DICEMBRE AL CINEMA: I FILM DA NON PERDERE


Tra grandi ritorni, cinema d’autore e nuovi sguardi sul presente, il dicembre 2025 porta in sala film capaci di parlare a pubblici diversi.

Dicembre, al cinema, è sempre un territorio speciale. È il mese in cui le sale diventano rifugi temporanei, luoghi dove il tempo sembra rallentare mentre fuori tutto corre verso le feste. Il 2025 non fa eccezione e anzi rilancia, con una lineup che alterna grandi spettacoli globali e storie intime, franchise attesissimi e film più raccolti, capaci di sorprendere fuori dal rumore mediatico.
Si parte subito forte a inizio mese, quando il cinema torna a interrogarsi sul concetto stesso di tempo, identità e presenza. Eternity e Attitudini: nessuna aprono dicembre muovendosi su binari molto diversi ma complementari: da un lato una riflessione esistenziale che guarda al senso profondo delle cose, dall’altro uno sguardo disincantato su una generazione che sembra aver smesso di definirsi, ma non di cercarsi. Sono film che non hanno fretta di piacere, che chiedono allo spettatore attenzione e ascolto, e proprio per questo trovano spazio in un mese spesso associato solo all’intrattenimento. Nella stessa settimana, il pubblico più amante della tensione trova pane per i suoi denti con il ritorno di Five Nights at Freddy’s 2, che rilancia l’horror come esperienza collettiva in sala. Non solo jumpscare, ma atmosfera, attesa, inquietudine che cresce scena dopo scena. È il lato più oscuro del dicembre cinematografico, perfetto per chi ama uscire dal cinema con una sensazione addosso. Con l’avvicinarsi delle festività, il tono cambia e si fa più intimo.

Vita privata arriva come una pausa necessaria, un film che guarda alle relazioni, ai non detti, alle fragilità che spesso emergono proprio quando siamo costretti a rallentare. È un cinema che parla sottovoce, ma che riesce a colpire in profondità, ricordando che le storie più complesse spesso si consumano lontano dai grandi eventi. A metà dicembre, come da tradizione, torna lo spettacolo che punta a dominare le sale: Avatar – Fuoco e cenere. Il viaggio a Pandora si arricchisce di nuovi contrasti e nuove scelte morali, mentre l’estetica continua a spingere in avanti l’idea di blockbuster come esperienza immersiva totale. È il film che riporta il grande schermo al centro, quello che si va a vedere insieme, quasi come un rito. Negli stessi giorni, però, il cinema non smette di interrogarsi sulla dimensione più privata dell’esistenza. Father Mother Sister Brother scompone il nucleo familiare per analizzarne tensioni, memorie e contraddizioni, offrendo uno sguardo corale che evita risposte semplici e abbraccia la complessità dei legami. Il Natale, infine, porta con sé due titoli che parlano di distanza e ritorno. Buen Camino utilizza il viaggio come trasformazione interiore, regalando un racconto luminoso e riflessivo, mentre La mia famiglia a Taipei intreccia culture e generazioni per raccontare cosa significa appartenere a più luoghi – o forse a nessuno in modo definitivo. Sono film che chiudono l’anno aprendo domande, lasciando allo spettatore il tempo di portarle con sé anche dopo i titoli di coda. Il cinema di dicembre 2025, più che scegliere una direzione unica, sembra volerle abbracciare tutte: il rumore e il silenzio, il grande schermo e l’intimità, la paura e la riconciliazione. E forse è proprio questa la sua forza: offrire storie diverse per stati d’animo diversi, in un mese che, più di altri, ci chiede di fermarci a guardare.

IL TEMPO E’ DENARO: PERCHE’ INVESTIRE NELLA GESTIONE DEL TEMPO


La gestione del tempo è una delle soft skills più richieste a livello aziendale e si può insegnare e potenziare

Tutti conosciamo la frase “il tempo è denaro”. D’altronde si tratta di un proverbio molto diffuso che sintetizza un concetto chiave: il tempo ha un valore economico, perché ogni minuto sprecato rappresenta un’opportunità mancata di produrre, guadagnare o creare valore. L’origine di questa espressione, spesso abusata ma sostanzialmente vera, è attribuita a Benjamin Franklin, che nel 1748 scrisse nel suo saggio Advice to a Young Tradesman “Remember that time is money”: l’esatta traduzione in inglese del nostro amato motto.
Ma non perdiamoci in chiacchiere e proverbi. Questa frase vuole solo introdurre un concetto chiave per la formazione aziendale focalizzata sulle soft skills e in particolare su una di esse: la gestione del tempo.
Tra le competenze trasversali più richieste la gestione del tempo, intesa come capacità di organizzare le proprie attività e rispettare le scadenze per aumentare la produttività e ridurre lo stress, occupa infatti un posto di rilievo nell’economia aziendale.
La formazione quindi, basata sulle soft skills e con corsi specifici dedicati all’organizzazione e alla gestione del tempo, assume un ruolo centrale. Questo perché, oltre a essere una caratteristica indivisuale molto richiesta, è anche una competenza che impatta pesantemente sulla performance collettiva.
Ma quali sono gli obiettivi di questo tipo di training?
Sicuramente l’acquisizione di maggiore dimestichezza con la “prioritizzazione”, abilità che si traduce nell’imparare a distinguere tra attività urgenti e importanti. C’è poi senz’altro anche la capacità di pianificazione efficace che consiste nell’utilizzare strumenti e metodologie come il time blocking o la matrice di Eisenhower.
Tutte caratteristiche che permettono di ottenere effetti benefici conclamati come una decisa riduzione dello stress (un’organizzazione chiara delle attività diminuisce ansia e burnout) e una collaborazione decisamente più fluida: team che gestiscono bene il tempo evitano, infatti, rallentamenti e conflitti.

Come agire?

Ma passiamo alla parte pratica. Un corso ben strutturato sulla gestione del tempo deve combinare teoria, pratica e momenti di riflessione personale.
Innanzitutto è necessario fissare un obiettivo, che consenta ai partecipanti di comprendere appieno il proprio rapporto con il tempo, e poi strutturare una serie di attività, come questionari di autovalutazione (quanto tempo viene sprecato, quali sono i principali “ladri di tempo”) e discussioni guidate su percezione del tempo e abitudini quotidiane.
Potremmo andare nel dettaglio, citando la “Matrice di Eisenhower”, il time blocking, il “Metodo Pomodoro” e il GTD, ma rimandiamo l’approfondimento a un prossimo articolo, oltre che ai corsi che stiamo elaborando per le imprese.
Per ora basti sapere che nozioni teoriche insieme a simulazioni di gestione di una giornata lavorativa con imprevisti, role play su riunioni e gestione delle priorità e laboratori di pianificazione settimanale sono alcune della attività che, in azienda, possono davvero fare la differenza.
Un percorso di formazione che funzioni davvero, infatti, deve avere necessariamente una metodologia di blended learning e quindi combinare lezioni in aula (o webinar) con esercitazioni pratiche e materiali online.
Un corso di gestione del tempo ben progettato non si limita a insegnare tecniche, ma accompagna i partecipanti in un percorso di consapevolezza, sperimentazione e cambiamento. Strutturare il programma in moduli progressivi – dalla diagnosi iniziale alla riflessione finale – permette di trasformare la formazione in un vero investimento sul capitale umano, con benefici che si riflettono non solo sulla produttività, ma anche sul clima aziendale e sul benessere delle persone.

L’IMPORTANZA DELLE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA NELLA CRESCITA DELLE IMPRESE


Le associazioni di categoria sono fondamentali per accompagnare le imprese nella formazione e nello sviluppo.

L’importanza delle associazioni di categoria si manifesta nel loro ruolo di sostegno alle imprese attraverso la formazione professionale e l’assistenza tecnica. Se ne occupa l’Avv. Giovino, che evidenzia come lo sviluppo di progetti capaci di trainare le aree interne in una fase di crescita e consolidamento produttivo non possa prescindere dall’ascolto delle esigenze delle aziende, da cui devono nascere anche i contratti collettivi nazionali. L’imprenditore, assumendo il rischio d’impresa, si pone come attore essenziale di un processo complesso fatto di relazioni, pianificazione e gestione, che deve tradursi anche in opportunità occupazionali e in un rafforzamento del tessuto sociale ed economico. La formazione professionale, in questo quadro, rappresenta uno strumento decisivo. Troppo spesso percepita come un costo, essa deve invece essere considerata un investimento strategico, capace di generare valore aggiunto e di innalzare gli standard produttivi. Le associazioni di categoria possono svolgere un ruolo determinante nell’individuare strumenti di finanziamento già previsti dal legislatore, come il sistema della bilateralità introdotto dal D.Lgs. 276/2003 e i Fondi Interprofessionali istituiti dall’articolo 118 della legge 388/2000. Si tratta di strumenti che, se utilizzati con consapevolezza e continuità, possono trasformare la formazione in un motore di crescita e di competitività.

Giovino sottolinea inoltre come la digitalizzazione, le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale impongano una formazione continua e in costante evoluzione. Non si tratta più di un aggiornamento occasionale, ma di un percorso permanente che accompagna il lavoratore lungo tutta la sua carriera e che consente alle imprese di restare al passo con i cambiamenti del mercato. La formazione diventa così un elemento imprescindibile per la crescita professionale del lavoratore, per la capacità dell’azienda di innovare e per la possibilità di accrescere la competitività sui mercati nazionali e internazionali. In questo scenario, le associazioni di categoria assumono un ruolo di guida e di supporto, capaci di orientare gli imprenditori verso le scelte più efficaci e di favorire la costruzione di un sistema produttivo solido e inclusivo. Esse non solo offrono assistenza tecnica, ma contribuiscono a creare una cultura della formazione e dell’innovazione, indispensabile per affrontare le sfide del presente e del futuro. La loro azione si traduce in un sostegno concreto alle imprese, in un rafforzamento delle competenze dei lavoratori e in una spinta decisiva per lo sviluppo delle aree interne, che possono così trovare nuove opportunità di crescita e di consolidamento produttivo.

PANTONE SCEGLIE BIANCO CLOUD DANCER COME COLORE DEL 2026


Una scelta silenziosa ma radicale, che racconta il nostro bisogno di calma, chiarezza e spazio mentale

Per il 2026 Pantone compie una scelta tanto semplice quanto dirompente: il colore dell’anno è il bianco. Non un bianco qualunque, ma Cloud Dancer, una tonalità morbida, sospesa, lontana dal rigore ottico e più vicina all’idea di leggerezza e quiete. Una decisione che segna una svolta nel racconto cromatico contemporaneo e che parla, prima di tutto, del nostro tempo.
Pantone è da decenni il sistema di riferimento globale per l’identificazione e la standardizzazione del colore. Ogni anno, attraverso un lungo processo di analisi culturale, individua una tonalità capace di interpretare l’umore collettivo, influenzando moda, design, comunicazione visiva e industria creativa. Il “Color of the Year” non anticipa semplicemente le tendenze: le traduce in linguaggio visivo.Scegliere il bianco nel 2026 non è un gesto neutro. Cloud Dancer non è un bianco freddo o astratto, ma una sfumatura avvolgente, quasi atmosferica. Trasmette calma, chiarezza, neutralità emotiva. In un contesto dominato da iperstimolazione, saturazione visiva e rumore continuo, questa tonalità risponde a un bisogno diffuso di pausa e di equilibrio. Non propone un vuoto, ma uno spazio in cui poter respirare.

Il bianco, storicamente, è uno dei colori più potenti e stratificati. Simbolo di inizio e di possibilità, ma anche di silenzio e sottrazione, oggi viene reinterpretato come superficie aperta, pronta ad accogliere. Cloud Dancer diventa così un colore di transizione, che non impone una direzione ma ne rende possibili molte. Una base, più che una dichiarazione.Nel mondo del design e della moda, questa scelta suggerisce un cambio di paradigma. Dopo stagioni caratterizzate da colori assertivi e fortemente identitari, il bianco torna come linguaggio di equilibrio, capace di valorizzare forme, materiali e texture. Negli interni diventa strumento di benessere visivo, nel digitale invita a interfacce più leggere e intuitive, nella moda racconta un’estetica che privilegia la libertà alla performance.Ma Cloud Dancer va oltre l’estetica. È il colore di una sensibilità che cerca chiarezza, ordine mentale e neutralità emotiva. Un colore che non prende spazio, ma lo crea. Che non chiede attenzione, ma la restituisce. In questo senso, la scelta di Pantone per il 2026 appare come una lettura lucida del presente: meno espressione gridata, più consapevolezza.
Il bianco, per una volta, non è assenza. È una presa di posizione. Silenziosa, ma profondamente contemporanea.

INNOVAZIONE TECNOLOGICA E NUOVE DINAMICHE: LA RIVOLUZIONE SILENTE NELLA VITIVINICOLTURA


Il mercato del vino sempre più in crescita. Innovazione e tecnologia trasformano il comparto.

Il settore vitivinicolo, pilastro dell’economia agricola italiana e simbolo di tradizione secolare, si trova al centro di una profonda trasformazione guidata da due forze trainanti: l’innovazione tecnologica e il mutamento radicale delle dinamiche di mercato e dei modelli di consumo. Le aziende che sapranno interpretare e cavalcare questi cambiamenti saranno quelle in grado di garantire la propria sostenibilità futura.
L’innovazione tecnologica non è più un optional, ma una necessità strategica. L’ingresso delle nuove tecnologie nei vigneti ha inaugurato l’era della viticoltura di precisione. Sensori basati su internet delle cose, droni e immagini satellitari raccolgono dati in tempo reale sull’umidità del terreno, lo stato di salute delle piante, le carenze nutrizionali e la pressione delle malattie. Questo flusso costante di informazioni permette agli agricoltori di prendere decisioni basate su dati oggettivi, ottimizzando l’uso delle risorse idriche e fitosanitarie. L’uso mirato dei trattamenti riduce l’impatto ambientale, un fattore sempre più richiesto dai disciplinari di certificazione e dai consumatori. In cantina, l’automazione e l’uso di software gestionali avanzati garantiscono una tracciabilità impeccabile e un controllo qualitativo in ogni fase della vinificazione.

E’ stato un tema centrale anche del recente convegno organizzato da Co.N.A.P.I. lo scorso 27 novembre. In tale occasione, la dottoressa Natalia Falcone ha focalizzato l’intervento proprio sull’innovazione e la tecnologia che sta interessando la viticoltura, delineando le opportunità per le piccole e medie imprese. Negli ultimi anni si sta assistendo a un passaggio decisivo: l’agricoltura, e la viticoltura in particolare, sta diventando una pratica sempre più tecnologica. Questa tecnologia si traduce in due macro-ambiti: il primo riguarda il campo, basato sull’agricoltura di precisione con sensori e droni; il secondo, invece, si concentra sulla cantina e sul mercato, impiegando l’intelligenza artificiale, ovvero algoritmi che analizzano dati chimici e sensoriali per prevedere la qualità, identificare difetti e ottimizzare i processi.
Parallelamente all’innovazione in campo, il mercato e i consumatori stanno riscrivendo le regole. L’emergenza pandemica ha agito da catalizzatore per la digitalizzazione del settore. La vendita diretta al consumatore, tramite piattaforme di commercio elettronico proprietarie o specializzate, ha aperto canali di commercializzazione alternativi ai tradizionali canali di vendita e grande distribuzione. Questo approccio non solo ha aumentato i margini per i produttori, ma ha permesso una relazione diretta e la fidelizzazione del cliente. Le nuove generazioni si avvicinano al vino con aspettative diverse.

Prediligono vini con una storia da raccontare (sostenibilità, territorio, produttori artigianali), sono sensibili al tema della salute e tendono a consumare meno alcol, ma di maggiore qualità. La crescente attenzione verso il benessere ha dato impulso a nuovi segmenti di mercato, come i vini biologici, naturali, a basso contenuto di solfiti o, il trend emergente, i vini senza alcol o a ridotto contenuto alcolico. Le aziende più lungimiranti stanno investendo in ricerca e sviluppo per intercettare questa domanda senza rinunciare alla qualità del prodotto.
Per le aziende vitivinicole, la sfida non consiste solo nell’acquistare l’ultima tecnologia, ma nell’integrare questi strumenti in una visione strategica d’insieme. L’innovazione tecnologica è il mezzo per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità ed efficienza, mentre la comprensione delle dinamiche di mercato e dei consumi è la bussola per orientare la produzione. Solo un approccio olistico, che combini rispetto della tradizione e apertura all’innovazione, permetterà alle imprese del settore di prosperare nel panorama competitivo del ventunesimo secolo.

NATALE. FILM E SAGA IMPERDIBILE


Da “Mamma ho perso l’aereo” a “Love Actually”, passando per “Il Grinch”, la saga di “Harry Potter” e “Una poltrona per due”

Dicembre porta con sé un’atmosfera unica: le luci degli alberi che illuminano le strade, l’aria fredda che invita a rifugiarsi in casa e la voglia irresistibile di lasciarsi avvolgere dalle storie che parlano di festa, famiglia e magia. È il momento dell’anno in cui alcuni film diventano veri e propri rituali, da vedere ogni volta che le festività si avvicinano, perché riescono a catturare perfettamente lo spirito del Natale.
Tra questi, Mamma ho perso l’aereo rimane un classico intramontabile. La storia di un bambino lasciato solo in casa durante le feste regala un mix perfetto di tensione e comicità: le trappole ingegnose, i ladri goffi e le situazioni imprevedibili trasformano la vicenda in un racconto buffo e brillante. È il film che riesce a far ridere e allo stesso tempo a evocare quella sensazione di Natale vissuto con occhi da bambino, tra energia, caos e piccole grandi avventure domestiche.
Il Grinch offre invece un punto di vista diverso, capace di emozionare con leggerezza. Il protagonista, inizialmente cinico e distaccato, viene trascinato dall’entusiasmo di una comunità che celebra il Natale con gioia contagiosa.

Tra colori vivaci, scenografie esagerate e un umorismo che non scade mai nel banale, la storia diventa una fiaba contemporanea che mescola risate e tenerezza, ricordandoci che anche il cuore più freddo può aprirsi alla magia delle feste.
La saga di Harry Potter, pur non essendo nata come film natalizio, conquista ogni inverno con il suo fascino unico. Hogwarts innevata, le luci soffuse della Sala Grande, gli incontri tra amici e le sfide che accompagnano la crescita dei protagonisti creano un’atmosfera che ricorda da vicino quella dei giorni di festa: calda, avvolgente e carica di meraviglia. Guardare questi film durante le feste significa immergersi in un mondo di magia e avventura, ritrovando la capacità di stupirsi e sognare come da bambini.
Accanto a queste atmosfere di divertimento e incanto, Una poltrona per due rappresenta la tradizione natalizia per eccellenza.

Commedia brillante, situazioni comiche e ritmo serrato la rendono un appuntamento imperdibile, capace di regalare risate genuine ogni anno. I protagonisti, opposti e complementari, sostengono l’intera storia con una chimica perfetta, trasformando il film in un classico che unisce satira, ironia e divertimento senza tempo.
Infine, Love Actually porta sullo schermo un Natale più romantico e umano. Racconta intrecci di storie, attese e seconde possibilità, con un’atmosfera calda e luminosa che avvolge ogni racconto senza mai sovrastarlo. È un film che celebra i legami, l’amore e la condivisione, ricordandoci quanto siano preziosi i piccoli gesti e le connessioni che rendono le feste speciali.
Cinque film diversi tra loro, ma tutti capaci di raccontare il Natale in modi unici: dal sorriso spontaneo alla magia, dalla comicità brillante alla dolcezza dei legami. Guardarli significa immergersi completamente nello spirito delle feste, ritrovare quella sensazione di calore, meraviglia e leggerezza che solo il cinema sa regalare e costruire una tradizione da vivere anno dopo anno.

L’IMPORTANZA DELL’EMOZIONE NELLA FORMAZIONE AZIENDALE


La formazione emozionale è in grado di rafforzare il team aziendale e di renderlo più produttivo

Per anni la formazione aziendale è stata percepita come un processo tecnico: corsi, slide, procedure, manuali. Oggi, però, non è più così e un ruolo fondamentale in questo ribaltamento di percezione è stato giocato da neuroscienze e psicologia. Queste discipline, infatti, hanno dimostrato che l’apprendimento non è mai neutro e che senza emozione la conoscenza resta sterile.
È proprio sulla base di queste consapevolezze che oggi le imprese più innovative hanno compreso che la vera leva per trasformare competenze in comportamenti è la capacità di coinvolgere emotivamente le persone.
Le emozioni sono ciò che ci rende umani, diceva qualcuno. Ma volendo andare oltre la “poesia”, possiamo individuare i fattori tecnici che rendono l’emozione un importante volano per l’apprendimento. Le emozioni, infatti, attivano aree cerebrali che rafforzano la memoria: un contenuto legato a un’esperienza emotiva, per esempio, viene senz’altro ricordato più a lungo. C’è poi anche un fattore che gioca sulla motivazione: un tipo di formazione che suscita entusiasmo, curiosità o senso di appartenenza stimola la partecipazione attiva.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che solo le emozioni possono determinare un pieno cambiamento culturale favorendo l’adozione di nuovi comportamenti, questo perché sanno trasformare la conoscenza in esperienza vissuta.
Nel settore della formazione aziendale esistono già case history di aziende che passando da modelli didattici tradizionali a formazioni esperienziali, attingendo a simulazioni, role play, storytelling.
Partiamo dallo storytelling. Lo storytelling è uno strumento particolarmente potente perché – parliamoci chiaro – un racconto ben costruito genera empatia, permette di immedesimarsi e di comprendere valori e obiettivi aziendali. Funzionano molto, sempre in questa direzione, le cosiddette esperienze immersive, come workshop creativi, gamification e realtà aumentata, perché stimolano emozioni positive che rendono l’apprendimento più naturale e duraturo.
Ricordiamoci, poi, che la formazione non riguarda solo l’individuo, ma anche il gruppo. Creare contesti in cui si vivano delle emozioni condivise rafforza la coesione del team. La dimensione emotiva, inoltre, crea fiducia e senso di comunità, elementi indispensabili per affrontare sfide complesse.
Soprattutto in un’epoca di smart working e digitalizzazione, la formazione emotiva può diventare un antidoto alla frammentazione.

Assodato questo, la sfida per le aziende è quindi integrare competenze tecniche e intelligenza emotiva, cercando di inculcare non solo il “cosa fare” ma anche il preziosissimo “perché farlo”. In quest’ottica, leader e formatori devono diventare architetti di emozioni, capaci di creare ambienti di apprendimento che ispirino: solo in questo modo l’emozione diventa un vantaggio competitivo, un modo attraverso cui circondarsi persone più motivate, resilienti e creative.
Ricordiamo, come spesso facciamo in questi articoli, che una formazione di questo tipo più che un costo rappresenta un investimento strategico. Studi alla mano, la formazione “emozionale, è capace di creare engagement, con dipendenti coinvolti emotivamente che hanno tassi di retention più alti e maggiore produttività. Questo tipo di formazione, poi, rappresenta anche un segnale di innovazione che permette emozioni positive che stimolano curiosità, laboriosità e fiducia. E poi c’è il tanto ambito benessere organizzativo: è un fatto assodato che la formazione emotiva riduce stress e il temuto burnout, favorendo un clima aziendale più sano.
La formazione aziendale, in conclusione, non è più solo da concepire come un trasferimento di conoscenze, ma come un viaggio emotivo. Le emozioni, d’altronde, sono il motore che trasforma l’informazione in azione, la competenza in cultura, il singolo in comunità.

INCLUSIONE, LAVORO E RESPONSABILITÀ SOCIALE: LA VISIONE DEL CENTRO STUDI CO.N.A.P.I.


In occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale rilancia il valore dell’inclusione come leva strategica per il mondo produttivo. In questa intervista, il Direttore illustra il significato della ricorrenza, le indagini avviate e il ruolo centrale della persona nei modelli d’impresa sostenibili.

Direttore, oggi celebriamo la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Qual è il significato di questa ricorrenza per il mondo produttivo nazionale?

La giornata di oggi è fondamentale per il mondo produttivo, a cominciare proprio dall’artigianato, dalla micro e piccola impresa che rappresentiamo. Ricordo come il lavoro non è solo produzione, ma anche inclusione, partecipazione e responsabilità sociale. Valorizzare le persone con disabilità significa rafforzare l’intero tessuto produttivo del Paese, promuovere equità, innovazione e coesione. Per il nostro Centro Studi, questa data rappresenta un’occasione per ribadire che la centralità della persona è alla base di un’impresa responsabile e sostenibile.

Il Centro Studi e Ricerche nell’ultimo anno ha avviato due indagini nazionali sul tema dell’inclusione e sull’attenzione alle disabilità. Può spiegarci di cosa si tratta e perché sono così importanti?

Sì, come le dicevo l’accessibilità al lavoro, l’attenzione alle persone disabili e la dimensione sociale dell’impresa sono una priorità per noi. A tal proposito, infatti, il nostro Centro Studi ha pubblicato due questionari – attualmente ancora aperti – perché riteniamo fondamentale basare le indagini studio su dati concreti. La prima indagine, Accessibilità al lavoro. La visione delle imprese sull’inserimento delle persone con disabilità, è stata avviata la scorsa estate e consente di capire come le aziende attuano concretamente l’accesso al lavoro delle persone con disabilità, evidenziando buone pratiche, ostacoli e fabbisogni.

La seconda, Diversity, inclusion and enterprise: building inclusive work communities, è stata avviata quest’anno a seguito del Protocollo d’Intesa che il nostro Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I Nazionale ha siglato con UP Training Srl e valuta come la diversità possa trasformarsi in leva di innovazione, benessere organizzativo e valore condiviso.

Entrambe le indagini ci permettono di comprendere la realtà delle imprese, orientare politiche aziendali efficaci e rafforzare la cultura dell’inclusione in tutto il sistema produttivo.

Perché avete coinvolto anche enti di formazione nelle indagini?

Perché come Confederazione Co.N.A.P.I. Nazionale crediamo molto nella formazione quale leva di sviluppo e di inclusione. Poi la formazione è essenziale: senza formazione non è possibile costruire ambienti realmente inclusivi. Coinvolgere pertanto gli enti di formazione significa promuovere competenze, consapevolezze e pratiche professionali che preparino le imprese a gestire contesti accessibili, equi e partecipativi. Non è solo un supporto operativo: è una leva strategica per diffondere, anche attraverso la formazione professionale, una cultura dell’inclusione capace di generare valore umano e sociale.

Come possono le imprese partecipare alle vostre ricerche?

Accedendo al nostro sito ufficiale http://www.conapinazionale.it/e partecipando ai questionari. A tal riguardo voglio rivolgere un invito diretto alle imprese che ci leggono: partecipare ai questionari. È un gesto concreto che consente di contribuire allo sviluppo di strumenti operativi, percorsi formativi e politiche aziendali inclusive ed efficaci.Accessibilità e lavoro. La visione delle imprese sull’inserimento delle persone con disabilità: https://forms.gle/APocQ1SXDcU98otf9

La risposta raccolta è preziosa: senza la voce delle imprese non potremmo analizzare i bisogni né proporre interventi concreti per rafforzare una sana e responsabile cultura dell’inclusione.

La Co.N.A.P.I. Nazionale sottolinea spesso la centralità della persona. In che modo questo principio guida le vostre azioni?

La Confederazione afferma con chiarezza che la persona viene prima del capitale. È una visione che interpreta l’impresa non come “mera macchina produttiva”, ma come una comunità di lavoro, fatta di persone. Questo principio orienta ogni scelta: dall’analisi sociale all’organizzazione aziendale, dalla formazione alla proposta di modelli inclusivi. Il ruolo del Centro è tradurre questa identità in conoscenza, strumenti e percorsi concreti, capaci di generare valore e coesione sociale.

VITICOLTURA ED ENOTURISMO: UNA LEVA PER LO SVILUPPO DELLE AREE INTERNE


Nel corso del convegno “Viticoltura ed enoturismo: un modello imprenditoriale per lo sviluppo delle aree interne”, svoltosi giovedì 27 novembre a Taurasi, il dott. Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, ha presentato il Rapporto nazionale sulla viticoltura sostenibile ed enoturismo.

Si tratta di un lavoro di ricerca condotto tra novembre 2024 e maggio 2025 e concluso lo scorso ottobre, basato su un campione rappresentativo di imprese vitivinicole e cantine distribuite sul territorio nazionale. Nel suo intervento il dott. Zizza ha illustrato le motivazioni alla base dello studio e gli obiettivi perseguiti: comprendere le trasformazioni che interessano oggi il comparto vitivinicolo, valutarne la capacità innovativa, analizzare il livello di sostenibilità e mettere in luce le esigenze delle micro e piccole imprese, spesso esposte a difficoltà gestionali e strutturali. È stata presentata la struttura del Rapporto e il metodo di elaborazione dei dati, sottolineando il valore scientifico del lavoro e la necessità di costruire strumenti di supporto per il settore. Dal Rapporto emergono elementi centrali: la crescita dell’innovazione tecnologica applicata ai vigneti e ai processi produttivi, la diffusione delle pratiche sostenibili come risposta concreta ai cambiamenti climatici e la vitalità di un comparto che, pur affrontando criticità significative, dimostra una forte capacità di adattamento. Al tempo stesso sono emerse con chiarezza le fragilità delle micro e piccole imprese, che spesso non dispongono dei mezzi necessari per sostenere investimenti, accedere ai mercati internazionali e formare adeguatamente il personale. Una parte rilevante dell’intervento è stata dedicata al potenziale dell’enoturismo quale risorsa strategica per lo sviluppo delle aree interne. Il dott. Zizza ha evidenziato come l’economia enoturistica sia in grado di rafforzare l’attrattività dei territori, favorire l’accesso a nuovi posti di lavoro e attivare economie diffuse che coinvolgono ristorazione, ospitalità, artigianato, servizi culturali e ricreativi.

La viticoltura, in questo senso, può essere una vera infrastruttura sociale, capace di trattenere il valore economico prodotto e di trasformare la presenza dei visitatori in benessere condiviso.
Il convegno ha visto anche l’intervento di Paoul Burke, che ha portato una prospettiva internazionale sul tema. Burke ha sottolineato come l’enoturismo, se sostenuto da politiche di rete e da una visione condivisa, possa diventare un ponte tra territori interni e mercati globali. Ha rimarcato l’importanza di integrare innovazione e tradizione, favorendo la creazione di esperienze autentiche capaci di attrarre visitatori da tutto il mondo e di consolidare la reputazione delle aree interne italiane come luoghi di eccellenza culturale ed enogastronomica.Il filo conduttore dell’intervento ha richiamato più volte l’importanza di sviluppare sinergie e collaborazioni tra imprese, istituzioni, reti territoriali, nazionali e internazionali, come condizione imprescindibile per il rafforzamento del settore e per la costruzione di un percorso di crescita sostenibile e stabile. La ricerca conferma che solo attraverso un dialogo costante e una visione condivisa è possibile valorizzare il capitale umano, rigenerare le comunità e dare alle aree interne italiane una prospettiva di futuro.
In conclusione, il convegno ha offerto una visione chiara e scientificamente fondata sulla trasformazione del comparto vitivinicolo, indicando nell’enoturismo – specie nelle aree interne – una leva concreta per lo sviluppo locale e per la tutela della dimensione culturale e identitaria dei territori.

VITICOLTURA ED ENOTURISMO: IL CONVEGNO DI Co.N.A.P.I. NAZIONALE AREE NUOVE PROSPETTIVE PER LE AREE INTERNE.


Il convegno organizzato da Co.n.a.p.i. Nazionale presso il suggestivo Castello di Taurasi ha registrato un interesse straordinario, richiamando una platea numerosa e qualificata composta da operatori, piccoli imprenditori del settore, artigiani del gusto, viticoltori e professionisti dell’accoglienza.

Un appuntamento che ha messo al centro un tema oggi cruciale per le economie locali: l’integrazione tra viticoltura ed enoturismo come motore di sviluppo per le aree interne.
Durante i lavori, la Confederazione ha illustrato il progetto di costituire una federazione nazionale dedicata all’enoturismo, con l’obiettivo di dare voce e rappresentanza strutturata a un comparto in rapida crescita.
Tra i passaggi più rilevanti, l’attenzione è stata posta sulla necessità di un Contratto Collettivo Nazionale specifico, capace di valorizzare un settore innovativo che fonde competenze differenti: da un lato l’esperienza agricola, con tutto il bagaglio tecnico, manuale e artigianale che caratterizza le piccole aziende agricole e vitivinicole; dall’altro le professionalità del turismo e dell’accoglienza, fondamentali per costruire esperienze autentiche e strutturate.
Un incrocio inedito che richiede nuove definizioni contrattuali per supportare gli operatori e accompagnare al meglio chi vuole investire in un modello imprenditoriale contemporaneo e competitivo.
Il convegno ha evidenziato come l’enoturismo rappresenti un modello alternativo al turismo costiero, capace di riportare attenzione e risorse nelle zone interne d’Italia. Qui, piccole imprese, botteghe, aziende agricole e attività artigianali custodiscono saperi unici che possono diventare esperienze memorabili per i visitatori.
Si parla di turismo esperienziale, dove il viaggiatore non osserva soltanto, ma partecipa: alla raccolta dell’uva o di altri prodotti agricoli, alle fasi di trasformazione, ai laboratori artigiani del gusto, ai percorsi culturali dedicati alla storia rurale e ai vitigni autoctoni.

Un coinvolgimento diretto che richiede nuove figure professionali, intermedie tra operatore agricolo e personal trainer esperienziale, capaci di guidare il turista nelle attività manuali, sensoriali ed emozionali.
Questo tipo di offerta, immersiva e autentica, genera un impatto notevole sull’economia locale. Le aree interne si ritrovano così protagoniste di un percorso di diversificazione imprenditoriale che valorizza: il patrimonio paesaggistico, la biodiversità agricola, le tradizioni artigianali, la storia e la cultura dei territori.
Per le piccole imprese e gli artigiani, l’enoturismo rappresenta una forma intelligente di crescita: permette di ampliare i servizi, creare valore aggiunto e rafforzare l’identità territoriale, offrendo al visitatore un’esperienza completa che rigenera mente, corpo e spirito.
Il convegno di Taurasi ha dimostrato che l’enoturismo non è solo una tendenza, ma una vera strategia di sviluppo, capace di coniugare innovazione e tradizione. Grazie al lavoro di Co.N.A.P.I. Nazionale e alla partecipazione attiva degli operatori, il settore si prepara a un futuro fatto di collaborazione, professionalità e nuove opportunità per l’intero tessuto produttivo locale.