intervista, ci racconta il suo percorso, le sfide affrontate e la visione che l’ha portata a diventare un punto di riferimento nel suo settore.
Calvello mostra che anche i territori isolati possono competere, se sostenuti con investimenti mirati.
Calvello, piccolo comune montano della Basilicata, incarna una contraddizione solo apparente: da un lato, le fragilità strutturali e demografiche che affliggono gran parte dell’Italia interna; dall’altro, una sorprendente vitalità economica che sfida le logiche tradizionali della localizzazione produttiva. In un contesto segnato da spopolamento, difficoltà di accesso viario, carenze infrastrutturali e digitale ancora incompleto, il tessuto imprenditoriale locale si distingue per capacità di adattamento, innovazione e competitività.
Le circa venti aziende attive nel territorio operano in settori ad alta intensità di valore, dalla trasformazione agroalimentare alla meccanica, dalla creatività artigianale alla brevettazione industriale. Nonostante la marginalità logistica, queste imprese riescono a presidiare nicchie di mercato, a esportare e a generare occupazione, dimostrando che la qualità e la specializzazione possono compensare la distanza dai grandi centri.
Il caso Calvello sollecita una riflessione più ampia sulle politiche di sviluppo per le aree interne. La tenuta economica di questi territori non può essere affidata esclusivamente alla resilienza degli attori locali. È necessario un intervento pubblico mirato, che investa in infrastrutture, mobilità, connettività e servizi, affinché la marginalità fisica non si traduca in marginalità economica. La competitività diffusa, che nasce anche in contesti fragili, merita di essere riconosciuta e sostenuta con strumenti adeguati.
Calvello non è un’eccezione, ma un segnale. Per territori come Grottaminarda, che condividono condizioni simili di isolamento e potenziale imprenditoriale, rappresenta una conferma che la crescita può germogliare anche dove le condizioni sembrano avverse. A patto che si cambi paradigma: non più politiche compensative, ma strategie di valorizzazione. Non più interventi episodici, ma visioni di sistema. Non più retorica della resistenza, ma riconoscimento della centralità economica dei territori fragili.
Le organizzazioni datoriali evolvono: mettono al centro il lavoratore come valore strategico.
Il ruolo delle organizzazioni datoriali sta vivendo una profonda trasformazione. Se in passato esse erano principalmente impegnate a difendere gli interessi delle imprese, oggi assumono un valore più ampio e olistico: la loro azione si estende anche alla tutela del lavoratore. Questa visione nasce dalla consapevolezza che un dipendente protetto, soddisfatto e motivato è non solo più produttivo, ma rappresenta un elemento strategico per la crescita complessiva dell’azienda. Un esempio concreto di questo nuovo orientamento è rappresentato dalla Confederazione Co.N.A.P.I. Nazionale, che con lo slogan “la persona prima del capitale” si schiera apertamente per una politica di valorizzazione della persona. Una presa di posizione che non è semplice retorica, ma espressione di un vero e proprio umanesimo contemporaneo, in cui il lavoro torna a essere il cuore pulsante del sistema economico.
Questa prospettiva non deve essere interpretata come una rievocazione delle teorie marxiste, ma come un’analisi più evoluta del lavoro nel suo complesso. L’impresa moderna, infatti, non può limitarsi a considerare il capitale nella sua dimensione materiale. Oggi la ricchezza aziendale si misura anche attraverso fattori intangibili: la reputazione, l’avviamento, la capacità di attrarre talenti, il clima interno e la riconoscibilità sociale. Tutti elementi che contribuiscono in maniera decisiva alla capitalizzazione di un’impresa. La valorizzazione del capitale umano diventa così una scelta strategica e una necessità per competere in un mercato in continua evoluzione. L’Umanesimo contemporaneo promosso dalle organizzazioni datoriali non è quindi una moda passeggera, ma un cambio di paradigma: un modo nuovo di intendere l’impresa come comunità, dove il valore della persona si intreccia indissolubilmente con quello dell’azienda.
La legge tutela i diritti nel lavoro con IA, istituisce un Osservatorio e impone trasparenza ai professionisti
Il disegno di legge A.S. 1146-B introduce disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale, con particolare attenzione all’ambito lavorativo. L’intelligenza artificiale è impiegata per migliorare le condizioni di lavoro, tutelare l’integrità psicofisica dei lavoratori, accrescere la qualità delle prestazioni e la produttività, nel rispetto del diritto dell’Unione Europea. Il suo utilizzo deve essere sicuro, affidabile, trasparente e non può svolgersi in contrasto con la dignità umana né violare la riservatezza dei dati personali. Il datore di lavoro o il committente è tenuto a informare il lavoratore dell’impiego dell’intelligenza artificiale secondo quanto previsto dalla normativa vigente. L’organizzazione e la gestione del rapporto di lavoro tramite sistemi di intelligenza artificiale devono garantire il rispetto dei diritti inviolabili del lavoratore, evitando ogni forma di discriminazione basata su sesso, età, origini etniche, credo religioso, orientamento sessuale, opinioni politiche, condizioni personali, sociali ed economiche.
È istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, con il compito di definire una strategia sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, monitorare l’impatto sul mercato del lavoro e identificare i settori maggiormente interessati. L’Osservatorio promuove la formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro in materia di intelligenza artificiale. È presieduto dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali o da un suo rappresentante. I componenti dell’Osservatorio non percepiscono compensi, gettoni di presenza, rimborsi di spese o altri emolumenti. L’istituzione e il funzionamento dell’Osservatorio non comportano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e sono garantiti con le risorse disponibili a legislazione vigente. L’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nelle professioni intellettuali è finalizzato esclusivamente allo svolgimento di attività strumentali e di supporto, con prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione.Per garantire il rapporto fiduciario tra professionista e cliente, le informazioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale impiegati devono essere comunicate al destinatario della prestazione con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo.
Milano accende i riflettori sui debutti più attesi della stagione.
Questa Fashion Week ha il sapore delle rivoluzioni silenziose. Quattro maison, quattro direttori creativi pronti a ridefinire il lessico della moda italiana e internazionale. I riflettori sono puntati proprio su di loro. Il primo a scendere in campo è stato Demna Gvasalia, ex Balenciaga, che ha presentato la sua collezione d’esordio per Gucci. Con La Famiglia, il designer georgiano ha aperto un capitolo radicale: via i contenuti passati dai social, spazio a un immaginario ironico e teatrale, in cui ogni look diventa un personaggio. Un gesto netto, che ribadisce l’intenzione di trasformare Gucci in un luogo di identità molteplici e sempre in movimento, senza rinunciare a richiami alla tradizione, come la borsa Bamboo, rielaborata con spirito contemporaneo. Il 24 settembre è toccato a Simone Bellotti per Jil Sander. Ex Bally, lo stilista brianzolo ha riportato il brand alle origini del minimalismo, ma con tocchi personali: rigore anni Novanta, linee pulite, palette neutra arricchita da lampi di colore e dettagli inattesi.
La passerella bianca, con il profilo di Palazzo Sforzesco sullo sfondo, ha amplificato l’essenzialità della proposta, consegnando al pubblico una visione che unisce rigore e sensibilità. Domani 26 settembre sarà invece il turno di Dario Vitale, nuovo volto di Versace, che ha scelto di rompere con lo show spettacolare preferendo un evento intimo e selezionato. Una presentazione riservata, che vuole onorare il passato della maison e suggerirne le direzioni future, in un momento delicato dopo l’uscita di Donatella Versace. Sabato, infine, toccherà a Louise Trotter con Bottega Veneta. La designer britannica, ex vicepresidente della linea femminile di Gap, ha dichiarato di voler mantenere l’eleganza discreta che da sempre caratterizza il marchio, rinunciando a loghi vistosi per concentrarsi su superfici, texture e costruzione sartoriale. La sua prima collezione promette di intrecciare storia e modernità, rispettando l’identità della maison ma aprendola a nuovi equilibri. Milano, intanto, si conferma laboratorio e specchio: tra attese, debutti e colpi di scena, questa settimana della moda non racconta soltanto abiti, ma il modo in cui le maison scelgono di riscrivere se stesse, tra eredità ingombranti e nuovi orizzonti creativi.
Terzo trimestre 2025 l’occupazione cresce lievemente, trainata da contratti stabili e lavoro autonomo.
Nel secondo trimestre del 2025, il mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali di stabilità e crescita moderata. L’input complessivo di lavoro, misurato in ore lavorate secondo la Contabilità Nazionale, è aumentato sia rispetto al trimestre precedente sia su base annua. Il numero di occupati, al netto degli effetti stagionali, è rimasto sostanzialmente invariato, attestandosi a oltre ventiquattro milioni. La lieve diminuzione dei dipendenti a tempo indeterminato e determinato è stata compensata dall’aumento degli indipendenti. Il tasso di occupazione è stabile, con miglioramenti tra le donne, nella fascia d’età tra i cinquanta e i sessantaquattro anni e nelle regioni meridionali, mentre si osserva un calo tra gli uomini, gli under cinquanta e nel Nord, con una situazione invariata al Centro.
I tassi di disoccupazione e inattività non hanno subito variazioni significative rispetto al trimestre precedente. Nelle imprese dell’industria e dei servizi, le posizioni lavorative dipendenti sono cresciute, con un incremento leggermente più marcato per il part time rispetto al full time. Su base annua, la crescita delle posizioni lavorative è stata uniforme per il tempo pieno e più contenuta per il tempo parziale. La quota delle posizioni part time sul totale è leggermente diminuita rispetto al trimestre precedente, ma è rimasta stabile rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Le ore lavorate per dipendente sono diminuite sia rispetto al trimestre precedente sia rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Anche le ore di cassa integrazione sono in calo. Le posizioni in somministrazione continuano a diminuire, mentre quelle con contratto intermittente mostrano una dinamica positiva. Il costo del lavoro per unità di lavoro equivalente è aumentato, trainato sia dalle retribuzioni sia dai contributi sociali. Il tasso di posti vacanti è rimasto stabile rispetto al trimestre precedente, ma è diminuito rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.
Nel dettaglio dei dati non destagionalizzati, si conferma la crescita del numero di occupati rispetto all’anno precedente, con un aumento più marcato tra i dipendenti a tempo indeterminato e gli indipendenti. Prosegue invece la riduzione dei dipendenti a termine, che dura da undici trimestri consecutivi. L’aumento degli occupati a tempo pieno ha compensato il calo di quelli a tempo parziale.
Il numero di persone in cerca di occupazione mostra segnali di stabilizzazione, con una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. Il tasso di disoccupazione è in leggero calo, con una riduzione concentrata tra le donne, nelle regioni centro-meridionali, tra gli stranieri e gli ultracinquantenni. La diminuzione riguarda soprattutto chi ha già avuto esperienze lavorative, mentre torna a crescere il numero di chi cerca la prima occupazione. Aumentano le persone che cercano lavoro da meno di dodici mesi, mentre continua la riduzione dei disoccupati di lunga durata.
Tra i canali di ricerca del lavoro, prevale l’uso di reti informali come parenti e amici, seguito dall’invio di domande e curricula, dalla consultazione di offerte di lavoro e dalla risposta o pubblicazione di inserzioni. Cresce anche la quota di chi ha sostenuto colloqui, si è rivolto ai centri pubblici per l’impiego o ha contattato agenzie private, mentre diminuisce la partecipazione ai concorsi pubblici.
Il numero di inattivi tra i quindici e i sessantaquattro anni è in diminuzione, con un calo concentrato tra le forze di lavoro potenziali, ovvero coloro più vicini al mercato del lavoro. Al contrario, aumenta il numero di persone che non cercano lavoro né sono disponibili a iniziarlo. Il tasso di inattività è in calo, soprattutto nel Mezzogiorno e tra i cinquanta-sessantaquattrenni, mentre resta stabile nel Centro-Nord e tra i trentacinque-quarantanovenni, con un aumento tra i più giovani.
La formazione è uno strumento cruciale. Soprattutto se incontra le esigenze specifiche del territorio
L’abbiamo detto a più riprese: in un momento storico caratterizzato da trasformazioni rapide e continue, parlare di formazione significa parlare di futuro. Ma quale futuro e, soprattutto, per chi?
La risposta a questa importante domanda non può di certo prescindere dal contesto: ogni realtà, ogni azienda, ogni territorio ha una sua identità economica, sociale e culturale, e proprio da questa identità dovrebbe partire ogni progetto formativo rivolto ai lavoratori. Una riflessione del genere è sorta all’indomani di un recente incontro “Operatività Subito: Modello Servizi e Affiliazione” con cui Co.N.A.P.I. Puglia ha ufficialmente avviato il proprio modello operativo regionale e in cui si è ampiamente parlato anche di formazione professionale.
Anche in relazione alla struttura territorialmente ramificata della Co.N.A.P.I., è necessario pensare alla formazione non come a un processo standardizzato. Oggi, sinfatti, sempre più enti pubblici, aziende e istituzioni educative riconoscono che la formazione efficace nasce dall’ascolto del territorio: dalle sue imprese, dalle sue vocazioni produttive, dalle sue fragilità e potenzialità. È presto detto che un distretto industriale ha esigenze diverse rispetto a una zona rurale in transizione ecologica, così come ha bisogni diversi da un’area urbana con forte presenza culturale e turistica che richiede competenze relazionali, linguistiche e creative. La formazione, infatti, non è solo trasmissione di saperi, ma costruzione di senso e opportunità.
Competenze che generano valore locale
Quando i percorsi formativi sono progettati in sinergia con le realtà locali, accade qualcosa di potente: i lavoratori non solo acquisiscono competenze, ma diventano agenti di sviluppo. Le imprese trovano risorse qualificate che parlano il linguaggio del territorio e le comunità si rafforzano, perché il sapere non resta astratto ma si traduce in impatto concreto. Ecco perché è fondamentale investire in modelli formativi flessibili, co-progettati con chi opera direttamente sul territorio: è solo così che la formazione diventa davvero uno strumento di coesione, innovazione e resilienza.
In altre parole, potremmo dire che serve un patto educativo che metta al centro il lavoratore e il territorio, un patto che riconosca il valore dell’esperienza, della diversità dei percorsi, della formazione continua. Un patto, insomma, che sappia leggere i cambiamenti – tecnologici, ambientali, culturali – e tradurli in opportunità.
In questo senso, la formazione costruita con attenzione al territorio non è solo una strategia, ma una visione: quella di un’Italia che cresce valorizzando le sue differenze e che investe nel capitale umano come leva di trasformazione.
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